Vittorino Andreoli: “I minori lavorano perché pagati poco e non perseguibili”

Dentro il fenomeno delle baby gang, acuito nel periodo post pandemico. Una conseguenza dell’abbandono scolastico e del lavoro minorile, ma non solo: riguarda anche le famiglie, la loro emarginazione, le loro necessità

Lo psichiatra Vittorino Andreoli

Il lavoro minorile e le gravi conseguenze che ne derivano sono una realtà sconvolgente che il mondo moderno si trova ad affrontare. Si tratta di un’ingiustizia commessa ai danni dei minori: il loro sfruttamento li depaupera dell’infanzia, con adolescenti costretti a fronteggiare a una realtà violenta, dove la mancanza di istruzione, e in alcuni casi persino il coinvolgimento in attività criminali perpetrate da bande giovanili, fanno da basi per la loro crescita.

Il lavoro minorile è una triste verità che persiste anche – ma non solo – nel nostro Paese, nonostante ci siano leggi e trattati internazionali predisposti a vietarlo. Ma questo sembra non bastare. La fotografia post pandemica racconta che in Italia 1 minore su 15 è coinvolto in una qualche forma di lavoro. Una cruda statistica che mette in luce un sistema che non riesce a proteggere i più vulnerabili e a garantire loro un futuro dignitoso: si stima che 336.000 minorenni tra i 7 e i 15 anni abbiano avuto esperienze di lavoro continuative, saltuarie o occasionali – il 6,8% della popolazione di quell’età.

Un numero significativo (27,8%) ha svolto lavori a danno della sua istruzione, ma anche del suo benessere fisico e mentale. Lavori che hanno avuto luogo, in maniera costante, durante il periodo scolastico, alcuni di notte, ritenuti pericolosi dai ragazzi stessi. Si stima che circa 58.000 adolescenti siano coinvolti in queste attività. Le occupazioni che hanno visto minori coinvolti sono: i ristoranti (25,9%), i negozi al dettaglio (16,2%), le aziende agricole (9,1%), i cantieri (7,8%), l’assistenza ai fratelli o ai parenti (7,3%) e le nuove forme di lavoro online, come la creazione di contenuti per i social media o i videogiochi, o la rivendita di scarpe, smartphone e sigarette elettroniche. Più della metà dei bambini lavora ogni giorno o alcune volte a settimana, e circa la metà lavora per più di quattro ore al giorno.

L’indagine mostra anche che quasi 1 adolescente su 5 di età compresa tra i 14 e i 15 anni lavora prima dell’età legale consentita (16 anni). I ragazzi che iniziano a lavorare molto presto subiscono effetti negativi sullo sviluppo e sul loro percorso di studio. L’abbandono scolastico è una conseguenza primaria, che porta con sé problematiche a lungo termine che vanno dalla mancata istruzione alla limitazione di tutte le opportunità di crescita e di lavori qualificati per i minori, creando un ciclo di povertà ed emarginazione.

Lavoro minorile, abbandono scolastico e la tentazione delle baby gang

Il lavoro minorile comporta rischi per la salute e il benessere, ritardando lo sviluppo sociale ed emotivo. Purtroppo il fenomeno può dare vita a un ciclo intergenerazionale, rendendo difficile spezzare il legame tra povertà ed emarginazione. Le Regioni più colpite sono quelle del Mezzogiorno d’Italia; Campania, Sicilia, Calabria e Puglia hanno affrontato una maggiore incidenza riguardo a queste problematiche. Queste Regioni sono state spesso caratterizzate da un insieme di fattori come povertà, disoccupazione, mancanza di infrastrutture educative e sociali adeguate, nonché problemi legati alla criminalità organizzata.

Un dato importante si riscontra nel post pandemia. L’insorgenza della crisi economica di questi anni ha portato alla chiusura di molte aziende, riducendo le opportunità di lavoro; questo ha fatto sì che molti ragazzi, per aiutare le famiglie dove uno o più adulti vivevano il dramma della disoccupazione, sono andati a lavorare, accettando lavori sottopagati e pericolosi. La pandemia ha portato anche un aumento dell’abbandono scolastico: le scuole sono state chiuse, l’istruzione regolare di milioni di studenti in tutto il mondo, e quindi anche in Italia, è stata interrotta.

Questo problema ne ha generati altri; durante e dopo il periodo dell’emergenza sanitaria sono aumentate le baby gang. Senza una supervisione adeguata e con meno opportunità di divertirsi e socializzare, diversi giovani ne sono stati attratti come da un modello di appartenenza. Una situazione preoccupante, questa, che richiede risposte immediate.

In questo contesto così difficile molto fanno le associazioni di volontariato, come quella di Fondazione di Comunità San Gennaro, a Napoli, che organizza laboratori che coinvolgono i minori a rischio. A raccontarcelo è Claudio Menna, fotoreporter, insegnante di fotografia presso Magazzini Fotografici, che ha realizzato dei corsi di fotografia presso la fondazione, coinvolgendo adolescenti provenienti dal Rione Sanità di Napoli e dando vita a progetti che hanno visto la partecipazione di minori di età compresa tra i 7 e i 14 anni.

“I laboratori hanno permesso a questi ragazzi innanzitutto di essere coinvolti in attività extrascolastiche che non prevedevano lo stare in mezzo alla strada senza far nulla, e poi di comunicare attraverso un mezzo – quello della macchina fotografica – del tutto estraneo alle loro consuetudini. Si sono aperti al mondo esterno utilizzando solo il filtro dell’obiettivo. Ricordo l’entusiasmo nei loro occhi, la voglia di far domande, di capire oltre un semplice ‘guardare’ cosa ci fosse. Queste attività hanno permesso di credere ed anche di sperare che ci fossero delle alternative. Alternative che alcuni di loro hanno sfruttato. Ricordo un ragazzo, C. con una storia famigliare molto particolare alle spalle, che quando era minorenne ha frequentato uno di questi laboratori di fotografia. Gli si è aperto un mondo, ha continuato le scuole, a dispetto di quello che poteva essere il suo futuro per certi versi già tracciato; diplomatosi alle scuole superiori, non ha abbandonato la passione per la fotografia. L’ho rincontrato nel suo quartiere mentre stava scattando in occasione dei festeggiamenti dello scudetto del Napoli”.

Vittorino Andreoli: “Il lavoro minorile ha effetti psicologici distruttivi: i minori si percepiscono in maniera errata”

“Parlare di lavoro minorile, oggi come ieri, non è un’espressione felice, perché ci si aspetta che i minori frequentino la scuola con l’unica preoccupazione che è quella dello studio, coinvolti in tutte le attività che provvedono al loro benessere e alla loro crescita”, specifica il professor Vittorino Andreoli, psichiatra, raggiunto da SenzaFiltro.

Questa, però, è una realtà tangibile e come tale non deve essere negata. Ma perché esiste il lavoro minorile? “Per diversi motivi”, risponde il professor Andreoli. “Il primo è perché i minori in queste attività possono essere pagati poco. In secondo luogo, in qualsiasi attività lavorativa, i minori coinvolti non sono perseguibili penalmente e amministrativamente; dunque possono svolgere anche lavori contro legge, perché non hanno nessun limite”.

Costretti a lavorare in condizioni disumane, privati del diritto all’educazione e alla gioia di vivere l’infanzia, i minori restano spesso invisibili agli occhi di molti, ma le cicatrici che portano con sé, sia emotive che fisiche, sono difficili da debellare.

“Il minore che lavora subisce degli effetti psicologici distruttivi”, sottolinea lo psichiatra, “perché non solo si differenzia dagli altri non andando a scuola, quindi vive su di sé un senso di frustrazione e di emarginazione profondo, ma inizia a percepire il lavoro in maniera errata, lo vive come qualcosa di illegale, dove si è sottopagati, ma soprattutto non ha imparato le attività lavorative che svolge, quindi non ha nessuna preparazione. Ne consegue che, anche a livello cognitivo, il percorso che ognuno di loro per natura dovrebbe seguire viene interrotto, perché viene a mancare il percorso educativo, quello che di solito dà la scuola. Ma non solo: quello dove si deve insegnare a vivere in una società molto complicata com’è quella attuale”.

“Il lavoro minorile – continua Andreoli – influenza la percezione del sé in maniera errata, perché il minore ha una cognizione del mondo sbagliata. Lo percepisce come qualcosa di osceno. Da una parte c’è la scuola, definita come meraviglia, ma loro non vi partecipano; dall’altra il lavoro, che viene visto solo come una modalità per prendere qualche denaro, dal quale non sono attratti anche perché, il più delle volte, li riduce in una condizione di schiavismo”.

L’abbandono scolastico è una conseguenza inevitabile. Molti di loro sono costretti a sacrificare il loro futuro per contribuire al sostentamento famigliare, e finiscono vittime di organizzazioni spietate che li sfruttano senza pietà. Ma quanto incide la famiglia per questi minori?

Incide. Ma qui c’è da fare un discorso a priori”, continua Andreoli. “Se già la famiglia è emarginata, allora tenderà a utilizzare il figlio – che ricordiamo, non può essere perseguito dalla legge – per il sostentamento della famiglia stessa. Certo che la responsabilità famigliare esiste, ma se il nucleo famigliare vive nell’emarginazione, chi dovrebbe essere la perfetta educatrice? Bisognerebbe creare un welfare per tutte quelle famiglie che, avendo dei figli, non riescono a provvedere al loro sostentamento. Le famiglie a mio avviso non dovrebbero mai essere messe nel limbo dell’emarginazione. Quelle che devono allevare dei figli devono essere sostenute, e non messe nelle condizioni di aver bisogno del lavoro contro legge dei figli, per vivere”.

C’è bisogno di coinvolgere le istituzioni, le organizzazioni non governative e tutta la società civile per cercare di arginare in maniera efficace questo problema. Per garantire un futuro migliore ai bambini, e ai futuri adulti, in tutto il Paese.

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