Talent Show, il libro in cui lo sport confina con il lavoro

La nostra recensione del testo redatto dal Collettivo Banfield, composto da racconti sulla vita e la carriera di diversi sportivi di successo, da Nadia Comăneci a Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, con un’intervista a uno di loro: il pugile Ali Kaja

La copertina del libro Talent Show, del Collettivo Banfield

“Fai il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in vita tua”, ci ripetono da anni. Chissà se ci crediamo ancora, in tempi di Quiet Quitting e di Great Resignation, di manifesto disamore per quel lavoro che ci succhia la vita e le energie. Ci hanno avvertiti libri come Il lavoro non ti ama di Sarah Jaffe (minimum fax), in cui l’autrice parla della trappola della “devozione totalizzante” richiesta dalle aziende.

Il lavoro ci è venuto a noia. O forse ci sono venute a noia certe mirabolanti narrazioni di impiegati che non devono chiedere mai (un giorno di ferie) o di imprenditori che si alzano alle cinque per fatturare prima degli altri, vai a capire perché. Dove sono andate a finire le passioni brucianti, le ambizioni sane, il confronto prima di tutto con se stessi?

Sono lì dove sono sempre state: nel mondo dello sport professionistico, un ambito dal quale la cultura del lavoro ha spesso pescato metafore a piene mani – non sempre centratissime, d’accordo.

Da passione a lavoro: i racconti sportivi di Talent Show, del Collettivo Banfield

Il mondo degli sportivi, di chi ha saputo trasformare una passione in un veicolo di realizzazione, un talento in un imperativo di vita, sta tutto dentro Talent Show, pubblicato da Absolutely Free Libri. Una raccolta di racconti del Collettivo Banfield, formazione letteraria variabile al suo interno fondata a Roma dal giornalista e scrittore Diego Mariottini, dove undici autori raccontano dieci protagonisti dello sport che hanno fatto l’impresa mettendo nel CV le stesse skill: l’impegno a mettersi in gioco, la disponibilità al sacrificio, il talento indiscusso.

Come Giovanna Trillini, schermitrice capace di prendersi l’oro individuale (contro la cinese Wang) e l’oro a squadre alle Olimpiadi di Barcellona 1992, con un ginocchio malandato causa lesione del crociato anteriore e il tutore in vista.

“Mi piaceva allenarmi. Mi piaceva gareggiare. Oggi mi piace trasmettere la mia esperienza ai più giovani. La vita mi ha concesso il privilegio di trasformare la mia più grande passione nel mio lavoro. E io gliene sarò sempre grata”, dice la campionessa jesina di scherma a Nicola Fragnelli, autore del racconto a lei dedicato, raccontando il suo percorso limpido di campionessa di normalità e antidivismo, in perfetto equilibrio tra il molto e il poco – poche distrazioni, poche chiacchiere, molta concentrazione, successi a valanga.

La disciplina secondo Nadia Comăneci

Impegno e abnegazione, ferrea disciplina, il continuo e incessante lavoro su stessi. Ci sono luci e ombre, successi e cadute, esaltazioni e avvilimenti nella storia di Nadia Comăneci, raccontata da Max Civili senza tentennamenti.

L’arcinota campionessa rumena, nata nella cittadina periferica di Onesti, cresciuta e forgiata dal regime dittatoriale di Ceaușescu e dalla rigida routine dell’allenatore Bela Karolyi, è la prima ginnasta a ottenere il punteggio di 10 alle Olimpiadi (a Montreal, nel 1976, il video è disponibile su YouTube). Un successo ottenuto sacrificando la sua giovinezza sull’altare dell’eccellenza, secondo alcuni. Lei non sembra vederla così.

La disciplina è un contratto che si stipula con se stessi, non una sottomissione a un allenatore. Io in realtà consideravo ubbidienti le altre ragazze, quelle che non erano ginnaste. Loro diventavano come la madre, come tutte le altre. Noi no”, ribatte sicura una Nadia Comăneci adulta e, in qualche modo, sopravvissuta.

Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, ori e mental coach

C’è un impegno fisico rigoroso, ma anche uno sforzo mentale non indifferente, dietro ai successi di Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, entrambi con la medaglia d’oro al collo nel giro di un quarto d’ora alle Olimpiadi di Tokyo 2020, rispettivamente nelle specialità del salto in alto e dei 100 metri piani, in un memorabile pomeriggio di inizio agosto per lo sport italiano. Valerio Paolucci e Carlo Rinaldi li raccontano insieme.

Tutti e due gli sportivi si affidano a un mental coach per superare blocchi mentali e liberarsi da pesanti zavorre che avrebbero potuto fermare la loro ascesa.

Tamberi, guidato da Luciano Sabbatini, utilizza la tecnica della visualizzazione mentale per agevolare il recupero dopo l’infortunio che gli fa saltare un’Olimpiade: si tratta di mettere a fuoco in immagini l’evento che si vivrà per poterlo controllare meglio, come si fa anche prima di un colloquio di lavoro.

Jacobs lavora con Nicoletta Romanazzi per fare finalmente pace con la figura del padre assente, accettandolo come colui che gli ha dato i geni e le fibre del velocista. Ha senz’altro funzionato, per entrambi.

La boxe o la vita: la storia di Ali Kaja

“La mia passione per la boxe? È riduttivo definirla passione, è molto di più, è la mia vita. La boxe mi ha insegnato a essere la persona che sono, aperta e rispettosa”.

Mi imbatto nella storia di Ali Kaja, 43 anni, bolognese. La boxe c’è sempre, anche quando lui sembra metterla da parte. Mi sembra la persona giusta per parlare di passioni sportive che diventano un lavoro. Figlio d’arte – il padre era il pugile professionista Abdulwahed Ali Kaja, immigrato da Bengasi negli anni Settanta – Ali si allena in palestra fin da piccolissimo, e nel 2000 diventa campione italiano superleggeri. Nel 2003, dopo una sconfitta per squalifica, decide di mollare.

“Avevo 23 anni, ero molto stanco e stressato. Facevo pugilato fin dall’adolescenza, non avevo mai fatto nient’altro. Alla prima scusa buona, ho mollato. Stavo facendo un corso per manager del settore alberghiero. Mi sono detto: me la sono sempre cavata a livello sportivo, posso cavarmela anche nel mondo del lavoro, facendo la gavetta”.

Ali Kaja lavora nel settore alberghiero per 15 anni. Dice che l’esperienza da sportivo di alto livello gli è servita molto per il lavoro fuori dal ring. Nella mezz’ora in cui parliamo al telefono, parla di “lavoro” solo quando si riferisce all’impiego in hotel, mai per raccontare l’impegno attuale all’ASD Bononia Boxe Academy di Bologna, dove allena ragazzini e ragazzine a incassare i colpi della vita, a non abbattersi e a rialzarsi subito. Da quando è entrato alla Bononia Boxe, nel 2018, le cose sono cambiate in meglio: ha costruito un direttivo che condivide i suoi valori, è riuscito a ripianare gran parte dei debiti, ad abbassare di molto l’età media degli iscritti.

“Stiamo diventando un punto di riferimento a livello regionale e italiano, grazie anche ai messaggi che condividiamo sui social (Ali è molto seguito su TikTok, N.d.R.). La palestra è la mia seconda casa, ci vado anche di domenica. Quando sono arrivato l’età media degli iscritti era di 40 anni, oggi è sotto i 18 anni. Lavoriamo con ragazzini e ragazzine di tutte le età e di tutte le etnie, in palestra si respira un clima di rispetto, lealtà, condivisione. Qui ci si può confidare con un amico o un allenatore anche su cose che non riguardano il pugilato. Non si tratta solo di fare sport, si tratta di fare attività sociale attraverso lo sport”.

Credo di sapere già la risposta, ma glielo chiedo lo stesso: fai un lavoro che ami e non lavorerai nemmeno un giorno nella tua vita. È davvero così? “È vero, verissimo! Infatti dico sempre che, da quando ho smesso di lavorare in hotel, per me è come essere in pensione. Oggi posso organizzare la mia giornata come preferisco, stare con i ragazzi, studiare, costruire reti di persone, formarmi”.

La spinta a mollare il lavoro in hotel gliel’ha data la lettura di un libro, dice: Il cigno nero di Nassim Nicholas Taleb, pubblicato da ilSaggiatore, e poi anche Giocati dal caso e Il letto di Procuste, dello stesso autore. “Mi hanno spinto a reimpossessarmi della mia vita. Mi sono iscritto a Statistica, ho dato Analisi 1, mi dividevo tra l’università e la palestra. A volte, quando sei dentro il mondo del lavoro, la tua strada ti sembra segnata. Non è così”.

Mi racconta che la boxe è uno sport duro, di contatto, totalizzante. È curioso che torni questo aggettivo, ma nella sua accezione più positiva. “È uno sport che ti prende tutta la giornata, non solo quando sei in palestra. Anche quando sei fuori, devi pensare al peso, al riposo, al recupero. O fai pugilato o lavori. Dai miei ragazzi imparo ogni giorno qualcosa. Sono sinceri, senza secondi fini, meno programmati degli adulti. Non cambierei mai le scelte che ho fatto, non tornerei mai a lavorare”.

Eppure stai facendo proprio un gran bel lavoro, Ali.

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