Reportage

Due bimbi dilettanti su skateboard.

Ue, dilettanti allo sbaraglio?

Il Parlamento Europeo va incontro a un cospicuo turnover: rischia di accogliere un'ondata di eurodeputati dilettanti che non ne conoscono i meccanismi.

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Il nuovo Parlamento europeo potrebbe trasformarsi in una mega-palestra per dilettanti allo sbaraglio, con tanti saluti alla professionalità, alla competenza e agli interessi di mezzo miliardo di cittadini dell’Unione? A prima vista, il rischio c’è. Almeno a giudicare da una recente stima, in base alla quale circa il 60% dei seggi del futuro Europarlamento sarà occupato da nuovi eletti; si “salverà” soltanto il restante 40% degli attuali eurodeputati.

 

VoteWatch, sentinella dell’Europarlamento

Se così fosse, si tratterebbe di un turnover senza precedenti. Lo ha valutato VoteWatch Europe, un’organizzazione indipendente con sede a Bruxelles: riunisce esperti, analisti e statistici, e dal 2009 esamina ciò che accade nei Paesi e nelle istituzioni dell’Ue, al netto di speculazioni politiche e di bufale mediatiche.

VoteWatch – per arrivare a quel risultato – ha raccolto i nomi dei candidati alle elezioni europee in tutta l’Unione e ha valutato chi potrebbe essere potenzialmente eletto. È probabile che i maggiori cambiamenti si verificheranno tra i deputati francesi (circa il 70% nuovi), rumeni (70% nuovi), spagnoli (68% nuovi) e polacchi (63% nuovi). Il tasso di sostituzione dovrebbe essere inferiore per Italia (56%), Germania (50%) o Regno Unito (50%). Quale sarà la conseguenza, secondo l’organizzazione? “Gran parte della memoria istituzionale del Parlamento europeo andrà persa”, perché molti dei deputati – che sono relatori, che hanno acquisito esperienza o hanno svolto ruoli di guida – saranno sostituiti. Se succedesse tra i dirigenti di una grande azienda sarebbe un bel problema.

 

Vincenzo Galasso: “I politici italiani sempre meno preparati”

Vincenzo Galasso, professore ordinario di Economia politica all’Università commerciale “Luigi Bocconi” di Milano, più che l’eventuale incompetenza di qualche singolo deputato teme un parlamento-patchwork, frammentato, incapace di decidere. Però ammette che anche la qualità dell’eletto può diventare un limite.

“In genere”, dice il professore a Senza Filtro, “non è poi così necessario che i parlamentari – a Bruxelles o a Roma – siano esperti di qualcosa. Anche perché gli argomenti sono i più vari. È necessario però che siano politici preparati. Durante la cosiddetta Prima Repubblica deputati e senatori erano soprattutto giuristi. Poi – con Berlusconi e anche con la Lega – il panorama è cambiato; sono arrivati anche rappresentanti di altre categorie. E dopo…”.

 

Un’altra rivoluzione?

Diciamo che è arrivato il M5S, che ha portato avanti un esperimento incredibile: poche competenze richieste, candidati scelti quasi per caso, spesso con uno scarso attaccamento alla politica.

Con quale risultato?

Quello che sta già capitando in Italia ne è un esempio. Io non sono tra coloro che pensano che un buon Ministro della Sanità debba essere un medico, per esempio. Però occorre avere una conoscenza delle istituzioni e degli ambiti decisionali – conoscenza che oggi non è così diffusa. Inoltre il parlamentare deve avere una classe dirigente con cui confrontarsi. Oggi siamo carenti anche qui, perlomeno in Italia.

E nel Parlamento europeo?

Per certi versi lì i meccanismi da comprendere sono ancora più complicati di quelli delle Camere italiane. Prende decisioni molto importanti, anche se a molti sembra quasi secondario. D’altra parte, una ricerca di qualche anno fa svelava che altri Paesi dell’Ue mandano a Bruxelles figure di grosso calibro insieme a giovani politici che hanno voglia di fare esperienza, mentre l’Italia manda i trombati della politica nazionale o gli anziani ai quali va riservato un posto da qualche parte. Quindi il problema non sta tanto nel fatto che nell’Europarlamento andrà gente nuova, quanto in ciò che riusciranno a capire e a esprimere.

Come vede il futuro?

Penso che sarebbe necessario decidere di più nell’ambito dell’Unione europea. Quindi dovrebbe avere meno peso il Consiglio europeo, dove sono presenti i capi di Stato o di governo dei Paesi dell’UE (con il presidente del Consiglio e quello della Commissione europea, N.d.R.), che fanno pesare troppo gli interessi nazionali del momento. Mentre dovrebbe acquisire più peso la Commissione europea, il braccio esecutivo e politicamente indipendente dell’Unione. In questo clima politico, segnato da populismi e sovranismi, rischia di accadere il contrario.

 

Nicola Lupo: “L’Europarlamento è più potente e importante di quanto si creda. Essere ben rappresentati è necessario”

Nicola Lupo, professore ordinario di Diritto delle assemblee elettive nella Libera Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli” (Luiss), non si meraviglia dei risultati della stima svolta da VoteWatch. “Non mi ha sorpreso”, spiega a Senza Filtro, “perché va nella direzione di quella che viene chiamata deistituzionalizzazione dei partiti. Il voto è volatile, non esiste più quello di appartenenza, si è perso l’aspetto ideologico”.

 

Però le conseguenze ci saranno. O no?

Sì. Perché con queste elezioni ci sarà probabilmente un avanzamento dei partiti eurocritici, mentre dovrebbero arretrare quelli europeisti. Prima le elezioni potevano provocare un aumento o una diminuzione dell’intensità con cui si procede sulla strada dell’integrazione europea. Oggi i risultati elettorali possono determinare anche un cambiamento di direzione. Io però sono fiducioso nei meccanismi dell’Unione.

In che modo?

Nell’Unione i tecnici hanno un peso molto maggiore rispetto a quello posseduto in Italia. C’è un esempio lampante: nelle riunioni del Consiglio dei Ministri italiani non c’è un tecnico, ne è esclusa la presenza; durante le riunioni del Consiglio europeo ci sono sempre, e intervengono molto.

L’arrivo del 60% di nuovi parlamentari non è un problema?

Certo, anche perché il Parlamento europeo è molto più potente e importante di quanto la gente sia portata a credere, con conseguenze dirette sulla vita di tutti noi. Però prima di tutto bisognerà verificare se ci sarà una maggioranza in grado di esprimere una Commissione europea forte. Semmai esiste per l’Italia un rischio serio, che non ha a che fare con la competenza.

Qual è il rischio?

L’Italia potrebbe avere meno rappresentanti ad alti livelli, perché – vista la nostra situazione politica – probabilmente non saremo in grado di ottenerne un numero sufficiente nei grandi gruppi parlamentari, dato che eleggeremo molti deputati euroscettici.

 

Vedremo. Di certo, sempre secondo una ricerca di VoteWatch divulgata a fine aprile, nella classifica dedicata ai cento parlamentari europei più influenti e capaci, in quest’ultima fase di legislatura, ci sono otto italiani, quasi tutti del Pd, su 76 parlamentari tricolori (in totale, gli eurodeputati sono 751). Nell’ordine sono Antonio Tajani (Fi/Ppe, presidente del Parlamento), Roberto Gualtieri (Pd/S&D), Nicola Danti (Pd/S&D), Fabio Massimo Castaldo (M5S), Patrizia Toia (Pd/S&D), Alessia Mosca (Pd/S&D), David Sassoli (Pd/S&D) e Mercedes Bresso (Pd/S&D). Otto sono pochi? Parrebbe di sì. Anche se siamo terzi come gruppo nazionale, tedeschi (21) e francesi (11) ci battono per numero di persone brave nel fare procedere la macchina europea. In compenso – con una partecipazione media all’attività parlamentare dell’87,13% – l’Italia è al 19° posto su 28 Paesi, nonostante le sedute siano assai meno rispetto a quelle del nostro Parlamento nazionale.

Capiremo presto se i nostri prossimi europarlamentari – più o meno alle prime armi – sapranno fare di meglio. O di peggio.

Nato a Genova nel 1958 e cresciuto alla Spezia, dopo un innamoramento per Medicina a Pavia, si è dedicato a Scienze politiche. Fa il giornalista dal 1982. Ha lavorato 16 anni all’Unità, dove è stato un inviato e ha seguito, tra l’altro, l’inchiesta “Mani Pulite”. Nel 2000 si è trasferito a Bari per lanciare il Corriere del Mezzogiorno, cronaca pugliese del Corriere della Sera. Dal 2007 è di nuovo a Milano: come caporedattore di City, quotidiano free press del gruppo Rcs, fino al 2012; poi come caposervizio del Settimanale Nuovo (Cairo editore). Da luglio 2018 fa il free lance. Ha un blog su IlFattoQuotidiano.it, collabora con i siti d’informazione Strisciarossa.it e Tessere.org, scrive per Millennium, mensile del Fatto Quotidiano. Tra i suoi libri, Sud Est. Vagabondaggi estivi di un settentrionale in Puglia (Palomar, Bari, 2006), e Lo strano caso di Federico II di Svevia. Un mito medievale nella cultura di massa (Palomar, Bari, 2008). La casa editrice Tessere (Firenze) nel 2019 ha pubblicato il suo libro "L’imperatore nel suo labirinto. Usi, abusi e riusi del mito di Federico II di Svevia", con prefazione e postfazione dei medievisti Giuseppe Sergi e Tommaso di Carpegna Falconieri. Nel 2019 gli è stato conferito ad Alezio (Lecce) il premio giornalistico ”Antonio Maglio”, giunto all’ottava edizione. [ Guarda tutti gli articoli ]

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