Troppi coach sportivi nelle aziende e poco allenamento

Trionfare nello sport non implica saper formare un team di lavoro: ecco alcuni buoni comportamenti per le aziende che hanno scelto un ex campione come coach.

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La celebre locuzione latina historia magistra vitae, tratta dal De Oratore di Cicerone, testimonia quanto la conoscenza approfondita della storia fosse una guida fondamentale per la vita di ogni uomo. Per quanto questa massima possa sembrare tuttora indiscutibile, osservando gli attuali trend, se ne potrebbe coniare una nuova: sport magister vitae.

È proprio così, infatti: la cultura e la pratica dello sport, negli ultimi anni, in Italia sta crescendo regolarmente, e sta diventando la musa ispiratrice di tanti giovani e non solo. Una ricerca curata dal Centro Studi del CONI in collaborazione con l’Istat sullo sport in Italia ha rivelato una crescita degli atleti tesserati delle Federazioni e associazioni sportive, che ha raggiunto nel 2017 quota 4.703.000. Mai nel nostro Paese sono stati raggiunti livelli di pratica sportiva così elevati come nel corso di quell’anno, che rappresenta l’ultima rilevazione effettuata.

La ricerca del CONI afferma che probabilmente la pratica sportiva in Italia sta incrementando anche perché il messaggio dello sport positivo e benefico per tutte le età viene quotidianamente veicolato, con sempre maggior frequenza, da numerosi attori, tra cui gli enti pubblici e tutte le associazioni dedicate alla salute, al benessere e all’educazione delle persone.

A una tale trasformazione della percezione dello sport, come disciplina che impegna positivamente lo stato fisico, motorio e psichico di un individuo, è conseguita anche una maggiore attenzione nei confronti delle celebrità sportive, ovvero gli atleti che si sono distinti particolarmente per i loro risultati e che sono diventati un nuovo simbolo di successo dei nostri giorni. Se ne sono resi conto gli esperti di comunicazione, che non hanno esitato a sfruttare e a incrementare questa spinta di interesse derivante dal mondo dello sport, trasformando alcuni atleti in delle star.

È evidente il proliferare degli spot televisivi con testimonial provenienti da tutti gli sport, dove compaiono addirittura diversi paraolimpionici, come l’intramontabile Alex Zanardi o la schermitrice Beatrice Vio. Ci sono testimonial sportivi che presenziano non più solo come ospiti, ma in modo regolare, sia a trasmissioni televisive come “Tu sì que vales” e “Ballando con le stelle” che a reality collaudati come “L’isola dei famosi”, che includono sempre almeno un campione sportivo come partecipante fisso. Ce ne sono per ogni fascia sociale, per ogni target: funzionano e sono presenti dappertutto. Insomma, a ispirare le persone con le loro imprese non sono più tanto gli attori o i divi del cinema, quanto invece i campioni dello sport.

 

Da campioni a coach: gli sportivi nelle aziende

E le aziende come si comportano rispetto a questo fenomeno? Sembra proprio che non siano rimaste indifferenti alla fascinazione, dapprima introducendo la metafora sportiva nelle iniziative formative a partire dagli anni Novanta, e poi invitando con sempre maggiore frequenza testimonial plurimedagliati all’interno dei loro eventi, fino a utilizzarli talvolta come veri e propri coach o trainer all’interno dei team.

Cerchiamo di analizzare la questione senza pregiudizi, ma con l’opportuno spirito critico che garantisca un’analisi più oggettiva possibile. Partiamo innanzitutto dai bisogni che spingono il mondo dello sport e quello delle organizzazioni a incontrarsi.

Mai come in questo momento di trasformazione e di continui cambiamenti le aziende hanno bisogno di trovare dei punti di riferimento credibili che spesso non riescono più a reperire al loro interno. Inoltre hanno bisogno di far passare messaggi non facili da accettare per le persone che vi lavorano: la continua necessità del cambiamento; l’impossibilità di lavorare con le risorse necessarie; l’incertezza e la mancanza di garanzie sui risultati finali; la richiesta di rimanere aggrappati a un senso di missione che in molti casi il management non si è mai curato di definire con accuratezza, comunicare adeguatamente, e ancora prima coltivare anche nelle piccole cose quotidiane.

Le chiacchiere stanno a zero: la stanchezza aumenta per le pressioni psicologiche e i carichi di lavoro sempre maggiori, la demotivazione avanza e la disponibilità a imprimere accelerazione decade miseramente. E allora come si fa a risolvere la questione? Con un esempio autorevole e incontestabile che dimostri che ci si può superare, che si può fare l’impossibile e vincere, al di là di ogni difficoltà e ostacolo.

In effetti tutte le sfide che si pone un’azienda sono presenti nell’esperienza dello sportivo professionista, che le ha vissute in modo analogo, anche se in un contesto diverso. Chi può raccontare come è riuscito a superare i suoi limiti e conquistare il successo finale meglio di uno sportivo, che magari ha anche raggiunto qualche traguardo importante da poter esibire? Questa esigenza aziendale incrocia perfettamente un’altra necessità, quella dello sportivo professionista che termina la sua carriera molto presto e deve cercare di ricollocarsi in un’operazione di reskilling per salvaguardare il suo futuro lavorativo. Infatti, pur in un mercato in crescita come quello dello sport, solo una piccola parte riesce a rimanere nello stesso mondo cambiando ruolo (come allenatore, dirigente sportivo, procuratore).

Ecco dunque che fioriscono molte iniziative formative incentrate sulla metafora sportiva e con un vero campione dello sport a fare da coach. L’entusiasmo dei partecipanti è grande e l’effetto risulta sensazionale: basta che lo sportivo sia una persona mediamente relazionale e con un minimo di capacità comunicative. La sua esperienza e i suoi trofei parleranno da soli.

 

Il campione in azienda non basta a se stesso

Fin qui tutto bene, l’espediente è assolutamente utile e può veramente fungere da momento ispiratore necessario in certi momenti della storia di un’azienda. Ma poi? Ecco, qui a mio avviso bisogna fare attenzione. Dal portare una testimonianza della propria esperienza professionale a pensare di diventare dei veri e propri coach aziendali ce ne passa, e la pretesa di farlo troppo velocemente può presentare dei rischi sia per l’ex sportivo che per l’azienda che lo ingaggia.

Tutto nasce da alcuni bias cognitivi (overconfidence e illusory correlations) abbastanza diffusi e nei quali si cade spesso: pensare che se si ha avuto successo in un contesto si può facilmente replicare anche in un altro. Inoltre entra in gioco l’illusione per cui, se si ricevono parecchi consensi nelle comparsate a qualche evento aziendale, allora si può legittimamente pensare di essere diventati dei buoni coach manageriali, e guidare delle squadre con successo anche in un contesto organizzativo. Inoltre, il fatto che il numero di sportivi “adottati” dalle aziende tende ad aumentare favorisce la convinzione che la cosa stia funzionando perfettamente.

Niente di più fuorviante. Le conseguenze di questi errori interpretativi possono portare lo sportivo a proporsi individualmente come coach, sfoggiando il proprio CV fatto di importanti trofei e suscitando un alone di rispetto e stima, ma non sapendo assolutamente nulla di come funziona realmente un’azienda e delle sue dinamiche più sottili. È facile che il campione di turno tenda a proiettare la sua esperienza sulla realtà, perdendo grip con il contesto.

Dall’altra parte le persone coinvolte nel training traggono sicuramente giovamento dal confronto con dei modelli che le ispirano, ma poi hanno bisogno di strumenti reali per cercare di risolvere i loro problemi quotidiani, e non tutti gli sportivi professionisti – anche se campioni iridati – sono in grado di fornire queste chiavi di sviluppo.

È proprio qui che non va trascurata la presenza indispensabile di un coach/facilitatore vero, cioè qualcuno che svolge tale attività professionalmente, avendo fatto più esperienze significative in ambito organizzativo. Le due figure (coach e campione sportivo) dovrebbero lavorare in tandem nei training più approfonditi e passarsi il testimone per valorizzare l’esperienza di apprendimento. Ad esempio, il coach può dare forma e sostanza al messaggio dello sportivo innestando nella narrazione dei link al contesto reale con degli esempi ad hoc, oppure proponendo domande mirate e specifiche per attivare una ricerca autonoma da parte dei partecipanti, in modo da renderli attivi e impegnati nel processo di apprendimento.

Le aziende di oggi, infatti hanno bisogno al loro interno di persone che si sentano responsabilizzate, che sappiano attribuire valore al proprio ruolo e che vogliano impegnarsi in un percorso di crescita personale; non di persone pompate per vincere la medaglia d’oro che poi crollano al primo impatto con la realtà, quando si accorgono che non riescono a ottenere ciò che vogliono.

Bisogna stare attenti a ciò che si fa e al messaggio che si passa. Mi è capitato di assistere a degli interventi da parte di ex sportivi che in fase di debriefing, presi da un’eccessiva confidenza nelle loro capacità motivazionali e animati da sacro furore, sono entrati a gamba tesa su argomenti molto delicati di cui sapevano ben poco, provocando confusione e tensione. Oppure ne ho visti altri che, nella conduzione di un team building, sono regrediti, trasformandosi in allenatori delle giovanili e usando atteggiamenti eccessivamente paternalistici, senza considerare che avevano a che fare con manager di una certa età e con una seniority elevata. Manager che, per parte loro, avevano bisogno di ben altro che di spinte adrenaliniche e veementi incitazioni per raggiungere l’obiettivo.

 

Sportivi nelle aziende: anche per loro è una questione di selezione

L’ex campione sportivo può comunque coltivare la sua aspirazione e diventare un buon coach, s’intende, ma deve prima spogliarsi dei suoi trofei e seguire un training specifico per acquisire le conoscenze, le abilità e gli strumenti funzionali alla performance che un coach deve possedere. Inoltre non sarebbe affatto male che abbia vissuto almeno un’esperienza reale in azienda prima di poter maturare la nuova professionalità.

Anche la funzione HR di un’azienda che entra in contatto con un professionista di questo tipo, senza timori reverenziali, prima di ingaggiarlo come coach dovrebbe aver cura di verificare che sul CV dello sportivo oltre ai trofei ci siano anche percorsi di sviluppo professionale, se vuole avere maggiori probabilità di ottenere dei risultati.

Il rischio a volte è che certe aziende si lascino affascinare da nuovi trend, seguendo la scia con lo scopo di ottenere visibilità, fare bella figura con gli stakeholders, oppure anche con l’autentico intento di offrire al personale qualcosa di speciale che inneschi degli effetti positivi sul posto di lavoro, ma senza una vera conoscenza dei pro e dei limiti di tali scelte. L’azienda committente, prima di scegliere lo sportivo per il fascino che suscita, deve chiarire a se stessa che cosa vuole ottenere in realtà, e in che tipo di progetto di sviluppo si inserisce la presenza di quello sportivo: motivazionale, ispiratore, acquisizione di un preciso mindset o di modelli e strategie comportamentali. Per fare questo deve conoscere il suo percorso, non solo di atleta ma anche personale, per trovare delle chiavi analogiche che permettano di farlo aderire alla realtà e alla cultura aziendale, e di passare dei messaggi importanti.

Ciò che risulta molto interessante di un’ex-atleta non sono i trofei vinti, ma la parte sconosciuta della sua vita, ovvero la storia umana che c’è dietro ogni sportivo di successo. Quella parte che lega il campione a ognuno di noi: tutto ciò che è umano e simile all’esperienza di un comune mortale, che si sbatte dalla mattina alla sera a volte chiedendosi il perché, e non trovando sempre risposte confortanti nell’ambiente di lavoro.

Trovo quindi che sia molto utile continuare a coltivare questo interessante connubio tra il mondo dello sport e quello aziendale, e che si possano generare interessanti benefici per tutti, ma senza chiedere troppo a un ex campione. E attenzione a non accettare con troppa faciloneria coach provenienti dal mondo dello sport: di sedicenti supereroi con cui combattere ogni giorno ne abbiamo già abbastanza.

 

Photo by NeONBRAND on Unsplash

Svolge dal 1996 al 2004 un’esperienza significativa in qualità di responsabile vendite e poi di Training Manager presso Crowe Italia, rappresentante italiano di Crowe Syndicate at Lloyd’s of London. Terminata l’esperienza aziendale diventa freelance ed esplora i temi legati alla formazione manageriale e ai processi di apprendimento per gli adulti avvicinandosi con curiosità a tutte le discipline e le metodologie utili allo scopo. Si certifica in PNL, approfondisce l’Intelligenza Emotiva e tutte le conoscenze derivate dalla psicologia e dalle neuroscienze integrandole e utilizzandole in ambito business e corporate. Si specializza nella formazione metaforica ed esperienziale in modalità indoor ed outdoor. Fonda nel 2013 Action Training Network società di consulenza e formazione con un approccio pragmatico e fondata sulla metodologia dell’action learning. In 15 anni di lavoro ha partecipato alla progettazione e realizzazione di numerosi programmi innovativi per lo sviluppo delle competenze nell’ambito delle risorse umane, confrontandosi con importanti aziende operanti in differenti settori di mercato. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

  • Alba Perani

    Ottima riflessione. La metafora sportiva ha impatto immediato ma va gestita con professionalità: così come non tutti gli HR possono diventare buoni trainer così non tutti i campioni sportivi hanno la sensibilità adatta ad intervenire sulle dinamiche aziendali. E qui sta nell’acume del responsabile formazione capire il valore di un intervento senza farsi abbagliare solo dalla luce della notorietà di un nome.

    • Danilo Carboni

      Grazie Alba per il contributo. Aggiungo che un coach professionista è abituato a dare spazio e far emergere l’altro o il gruppo sapendo quando rimanere sullo sfondo in una posizione non dominante. Un campione sportivo potrebbe non avere ‘allenato’ questa attitudine, più abituato a parlare di sé nelle testimonianze sportive, tende ad essere protagonista e a fare azione di spinta, anche quando non è funzionale farlo.

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