Draghi a Rimini: la grande illusione della “crescita” senza lavoro

Al Meeting organizzato da Comunione e Liberazione l’ex presidente della BCE ha tenuto un discorso tutto orientato alla competitività dell’UE, senza però mai considerarne le ricadute sociali: per il lavoro c’è posto solo come sacrificio sull’altare della flessibilità

Mario Draghi a Rimini

Dal palco del Meeting di Rimini, Mario Draghi lancia il suo consueto e autorevole monito all’Europa e all’Italia: “Senza un “cambiamento radicale” focalizzato sulla competitività, siamo destinati al declino”. L’ex premier ha sottolineato la necessità di riforme strutturali per aumentare la produttività, di maggiori investimenti strategici e di un’Unione europea più integrata e capace di decidere in modo rapido.

Un discorso “di alto profilo”, come hanno riportato tutti i giornali, scimmiottando un mantra che insegue Draghi fin dai tempi della staffetta con il Governo Conte e ancora immediatamente dopo, durante le elezioni presidenziali in cui stuoli di lacchè, cercando il personaggio autorevole, strizzavano l’occhio nella sua direzione – intercettata, come sappiamo, dal povero Mattarella, che aveva già un piede sul furgone del trasloco.

Nel discorso di apertura al Meeting di Rimini, il Festival nato con l’intento di “unire i popoli” e che negli anni si è trasformato nella réclame della peggiore cattopolitica rappresentata da CL (Comunione e Liberazione, lobby che spalanca le braccia a tutte le rappresentanze politiche), Draghi traccia la rotta per le sfide future, ma lascia un’ombra su chi dovrà sostenere il peso di questa trasformazione.

Il discorso di Draghi a Rimini: tanta economia, poco sociale

Un intervento impeccabile nella diagnosi macroeconomica, ma preoccupantemente vago sulle sue implicazioni sociali.

La parola “competitività“, ripetuta come un mantra, suona come un’eco di ricette passate che troppo spesso si sono tradotte in moderazione salariale, flessibilità del lavoro (leggi: precarietà) e tagli alla spesa pubblica. La criticità principale del suo discorso sta proprio in questa omissione: non una parola su come questa rincorsa alla produttività si concili con la tutela dei salari reali, già erosi dall’inflazione (soprattutto nel nostro Paese, di cui Draghi si ricorda solo quando si tratta di assumere un incarico), o con la riduzione delle diseguaglianze.

L’appello a un’Europa più forte è condivisibile, ma suona quasi paradossale per due motivi:

Il primo è che Draghi si è forse dimenticato a quanta parte abbia collaborato lui stesso nel rendere l’Europa così fragile ed esposta a economie più solide verso le quali abbiamo costruito un sistema di dipendenza pressoché totale. Ma l’amore di Draghi per il sistema bancario e per la finanza speculativa, direi che non è in discussione.

Il secondo motivo è che ancora una volta non si affronta il nodo di come le politiche europee abbiano, in passato, favorito la concorrenza interna tra Stati membri proprio sul costo del lavoro. La vis polemica sorge spontanea: è facile invocare “cambiamenti radicali” quando non si esplicita chi ne pagherà il conto. Il rischio è che, ancora una volta, la competitività del “sistema Paese” venga perseguita comprimendo i diritti e il potere d’acquisto di chi lavora. Un discorso da banchiere centrale, forse, ma non da statista attento all’intera società.

Ma il gesso sulla lavagna del prof. Draghi stride brutalmente quando esprime concetti come “ricostruzione” o “debito buono“. C’è da chiedersi dove trovi il coraggio. O se non si rende conto di che autunno ci sia alle porte: un autunno in cui dovremo garantire all’America i frutti della insostenibile trattativa con Trump, fatta di dazi, investimenti in armamenti e produzione conto terzi.

Nel discorso di Draghi, il lavoro appare come una conseguenza quasi automatica della crescita economica: si investe, si produce e, di conseguenza, si assume. Questa visione, tipica di un approccio teorico, ignora però che decenni di storia recente hanno dimostrato oltre ogni dubbio come la crescita, da sola, non sia affatto garanzia di buona occupazione. Anzi, spesso si è tradotta in un aumento della precarietà e in una compressione dei salari.

Non è una mia opinione: basta guardarci intorno, se non addirittura in casa nostra. Il discorso draghiano non affronta il nodo cruciale della qualità del lavoro, limitandosi a un generico appello alla “qualificazione” dei giovani (che stanno sempre bene su tutto), senza indicare quali politiche attive siano necessarie per creare posti stabili e ben retribuiti.

Siamo di nuovo al "Whatever it takes"?

Di conseguenza, anche il tema delle diseguaglianze viene trattato in modo insoddisfacente.

L’ex presidente della BCE riconosce che la pandemia le ha “approfondite”, ma questa constatazione non si traduce in alcuna proposta concreta per invertire la rotta. Non una parola su una possibile riforma fiscale in senso progressivo o su politiche di redistribuzione della ricchezza. L’impressione è che le disparità sociali siano viste come un effetto collaterale quasi inevitabile, un prezzo da pagare sull’altare di un sistema economico che privilegia l’efficienza sulla giustizia sociale.

Questo approccio, d’altronde, non è nuovo. Si inserisce alla perfezione nel solco di decenni di politiche che hanno via via eroso i diritti dei lavoratori in nome dellaflessibilità“: dagli accordi sul costo del lavoro degli anni Novanta fino al Jobs Act, la logica è sempre stata la stessa. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un’Italia con salari fermi da trent’anni e un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa. Il discorso di Draghi, pur con toni diversi, non sembra discostarsi da questa impostazione di fondo.

In definitiva, la sua visione, apprezzabile per il respiro europeista (se questo ha ancora un significato), offre una prospettiva parziale sulle criticità che il nostro Paese sarà chiamato ad affrontare nell’immediato presente. Concentrandosi sulla stabilità finanziaria e sulla crescita del PIL, trascura la dimensione sociale e umana del lavoro.

Finché non si avrà il coraggio di rimettere al centro del dibattito la dignità del lavoro e la giustizia sociale, la “ricostruzione” di cui tanto si parla rischierà di essere, ancora una volta, un’occasione mancata per la maggioranza dei cittadini.

Che al Meeting di Rimini non vengono invitati, per non disturbare.

 

 

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