Nel 2022 Bailey ha firmato con Ivan Rajic un rapporto per il centro di ricerca UK In A Changing Europe, intitolato Manufacturing after Brexit (“L’industria manifatturiera dopo la Brexit”). Già allora le esportazioni e le importazioni con l’Unione risultavano circa il 15% più basse rispetto a uno scenario senza Brexit. Quasi cinque anni dopo, gli chiedo se quella traiettoria si sia invertita: «No, è continuata. La Brexit ha agito da freno sulla crescita».
A pagare di più sono state le piccole imprese, schiacciate dalle cosiddette barriere non tariffarie, ovvero dichiarazioni doganali, certificati d’origine, controlli alla frontiera. «Alcune aziende hanno ridotto la gamma di prodotti che esportano, altre si sono ritirate del tutto dal mercato europeo» spiega Bailey. «Dentro l’UE avevamo un’integrazione dei mercati e delle catene di fornitura. Abbiamo visto una disintegrazione».
Bailey vive a Birmingham, e ricorda bene una visita di dieci anni fa a un fornitore di componenti per auto, non lontano da casa sua. «I cartelli erano in polacco, perché tantissimi operai venivano dalla Polonia. Oggi non è più così».
Con la fine della libera circolazione, il 31 dicembre 2020, le aziende britanniche hanno perso il bacino di manodopera da cui avevano attinto per quindici anni. Nell’industria alimentare quasi un lavoratore su tre veniva da un Paese dell’Unione. Nell’automotive la media era tra il 7 e il 10%, ma in alcune aziende arrivava al 30%. Anche nell’import-export abbiamo assistito a un controesodo: tra giugno 2019 e giugno 2020 hanno lasciato il Regno Unito 14.000 camionisti europei.
Il nuovo sistema migratorio a punti funziona per chi supera le soglie di stipendio richieste per il visto, che in un’azienda sono ingegneri, progettisti e manager, e non chi svolge mansioni di assemblaggio, per esempio. Le aziende, spiega Bailey, hanno dovuto scegliere se lavorare con meno persone, cercare e formare lavoratori britannici, oppure sostituire gli operai con le macchine.
Questo era uno dei punti cardine della campagna per il Leave: meno manodopera straniera a basso costo, più formazione per i britannici, salari più alti. A Bailey chiedo se tutto questo si sia avverato; segue un momento di silenzio che mi fa intendere che solo il fatto che ne stiamo parlando mi potrebbe bastare come risposta.
«Il problema è che Boris Johnson e altri davano per scontato che sarebbe successo automaticamente. Invece serviva una politica industriale, e il governo non l’aveva». Il governo laburista attuale ne ha presentata una, ma Bailey resta prudente. Resta da capire chi farà davvero la formazione, se le istituzioni regionali o il governo centrale di Londra, mi dice.
Nel frattempo l’immigrazione non è calata, anzi. Secondo l’ONS, l’Ufficio nazionale di statistica, il saldo migratorio ha raggiunto il massimo storico nell’anno concluso a marzo 2023, con 944.000 persone. Prima del referendum la media era tra 200.000 e 300.000.
«Probabilmente non è quello che si aspettava chi ha votato per Brexit» osserva Bailey.
Gli arrivi però non riguardavano le fabbriche. Dal 2022 gli europei che lasciano il Paese sono più di quelli che arrivano. Sono cresciuti invece i visti per lavoratori extraeuropei (principalmente ex colonie inglesi, come India e Nigeria), soprattutto nell’assistenza agli anziani e nella sanità. Poi i numeri sono scesi e nel 2025 si è tornati ai livelli pre-Brexit, ma la composizione è molto diversa: oggi arrivano molte più persone da fuori Europa e molte meno dall’Europa.
Dieci anni dopo il referendum, il Regno Unito ha accolto più immigrati di prima. L’industria però ha perso i lavoratori europei, e non li ha sostituiti.