Giornalisti in sciopero (svendita) nel giorno del Black Friday

SenzaFiltro aderisce allo sciopero dei giornalisti del 28 novembre 2025, anche se il giornalismo non è esente da responsabilità per lo stato in cui versa, nel rimpiattino perenne con gli editori

28.11.2025
Giornalisti in sciopero: plichi di quotidiani non consegnati

SenzaFiltro aderisce allo sciopero generale, lo fa in solidarietà. Sciopero dei quotidiani che domani non arriveranno nelle edicole – il blocco del lavoro è iniziato alle 5.30 di stamattina, per ventiquattro ore –, luoghi citati ormai solo quando non gli consegnano i giornali. Oggi stallo invece per radio, televisioni, portali di informazione con la garanzia dei servizi minimi.

Due aspetti, gravi, sintomatici, covano tra le righe della giornata di sciopero.

Il primo: non si coglie il desiderio di un vero dialogo tra giornalisti (FNSI) e editori (FIEG). Basta leggere i comunicati rispettivamente diramati per capire che l’Italia è ancora una volta davanti a un rimpallo di responsabilità, un puntare il dito contro l’altro per non ammettere che ognuno ha contributo alla deriva dell’informazione.

I giornalisti lamentano una mancata attenzione per un mestiere «presidio fondamentale della vita democratica » che lavora in stallo da dieci anni tra stati di crisi, prepensionamenti e licenziamenti; gli editori smentiscono dicendo di aver realizzato investimenti enormi per un’informazione libera e di qualità, garantendo al meglio l’occupazione, «pur in un contesto economico drammatico » per il dimezzamento dei ricavi, ma il punto dolente nelle parole del presidente FIEG Andrea Riffeser Monti – per capirci il Gruppo Monrif, cioè Editoriale nazionale, che pubblica Il Resto del Carlino, la Nazione di Firenze, Il Giorno di Milano e Il Telegrafo di Livorno, tutta quella rete che porta il nome di QN, Quotidiano Nazionale – è il rinfacciare ai giornalisti di aver rivendicato sempre e solo miglioramenti economici «senza voler affrontare la complessiva modernizzazione di un contratto antiquato – il riferimento all’utilizzo della IA è evidente – e l’introduzione di regole più flessibili per favorire l’assunzione di giovani».

È colpa tua; no, è colpa tua. Da giornalista provo sconforto perché i grandi editori italiani non hanno minimamente saputo fare transizione a un giornalismo digitale che da oltre quindici anni ha invaso il campo e che, ben gestito, avrebbe potuto migliorare la qualità dell’informazione, ma loro hanno confuso lo strumento (le piattaforme, il web, le app) con lo scopo.

Al tempo stesso i giornalisti si sono fatti bollire come la rana, facendo finta che la trasformazione non richiedesse anche a loro una presa di posizione fatta di aggiornamenti urgenti per un mestiere che stava cambiando linguaggi, codici, relazioni coi lettori; la maggior parte di loro non lo ha fatto: mi riferisco ai più anziani e ai medio-giovani che non hanno voluto vedere cosa accadeva fuori dalla loro torre d’avorio, che pure stava crollando. Non credevano sarebbero crollati col sistema sotto attacco dagli OTT, così come poco o niente hanno messo in atto per dialogare coi più giovani, da cui cogliere uno sguardo nuovo e più contemporaneo sul mondo dell’informazione e sui suoi strumenti.

Ai giovani giornalisti attribuisco invece la responsabilità di lavorare per pochi spiccioli, accettando un ricatto che loro, per primi, contribuiscono a far crescere: per una fase iniziale di crescita e apprendimento si può fare, oltre no, si chiama complicità verso un sistema malato che indebolisce lo stato generale di salute dell’informazione e delle democrazie.

Il secondo aspetto: è in coda a tutte le comunicazioni circolanti, proprio in fondo, che «in caso di calamità naturali o eventi di cronaca di rilevante impatto sociale che costituiscano eventi imprescindibili per l’utenza dell’informazione radiotelevisiva pubblica, i Comitati di redazione garantiranno la riattivazione del servizio non appena possibile, mediante tempestiva comunicazione ai giornalisti interessati».

Mi fa sorridere. La nostra disinformazione, e sempre più debole democrazia, somigliano già a una calamità naturale, ne hanno tutte le caratteristiche, e sembra che nessuno lo dica ad alta voce: c’è che non sono arrivate con la violenza dei torrenti in piena, ma con lo sgocciolamento lento e costante dell’indifferenza, compresi i lettori.

Destino vuole che nel giorno apice del Black Friday ci sia uno sciopero del giornalismo, proprio oggi che è evidente dappertutto – persino dal mio macellaio sotto casa, che svende per l’occasione – come abbiamo disabituato i cittadini a comprendere il valore delle cose e a distinguere il prezzo dei beni che servono per vivere, per sopravvivere, per vivere meglio, per riempire i vuoti. Ci hanno fatto credere che alla fine si somigli un po’ tutto.

Anche l’informazione fa parte di una buona qualità della vita se l’informazione è pensata, voluta, fatta e pagata per essere tale. Si svendono ovunque abbonamenti ai giornali: cosa vogliamo pretendere arrivi ai lettori come messaggio? Chi lavora in modo serio non dovrebbe stracciare i prezzi, ma ricordare ogni giorno quanto costi portare avanti il mestiere – e quanto serva ricordarsi che l’informazione, oggi più di ieri, paga un prezzo sociale altissimo che si chiama fiducia.

 

 

 

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Photo credits: adg.fvg.it

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