Il lavoro uccide per 40 euro al giorno

Emanuele Pisano, 34 anni, è morto il 9 giugno 2023 cadendo da una pensilina  ad Altavilla Irpina: era apprendista in un cantiere e provava a dare un futuro alla figlia. A distanza di quasi tre anni, cosa resta della sua storia nelle parole del fratello Martino

15.02.2026
Emanuele Pisano, morto in cantiere: un caschetto con uno striscione contro le morti sul lavoro

Un giorno esci di casa poco prima delle 7 per andare in cantiere, con l’aria di giugno che preannuncia l’arrivo dell’estate, sali su una pensilina metallica, e alle 10 la tua vita si interrompe per sempre.

Siamo nel 2023, è il 9 giugno ed Emanuele Pisano ha 34 anni; vive a San Martino Valle Caudina (poco meno di 5.000 abitanti) e lavora ad Altavilla Irpina, entrambi provincia di Avellino. Ogni mattina percorre 15 chilometri per andare nel cantiere di una piscina comunale a “faticare” – come si dice da quelle parti – per 40 euro al giorno: inizia alle 7 per finire alle 18, con in mezzo giusto un’ora di pausa pranzo. Giornate che, come racconta il fratello Martino, Emanuele mette in fila l’una dietro l’altra, lavorando come tirocinante, per provare a dare una vita migliore alla figlia di tre anni Rayssa.

È in quel cantiere che perde la vita: cade da un’altezza di tre metri, colpito da una trave mentre svita i bulloni che assicurano una pesante capriata alla struttura portante.

Una tragica normalità: come si muore sul lavoro, oggi

“Morire di lavoro è diventata la normalità, eppure ti viene strappata una persona così, all’improvviso: esce di casa e non torna più. Noi pensavamo fosse sicuro lavorare in quel cantiere. Non sapevamo con precisione di cosa si occupasse, solo che lavorava per un’azienda che aveva ricevuto l’appalto da un’altra per smantellare la piscina comunale per conto del Comune di Altavilla Irpina”.

Sono queste le prime parole che Martino Pisano, fratello di Emanuele, mi dice non appena ci “incontriamo” via Google Meet, qualche sera prima di Natale. Che questo articolo esca il 15 febbraio non è un caso: per ricordarlo, su richiesta di Martino, abbiamo scelto il giorno in cui Emanuele avrebbe compiuto 37 anni. Perché quando qualcuno perde la vita mentre sta “solo” lavorando, quello che resta (come abbiamo spesso raccontato nel reportage Chi resta dei morti sul lavoro) sono le parole.

Parole cui aggrapparsi con insistenza e da pronunciare ad alta voce per far uscire il dolore dalle case. Parole per capire cosa è successo e ottenere giustizia, ma anche per trattenere i ricordi e impedire che le persone, i sogni infranti e i sacrifici vengano etichettati in modo frettoloso con un’altra parola: “incidente”. Come se non si potesse evitare.

Chi era Emanuele Pisano, morto sul lavoro a 34 anni

Gli occhi di Martino si illuminano mentre descrive il fratello: “Era un ragazzo normale come tutti, cui piaceva uscire, vivere. È cambiato tanto quando ha avuto la figlia: aveva come unico obiettivo quello di farla stare bene. La bambina abitava con la nonna materna da quando la madre era andata a lavorare fuori Regione. Si sono quasi subito separati e mio fratello si è concentrato nel far crescere Rayssa: l’andava a trovare ogni sera e trascorreva con lei ogni fine settimana. Lavorava tanto solo per darle un futuro, ecco perché era in quel cantiere”.

Una foto di Emanuele Pisano con sua figlia Rayssa
Una foto di Emanuele Pisano con sua figlia Rayssa

Emanuele era arrivato lì dopo aver fatto tanti lavori, come succede spesso ai giovani del Sud che scelgono di restare: nei bar, come bracciante agricolo, in nero per mesi. Poi, nel maggio di quell’anno, Martino racconta che suo fratello era stato “regolarizzato dall’IVR Service con un apprendistato

L’azienda, come emerge dalla relazione tecnica del perito Vincenzo de Orsi, commissionata da Martino e dalla madre, non era l’unica a operare all’interno del cantiere: “Tutto parte dalla ditta di Antonio Parrella”, spiega Martino, “che ha vinto la gara per il rifacimento della piscina comunale e che affida all’IVR Service, con titolare e unico addetto Ivan Varrecchia, lo smontaggio e il recupero della copertura in ferro. C’è poi la Co.Ge.Par. S.R.L., a cui spetta il compito di portare a terra il materiale”.

Tre aziende, zero sicurezza. Così muoiono gli operai

Nonostante tre aziende all’interno di un cantiere, Martino sostiene che la sicurezza fosse stata trascurata: “Per Emanuele era la prima volta nel campo dell’edilizia, ma non ha fatto nessun corso di formazione né tantomeno le visite mediche. Inoltre è stato messo a lavorare senza un tutor, nonostante fosse un tirocinante”. E, come si scoprirà in seguito, nel cantiere erano assenti dispositivi e misure di sicurezza.

Emanuele, peraltro, conosceva da tempo i suoi datori di lavoro, così come Martino: “Il paese è piccolo e ci conosciamo tutti. Ivan e il padre Raffaele (dipendente della Co.Ge.Par., N.d.R.) hanno sempre trattato il legno, non li avevo mai visti prendere lavori del genere. Quanto a mio fratello, mi diceva che si sentiva sfruttato, ma doveva andare avanti per la figlia. L’avevo pregato di lasciare tutto, gli dicevo: ‘Andiamocene a Salerno’. Lui mi rassicurava: ‘Aspettiamo che arrivi fine mese, prendo la disoccupazione come bracciante agricolo e ce ne andiamo’. Ci eravamo molto riavvicinati, quando anche io mi ero separato, e pensavamo a un futuro insieme”.

La telefonata e l’arrivo in cantiere: “Un incidente”

La mattina in cui Emanuele è morto, Martino ha ricevuto una telefonata proprio da Raffaele Varrecchia: “‘Marti, corri”, mi dice, “che Emanuele si è fatto male, gli è caduta una trave in testa’. Ho provato a saperne di più, ma non ho scoperto altro. Mentre cercavo di raggiungere il cantiere, nutrivo ancora qualche speranza che fosse vivo. Eppure, quando sono arrivato in cantiere e ho visto le autoambulanze a fari spenti, ho avuto una strana sensazione. Sono entrato e ho visto una trave appoggiata per terra, ma non mio fratello. Non capivo dov’era, non mi hanno fatto avvicinare; ho cercato di capire la dinamica e Raffaele mi ha detto: ‘Noi stavamo smontando, si è girato il gruista e ho visto tuo fratello per terra’. Mio fratello noi non l’abbiamo neanche potuto vedere: aveva il cranio fracassato e all’interno è stato trovato di tutto”. 

Martino racconta che, in quei minuti, tutto era stato ridotto a una parola sola, “incidente”, che rischiava di mettere un punto dove, per loro, non c’era ancora nulla di chiaro. È quando ha provato a rimettere insieme i pezzi e ha controllato il telefono del fratello, dopo lo choc iniziale, che ha iniziato a rendersi conto di molte cose. 

“Ho trovato dei video del giorno prima in cui stavano smontando la copertura e non c’era nessun tipo di sicurezza. Non lo dico solo io: lo dice anche l’ASL che ha effettuato il sopralluogo”. Ma non solo: Martino si è accorto che qualcosa mancava dalla chat di gruppo dove organizzavano il lavoro. 

Un amministratore ha cancellato un video alle 9.33 di quella mattina, e l’incidente era già avvenuto”.

Le "morti bianche" si lavano in famiglia

Da quel momento, per Martino, per la sorella Anna e per la madre Rosalia, il dopo non è stato solo dolore profondo per una perdita incolmabile, ma si è trasformato in un inferno per scoprire, capire; entrare in un mondo – quello dell’edilizia – che conoscono a malapena. Hanno cercato documenti e risposte, scelto un consulente tecnico di parte per leggere gli atti e contestare le ricostruzioni, e continuato a parlare con chiunque per evitare che la storia finisse nel silenzio.

Nel loro racconto, e nella relazione tecnica commissionata dalla famiglia, la dinamica non è quella di un “incidente” inevitabile: Emanuele quel mattino era sulla pensilina a sbullonare la capriata, la struttura non sarebbe stata messa a piombo e quindi non sarebbe stata in equilibrio. Durante la movimentazione, avrebbe avuto un movimento rototraslatorio improvviso, che avrebbe poi portato all’urto e alla caduta.

In parallelo,  hanno seguito ogni passaggio che riguarda il cantiere: chi c’era, con quali ruoli, che cosa mancava sul piano della sicurezza e che cosa, secondo loro, è rimasto fuori dalla ricostruzione. Martino racconta che nel luglio 2024 il cantiere è stato dissequestrato, dopo circa un anno di fermo, e che la piscina è quasi pronta. “Sarebbe bello fosse intitolata a lui, così la gente potrebbe ricordarlo” dice.

Racconta anche che la perizia del consulente nominato dal PM, attesa entro la scadenza delle indagini nel febbraio 2025, è stata depositata solo un mese dopo, e che i famigliari hanno presentato querela per “quell’assurdo ritardo, per noi è omissione di atti d’ufficio”.

Sul piano giudiziario, al momento il processo penale è nelle fasi iniziali. Nel frattempo la famiglia si è costituita parte civile. Un’udienza è fissata per il 6 marzo, in cui i famigliari chiedono di affrontare la responsabilità civile e la questione assicurativa: vogliono che vengano chiamati a rispondere i soggetti legati al cantiere e al mezzo utilizzato, così come il Comune di Altavilla Irpina.

"Possiamo contare solo su noi stessi"

Ma al di là delle aule giudiziarie, fondamentali per stabilire la verità e le responsabilità, c’è un’altra parte della storia che non entra nei fascicoli.

È ciò che resta: una madre che non si dà pace, una figlia che cresce con un’assenza che nessuna sentenza potrà colmare, che continua a disegnare il padre, a chiedere di lui, e che non può più ascoltare la canzone Supereroi perché glielo ricorda troppo. Restano una sorella, Anna, e un fratello, Martino, che continuano a lottare per dare risposte alla nipote e anche a loro stessi. Una battaglia che spesso portano avanti partecipando a dibattiti insieme all’ANMIL (Associazione Nazionale fra lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro), perché di lavoro “no, non si può morire, e ci vuole la giusta informazione”. 

Una battaglia che spesso può poggiare solo sulle loro forze: “Mi piacerebbe ci fosse più collaborazione e partecipazione, anche da parte della gente del paese” dice Martino senza nascondere l’amarezza. “E invece è come se mio fratello fosse un oggetto e non una persona, come se non fosse nato qui. Spesso mi chiedono perché sto facendo tutto questo, e anche se lo so, il perché, a volte mi sento molto stanco e penso che non dovremmo essere noi a portare avanti tutto. Ma se non lo fai tu, se non lo fa la tua famiglia, non lo fa nessuno”.

 

 

 

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Photo credits: hashtagsicilia.it

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