L’appello a un’Europa più forte è condivisibile, ma suona quasi paradossale per due motivi:
Il secondo motivo è che ancora una volta non si affronta il nodo di come le politiche europee abbiano, in passato, favorito la concorrenza interna tra Stati membri proprio sul costo del lavoro. La vis polemica sorge spontanea: è facile invocare “cambiamenti radicali” quando non si esplicita chi ne pagherà il conto. Il rischio è che, ancora una volta, la competitività del “sistema Paese” venga perseguita comprimendo i diritti e il potere d’acquisto di chi lavora. Un discorso da banchiere centrale, forse, ma non da statista attento all’intera società.
Ma il gesso sulla lavagna del prof. Draghi stride brutalmente quando esprime concetti come “ricostruzione” o “debito buono“. C’è da chiedersi dove trovi il coraggio. O se non si rende conto di che autunno ci sia alle porte: un autunno in cui dovremo garantire all’America i frutti della insostenibile trattativa con Trump, fatta di dazi, investimenti in armamenti e produzione conto terzi.
Nel discorso di Draghi, il lavoro appare come una conseguenza quasi automatica della crescita economica: si investe, si produce e, di conseguenza, si assume. Questa visione, tipica di un approccio teorico, ignora però che decenni di storia recente hanno dimostrato oltre ogni dubbio come la crescita, da sola, non sia affatto garanzia di buona occupazione. Anzi, spesso si è tradotta in un aumento della precarietà e in una compressione dei salari.
Non è una mia opinione: basta guardarci intorno, se non addirittura in casa nostra. Il discorso draghiano non affronta il nodo cruciale della qualità del lavoro, limitandosi a un generico appello alla “qualificazione” dei giovani (che stanno sempre bene su tutto), senza indicare quali politiche attive siano necessarie per creare posti stabili e ben retribuiti.