Il futuro del lavoro non è troppo lontano, ma le innovazioni tecnologiche lo fanno sembrare un altrove incommensurabile. Proviamo a ritrarlo con lo strumento della narrativa, trasformando in storie le analisi più lucide e affidabili sull’evoluzione professionale: quattro racconti come quattro stagioni del domani, raccolti in feuilleton digitali a firma di Angela Deganis. Ecco il primo.
Spazio 2049, pianeta Terra, primavera.
In un vecchio ologramma disponibile su Channel 5, dietro le panchine di piazzale Loreto, all’ombra di un innesto artificiale tra una quercia e un pino, puoi ancora consultare vecchi I Ching e ottenere, come antichi biscotti della fortuna, responsi sul tuo avvenire.
Ci vanno le donne della Seconda Coorte di Elon, quando finiscono le loro delicatissime operazioni di sutura di pensiero per il SNSPA, il Servizio Nazionale di Supporto Psiche Attiva, e hanno bisogno di un momento di svago.
E ci vanno alcuni bambini annoiati dalla loro intelligenza compilativa, sfuggendo alle loro dade elettriche, tra una pozzanghera al profumo di gelsomino geneticamente modificato e un Cobot da passeggio.
Talvolta vecchi signori in frac si aggirano attorno all’ologramma con aria di sfida, incuranti del tempo che passa. Quello ce l’hanno in abbondanza, complice la tecnologia generativa Crono e i principi di biomanifattura rigenerativa applicata all’essere umano che il sistema interstellare Codex non è ancora riuscito a regolare, in una rincorsa all’innovazione che non ha fine e a cui noi cittadini della galassia siamo ormai abituati.
A uno di questi signori pensava l’altro giorno Elena, nel suo studio al venticinquesimo piano. Lì, sul patio fiorito, esposta alla brezza artificiale dei sistemi di ventilazione della facciata biologica dell’edificio, attorniata da un mare verde di colori – quelli dei grattacieli ricoperti da vegetazione, orti urbani e fiori fucsia e gialli del pianeta di Xaron – Elena ripensava al nonno Vito, Vito Valli, capo del dipartimento di manutenzione critica idrologica del settore cittadino Uranio che, quand’era bambina, la portava in visita al vecchio oracolo. Una tradizione di famiglia.
“Cosa farò da grande?” aveva chiesto Elena all’ologramma, già allora ingiallito, all’età di quattro anni, aprendo il suo cuore a un’immagine sfuocata e termoregolando la propria tutina azzurra per nascondere l’imbarazzo e l’emozione.
Da allora molte cose sono cambiate. Dismessa la tuta atletica e i sogni di gloria sportiva, Elena si è laureata in Sistemi cognitivi e design della collaborazione all’Università onlife di Bologna, mentre il mondo assumeva esponenzialmente nuove forme, popolato sempre più da robot umanoidi, impiegati nell’assistenza agli anziani e nell’agricoltura di precisione verticale nelle città, e Cobot, esecutori minuziosi di Made in Italy, tassati in tempo reale in base al tasso di disoccupazione locale.
Tendiamo a dimenticarcene. Nel 2049 il progresso tecnologico ha cambiato del tutto l’assetto del mondo professionale con la soppressione di 92 milioni di posti di lavoro a vantaggio di nuovi ruoli e nuove mansioni, come i Curatori di Eredità Digitale e gli Ingegneri di Sintesi Bio-Robotica. Elena si ricorda bene i racconti di nonno Vito, la guerriglia sociale, le barricate in strada, le molotov contro la polizia di stato e contro i Robocop, con i disoccupati allocati in baraccopoli nelle periferie delle città. Esperti in amministrazione, logistica, contabilità di base e produzione lineare, grafici e creativi, tutti senza una scrivania da un giorno all’altro. Elena si ricorda bene gli hackeraggi al sistema, i black out energetici, l’assenza di cibo e le raccolte fondi della brava gente di Minneapolis che non portavano a nulla, se non a picchi di esacerbazione massimi e al moltiplicarsi di casi di depressione.
Anni difficili, anni complessi, anni che non ci sono più. Oggi il Reddito di Contribuzione Universale, un sussidio alla partecipazione ad attività di utilità sociale e apprendimento continuo del singolo, ha messo fine agli attriti sociali, mentre il regolatorio, altro settore in dura crisi di adeguatezza, ha adottato la “Legislazione Algoritmica”, norme che si auto-aggiornano in base ai dati in tempo reale.
C’è ancora tanta fragilità nell’aria.
In un mercato dominato da turismo esperienziale immersivo, rigenerazione biologica dei materiali e manutenzione delle infrastrutture per il recupero di materie prime indispensabili per la vita dell’umano sulla Terra, come energia e acqua, in un mondo in cui il concetto di ufficio è del tutto obsoleto, Elena ha deciso di diventare Orchestratrice di Flussi Algoritmici, un lavoro delicato di educazione della macchina e moderazione delle sue azioni.
Ogni giorno, nel suo studio al venticinquesimo piano, consulta di primo mattino la sua dashboard di flotta, mentre sorseggia in un bicchiere di bioplastica termica un tè matcha sintetico arricchito con micro-dosi di caffeina incapsulata e L-teanina. Grazie ai sensori che Elena porta sulla tempia, il drink interagisce con il suo metabolismo, e se rileva un calo di attenzione attiva il rilascio dei principi attivi nel sistema digestivo.
Uno dei clienti più illustri di Elena, Old Habits, multinazionale del design, le ha commissionato la gestione del progetto di ideazione di un nuovo prototipo di sedia ecosostenibile.
Elena apre la dashboard dove dodici agenti IA hanno individuato nel corso della notte 500 varianti del prototipo, analizzato i costi dei materiali in tempo reale e pre-negoziato i contratti con i fornitori in Vietnam e Brasile.
Il monitoraggio di Elena è fondamentale. Un’IA ha segnalato un potenziale bias: il fornitore di legno di bambù ha una certificazione che scade tra tre mesi e Elena deve decidere se autorizzare l’acquisto o cambiare fornitore, valutando l’impatto sulla logistica di trasporti gestita da droni.
È suo il compito di istruire il nuovo modello di IA specializzato nel gusto estetico italiano del dopoguerra, caricando bozzetti storici e correggendo le interpretazioni del software, ed è suo dovere rimanere sempre aggiornata sul fronte normativo.
Tempo di sgranocchiare un Bio-Cube croccante, uno snack di shiso, rucola selvatica e crescione, micro-vegetali idroponici compressi a freddo con una gelatina di alghe elettrolitiche: tra qualche minuto Elena inizia un modulo di micro-apprendimento su una nuova normativa europea sulla privacy dei dati sintetici.
La giornata lavorativa di Elena è finita. Esce sul patio fiorito al venticinquesimo piano, con in mano un calice di Bio Spritz, un cocktail di alcol sintetico con arancia rossa bioingegnerizzata e clorofilla edibile che Elena adora. Le ricorda la sabbia, il sole e le estati in Sicilia col nonno.
Attorniata da un mare verde di colori, all’imbrunire della sera ripensa a quella bambina di quattro anni, alla sua tutina azzurra e a quegli occhi sgranati sull’ologramma.
“Cosa farò da grande?”
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