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Università: cosa cerca il lavoro, cosa cercano i giovani

Università: cosa cerca il lavoro, cosa cercano i giovani

Le lauree più frequentate e quelle più richieste nel 2021 al netto degli ultimi dati. Parliamo di università e lavoro dopo la pandemia con gli interventi dei docenti universitari Alberto De Toni e Cleto Corposanto.

Andrea Ballone

15 Ottobre 2021

Quello che le aziende non vogliono, i giovani scelgono: questo è quanto emerge dall’incrocio dei dati tra le ricerche di lavoro e le iscrizioni all’università.

È come se tra i due mondi che dovrebbero essere contigui ci fosse una barriera difficile da oltrepassare, che con il passare degli anni è diventata sempre più alta. Un anno e mezzo di pandemia ha profondamente modificato le esigenze del lavoro, ma i desiderata dei diplomati italiani continuano a muoversi su altri binari che sembrano lontani dalla realtà, come spesso segnalano gli stessi responsabili delle risorse umane delle aziende.

Secondo i dati forniti dal Censis sulle iscrizioni all’università i percorsi di studio dell’area economica-giuridica-sociale sono quelli che attraggono la quota maggioritaria di immatricolati (il 34%), seguiti dai percorsi STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) scelti dal 29,9% dei nuovi iscritti. Accolgono, infine, quote di studenti sotto la soglia del 20% l’area disciplinare sanitaria e agro-veterinaria (16,3%) e artistica-letteraria-insegnamento (19,8%). Quest’ultima, con il 77,7% di studentesse immatricolate, è l’area disciplinare con il tasso di femminilizzazione più elevato.

All’opposto, nell’area disciplinare STEM l’universo femminile è rappresentato da una quota che, pur incrementandosi di anno in anno, resta ancora minoritaria (il 39,4%). Il richiamo della finanza, nonostante nell’ultimo anno gli istituti di credito abbiano operato pesanti riduzioni e tagli, è ancora forte. Al contrario il mondo digitale sembra attrarre meno del dovuto i millennial, che pure sono la prima generazione di nativi digitali. Resiste ancora il fascino dell’avvocato, mentre quella del medico, complici anche i numeri chiusi delle università, è una professione che attira sempre meno studenti.

Le lauree che danno più lavoro nel 2021: cercasi medici, infermieri e informatici

Eppure il mondo delle professioni e dell’impresa manda segnali contrastanti. Da un’indagine svolta nel primo semestre del 2021 tra le agenzie per il lavoro risulta che il tipo di impiego più ricercato è quello di sviluppatore front end, cioè un programmatore specializzato nello sviluppo della parte esterna di siti e di applicazioni. I primi posti della classifica sono occupati dall’informatica (software engineer, java software engineer, project manager IT e digital, sistemisti e ingegneri di sistema).

Ci sono poi i sempreverdi progettisti meccanici e ingegneri elettromeccanici, e solo al settimo posto della graduatoria arrivano le professioni che hanno a che fare con l’area economico-sociale (account manager, responsabili rapporti commerciali, specialisti in e-commerce e responsabili amministrativi contabili), che è la più scelta dai ragazzi che si iscrivono all’università.

Se le agenzie per il lavoro rimandano un’immagine forse troppo legata alle dinamiche delle aziende private, i dati di Assolavoro non si differenziano molto. Se non per il primo posto, occupato dalle ricerche di infermieri qualificati, seguiti da tecnici di laboratorio, specialisti sanitari e medici, che sono professioni diventate tristemente d’attualità nel corso dell’ultimo anno e mezzo.

Prima di arrivare agli impieghi che provengono dall’area economico-sociale, ci sono i sempre presenti analisti software, sistemisti e tecnici di rete. Con una sintesi brutale si può dire che informatica e medicina siano i due campi che danno più lavoro, assieme a ingegneria e in generale all’insegnamento, che con la MAD (Messa a Disposizione) negli ultimi anni si è classificato come uno dei più importanti sbocchi lavorativi per molti laureati.

“Si studia tanto e si guadagna come gli altri”: così muoiono le facoltà scientifiche

«I corsi di laurea in materie sanitarie e scientifiche sono in media più impegnativi degli altri», spiega Alberto De Toni, ordinario di Ingegneria economico-gestionale presso l’Università degli Studi di Udine, «e quando i laureati arrivano nel mondo del lavoro non c’è una grande differenza nelle retribuzioni rispetto magari a un laureato in scienze della comunicazione. Poi c’è anche il grande tema legato all’educazione femminile, perché sono poche le donne che scelgono attività scientifiche. Non è una novità, sono ormai vent’anni che la situazione è questa. Anche perché l’Italia ha un limite culturale. Non dimentichiamoci che siamo il Paese che ha processato Galileo e dove c’è chi ha definito la scienza un grande libro di cucina. Abbiamo una cultura di fondo che predilige i licei e la formazione umanistica. Anche se in questi giorni abbiamo ricevuto un premio Nobel per la fisica».

Ma il problema potrebbe essere radicato nel profondo e nella stessa dimensione universitaria, che dovrebbe essere riformata e adeguata a tempi mutevoli come quelli che si stanno vivendo. «I limiti li ha senza dubbio l’università – spiega Cleto Corposanto, preside della facoltà di Sociologia di Catanzaro – perché è troppo lenta a recepire i mutamenti nella società. Mi chiedo se il fatto che oggi c’è la necessità di tanti informatici sia una condizione sufficiente perché l’università rimodelli il suo percorso formativo su quella che può rivelarsi una bolla e in base a un mercato del lavoro che cambia in modo rapido. La sfasatura sulla quale bisogna stare attenti è quella di un mercato del lavoro che va molto a ondate, a fronte di percorsi di studi che richiedano più tempi del dovuto. Da questa situazione si può uscire in due modi: da una parte ci vogliono studi molto attenti per provare a individuare le necessità formative nell’arco dei prossimi 15 anni, e non solo nell’immediato; dall’altro l’università deve lavorare in modo svincolato dal mercato del lavoro in senso stretto. Non significa che debba fare altre cose, ma che debba insegnare altro».

Cleto Corposanto, Preside della facoltà di Sociologia di Catanzaro. Photo credits: Domenico Grossi

Che cosa cercano i giovani dall’università?

Tuttavia non è detto che una volta tanto non siano i giovani davvero in anticipo sui tempi, e che stiano creando percorsi in grado di fornire loro una duttilità che si rivelerà utile in futuro.

«I dati – continua Corposanto – nascondono un altro aspetto, cioè che gli studenti cercano di orientarsi con una modalità di formazione generalista. La sociologia ad esempio è una disciplina complicata da inserire nel mercato del lavoro, ma risponde a una domanda formativa complessa. Il ruolo del sociologo comprende la capacità di valutare il clima organizzativo ed è spendibile in vari campi. Oggi molti giovani si iscrivono a filosofia perché i giovani ritengono l’apertura mentale una qualità che può essere loro utile nel mondo del lavoro. Il problema è capire che ruolo deve avere l’università. Se l’obiettivo è essere aderente al mercato del lavoro bisogna cambiare molte cose, e non è semplice perché molti dei lavori di oggi non ci saranno più, e tanti che arriveranno oggi non li conosciamo. Per provvedere a questi bisogni bisogna pensare a come saranno le città nel 2030, di che tipo di servizi necessiteranno. Tra dieci anni metà della gente lavorerà facendo cose delle quali oggi nemmeno conosciamo l’esistenza.»

Quello che è cambiato è anche l’approccio che molti ragazzi hanno con il mondo dell’università, ma soprattutto con la sfera lavorativa e professionale. «Da tempo l’università non rappresenta più un ascensore sociale, e di conseguenza in un’ipotetica scala di valori dei giovani ha una posizione diversa», spiega Corposanto. «Le generazioni precedenti avevano la realizzazione professionale come un’ambizione irrinunciabile, oggi le cose sono diverse. Si pensa prima a stare bene inteso in senso ampio, prima che alla sicurezza nel mondo del lavoro. Anche le scelte che riguardano il futuro dipendono da questo. Basti pensare che oggi nessuno più pensa ai fondi integrativi pensionistici, che fino a poco tempo fa attraevano anche i giovani».

L’articolo prende spunto dal panel “Competenze giovani o giovani competenze?”, che puoi seguire cliccando qui e qui.

Photo credits: quifinanza.it