Elezioni in Germania, l’AfD è il nazismo che sale o il lavoro che crolla?

Giacomo Mariotto, analista di Limes, intervistato da SenzaFiltro: “La crescita dell’AfD e la crisi del modello tedesco sono legate a doppio filo. L’industria militare oggi è vista come l’unico settore che promette un certo grado di crescita”. Analizziamo i recenti risultati elettorali in Germania con la lente del lavoro

AfD: la segretaria Alice Weidel durante un comizio in Germania

“Non vogliono semplicemente tornare indietro, nel passato. Si tratta di rivedere la storia più recente, tra cui le conquiste di emancipazione e liberalizzazione degli ultimi decenni. Queste persone vogliono una rovina come condizione per una riorganizzazione”: così Philipp Rhein, scienziato del Böckler-Promotionskolleg, descrive l’ascesa dell’AfD in Germania, predicendone gli obiettivi.

L’ultima tornata elettorale ha fatto scattare l’allarme antidemocratico e la paura del ritorno al nazismo, ma il rischio di leggere la Germania soltanto guardando al colore politico rischia di non far emergere le fratture sulle quali l’AfD sta basando la propria crescita nei consensi. In sostanza, se una minoranza dei suoi sostenitori può dirsi nostalgica, il boom elettorale del partito di Alice Weidel si spiega soltanto con la paura di perdere il proprio status sociale ed economico.

La svalutazione nel mondo del lavoro, combinata con un Paese che non sovrapproduce più per raggiungere la piena occupazione, ma subisce questo processo da parte di altre potenze mondiali, ha portato preoccupazioni finanziarie nelle persone e paura di perdere il proprio posto nella crisi attuale. Dal crollo del Muro di Berlino in poi, l’intenzione dei governi tedeschi è sempre stata di ridurre, fino a far sparire del tutto, le differenze tra la Germania dell’Ovest e quella dell’Est (ex DDR). Prima ancora della remigrazione, la riunificazione è sempre stata l’obiettivo finale.

Oggi non è più così. Le differenze salariali tra Est e Ovest continuano a pesare, i giovani provenienti dalla Germania dell’Est svuotano interi Länder (gli Stati federati interni che costituiscono la nazione tedesca) per cercare futuro in quelli dell’Ovest, e chi rimane si affida alle forze politiche che più gli danno speranza. Secondo uno studio della ricerca finanziata dalla Hans-Böckler-Stiftung, tra questi rientrano i lavoratori precari, chi ha subito i processi di digitalizzazione del lavoro, chi ha uno stipendio più basso rispetto alla media della categoria e, più in generale, chi ha avuto condizioni di lavoro problematiche.

Lo studio di Hövermann, Kohlrausch e Voss, realizzato su oltre 4.100 persone in Germania tra novembre 2020 e gennaio 2021, mostra come i lavoratori che dichiarano di voler votare AfD riferiscano con molta più frequenza della media condizioni di lavoro problematiche e mancanza di riconoscimento sul posto di lavoro. E poi c’è un altro elemento importante: la paura del futuro.

Per avere un quadro più ampio di cosa sta accadendo in Germania abbiamo chiesto a Giacomo Mariotto, analista della rivista di geopolitica Limes, quali sono i principali fattori che stanno portando alla disgregazione del modello tedesco.

 

 

Mariotto, quando è iniziato questo declino? E quanto c’entrano le trasformazioni del lavoro, i salari e la crisi del modello economico tedesco?

La Germania ha perso la sua capacità di affermare una propria visione del mondo, perché quella che aveva accompagnato il Paese dopo la Seconda guerra mondiale, e soprattutto con la caduta del muro di Berlino, si è via via disintegrata negli ultimi quattro anni. In questo, la crisi del modello tedesco gioca un ruolo protagonista. All’origine di questa crisi non c’è una data specifica, ma c’è l’intreccio di tre pilastri della prosperità tedesca che sono crollati in contemporanea. Il primo pilastro è il venir meno della garanzia americana sull’Europa, e in particolare sulla Germania: i tedeschi per ottant’anni e passa hanno puntato tutto sulla difesa da parte degli Stati Uniti, e questo li ha portati a disinvestire in modo marcato dalle capacità militari, svuotando la Bundeswehr (Organo che riunisce le forze armate tedesche, N.d.R.) degli equipaggiamenti più basilari. Il secondo punto è il venir meno del gas russo a buon mercato: dopo l’invasione del febbraio 2022 la Germania si trova costretta a troncare il legame energetico con Mosca (una quota che rasentava il 50% di tutte le importazioni di gas tedesche, essenziale per alimentare un’economia fondata sulla sovrapproduzione industriale per garantire una piena occupazione di manodopera). Allo stesso tempo è venuta meno anche la destinazione dei prodotti tedeschi, il mercato cinese, che già prima della crisi russo-ucraina si era sempre più allentato: la Cina è passata da essere un mercato di destinazione a un Paese che produce beni che fanno concorrenza alle tecnologie tedesche.

Capitolo a parte è il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, che racconta una Germania ancora bicefala. È uno dei Länder che più hanno risentito dello svuotamento demografico e della perdita di posti di lavoro qualificati. Quanto è ancora profonda, oggi, la frattura tra Est e Ovest? E quanto si vede nelle buste paga?

 Le elezioni in Meclemburgo-Pomerania Anteriore sono importanti perché evidenziano una spaccatura nel modo di essere della Germania. A 35 anni di distanza la Germania non può ancora dirsi una; questo lo si vede sotto diversi profili, dall’economia agli aspetti sociali, fino alla demografia. Per quanto riguarda in particolare le buste paga, questa scissione la si può notare dati alla mano: fino a un paio di anni fa esisteva soltanto un distretto della Germania orientale (ex DDR) che aveva una media di reddito più alta rispetto alla media nazionale. Un dato abbastanza forte, poiché significa che tutta la Germania Est, tranne appunto Potsdam-Mittelmark, andava al di sotto della media di reddito nazionale. Questo lo si può vedere anche in altri settori, dalla demografia calata in modo netto ai trasporti per gli spostamenti interni da Est a Ovest, fino all’età media. A questo si aggiunge una percezione che ha portato all’ascesa dell’AfD: quella di essere stati trattati come cittadini di seconda classe negli ultimi 35 anni, a seguito dell’annessione di fatto dell’ex DDR da parte della Repubblica Federale Tedesca. Questo è un elemento che non compare molto nelle analisi tedesche, perché spesso – con superficialità – i tedeschi occidentali giustificano l’ascesa dell’AfD come un difetto degli orientali. Il pensiero è che “per oltre quarant’anni sono stati soggetti a una dittatura e non hanno avuto la nostra opportunità di capire cosa significhi stare in democrazia”, ma il problema è il modo in cui gli occidentali hanno trattato gli orientali, dopo la riunificazione.

Berlino è un caso ancora diverso, una città meno tedesca del resto della Germania; eppure anche qui l’AfD cresce. In una città segnata da affitti altissimi, lavoro precario e una forte presenza di lavoratori stranieri, su quale malessere sta facendo leva?

Berlino è la città meno tedesca di tutte le città della Germania. Si trova nel cuore della Germania orientale, ma risponde a dinamiche proprie. Nelle ultime elezioni la AfD ha dimostrato una crescita rispetto alla tornata precedente, ma ha raggiunto un punteggio inferiore alle aspettative, raccogliendo il 16,3% dei voti su un’aspettativa di almeno il 18%. Questo è indice di una città che resta dominata da una visione che noi chiameremmo progressista; da sempre è un feudo della SPD – che ha subito un crollo – e ora a vincere è stata la Linke, con un programma che unisce istanze progressiste e una forte spinta di integrazione. Se si guarda la mappa elettorale di Berlino, è interessante: tutto il centro è dominato dalla Linke; la parte più occidentale, ricca e con legami industriali è a prevalenza CDU; nell’estremo est – in quartieri come Marzahn – l’AfD ha preso il 42%. Nella Berlino periferica, a tratti disagiata, dove però non c’è una grande fusione etnica (e quindi a prevalenza tedesca), il nazionalismo ha una particolare presa.

Possiamo ancora definire l’AfD un partito di protesta, oppure dobbiamo iniziare a considerarlo una forza che sta costruendo una base sociale stabile anche tra i lavoratori? E, soprattutto, quali sono le categorie che stanno spostando il proprio consenso verso l’AfD?

 No, la AfD non è più un partito di protesta, ma una forza politica che mette in bella mostra per noi osservatori il progressivo disfacimento del sistema politico e istituzionale tedesco, che è stato il prodotto del periodo postbellico e del mondo unipolare a guida americana. La Germania vive in un mondo diverso e si trova costretta a cambiare pelle. Questo è molto importante, perché la missione storica post 1990-91 dell’Ovest nei confronti dell’Est era di adeguare al proprio canone i Länder che erano usciti da anni di dittatura comunista. Questo processo ha previsto anche il versare migliaia di miliardi nelle casse degli Stati orientali con l’obiettivo di adeguare alla propria visione e alla propria struttura istituzionale i nuovi Stati. È una missione fallita, ed è fallita sulle divisioni che persistono, ma anche per il fatto che l’ascesa dell’AfD racconta l’altro lato della medaglia, ovvero che oggi non è più l’Ovest a poter cambiare l’Est, ma è forse l’Est che può cambiare l’Ovest. Durante le elezioni federali del 2025 l’AfD non soltanto ha ottenuto un primato in quasi tutta la Germania orientale, ma è riuscita a sfondare anche in alcune circoscrizioni dell’Ovest – Kaiserslautern, Gelsenkirchen – tutte zone che hanno patito la deindustrializzazione.

Alla fine, quindi, quanto sono legate la crisi del modello economico tedesco e la crescita dell’AfD? Se salari, occupazione e condizioni materiali non dovessero migliorare, quanto potrebbe diventare strutturale questo consenso?

La crescita dell’AfD e la crisi del modello tedesco sono legate a doppio filo, e lo si vede nella classe dirigente tedesca. Negli ultimi due governi le alleanze non sono cambiate più di tanto, ma hanno come parola chiave il riarmo, che serve alla Germania non soltanto per rispondere a un contesto di sicurezza ben più precario rispetto ad anni fa, ma anche perché l’industria militare oggi è vista dalla classe politica, dagli esperti di sicurezza e dalla classe industriale come l’unico settore manifatturiero e tecnologico che promette un certo grado di crescita. L’automotive è in crisi nera e sarà sempre peggio, su questo sono abbastanza espliciti, in Germania. La possibilità di riconvertire certe porzioni dell’industria civile in netta sofferenza alla produzione militare promette di attenuare questa crisi incombente. Questa scommessa si gioca tutta su una premessa, ovvero riuscire a rimpiazzare con la costruzione di carri armati il valore occupazionale ed economico dell’automotive, del chimico e del farmaceutico.

AfD “nazista”: dove il parallelo si incrina

Il mondo del lavoro non è rimasto a guardare. Lo studio di Christian Pfeifer evidenzia come alcuni fattori restituiscano sicurezza ai lavoratori: rappresentanza dei lavoratori in azienda, contratti collettivi e codeterminazione. Tuttavia, la crisi industriale e le politiche di decarbonizzazione pongono un interrogativo a cui né la classe politica attuale, né i sindacati hanno saputo rispondere: come mettiamo in atto una trasformazione ecologica dell’industria senza scaricarne i costi sui lavoratori?

Il principale sindacato tedesco IG Metall non è riuscito a tutelare gli interessi dei lavoratori negli ultimi anni, e oggi deve scontrarsi con la lista Zentrum Automobil: un tentativo dell’estrema destra di entrare nei collettivi delle fabbriche. Lo schema è semplice: difesa del motore endotermico, messaggi nazional-populisti e l’attacco ai sindacati tradizionali. Da fuori, intanto, l’AfD continua con la sua campagna anti-immigrazione, contro il Bürgergeld (cioè il sostegno di cittadinanza) e contro la pressione fiscale.

Tutto ciò crea quello che la ricerca chiama “privazione relativa”, ovvero la paura di rimanere svantaggiati rispetto agli altri. Tra le sue componenti ci sono anche elettori non per forza di destra che chiedono un salario minimo più alto e una riduzione delle disuguaglianze, gli effetti della pandemia, la transizione ecologica e la digitalizzazione. Fattori che, se mischiati con la paura, sono in grado di creare un forte sentimento protezionista e anti-immigrazione.

Parlare solo di razzismo nei confronti dei migranti rischia di essere una semplificazione. La paura dello straniero e l’insicurezza sociale possono alimentare atteggiamenti ostili verso l’immigrazione, ma non coincidono per forza con una teoria della superiorità razziale. E, quando si evoca il nazismo, è proprio questa distinzione che non andrebbe persa di vista.

 

 

 

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Photo credits: mediatrends.it

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