
Il calcio com’era e com’è adesso, raccontato da chi l’ha vissuto davvero, prima sul campo (anche contro Maradona), e poi dall’esterno come procuratore: recensiamo “Abbasso il calcio, viva il pallone” di Tommaso Mandato
A Camerino la ricostruzione è partita dalle chiese: indagare il rapporto tra i poteri e il sacro qui significa scoprire i limiti e le farragini della macchina riedificatrice dello Stato. Ne parliamo con Carlo Morosi, Responsabile Ufficio Ricostruzione per la Diocesi locale

Dieci anni dal sisma che diede una spallata alle Marche, spostando il terreno sia in orizzontale che in verticale nei punti dell’epicentro: 15-20 centimetri nel primo caso, oltre 70 nel secondo. “Subsidenza”: è la parola che usano gli addetti ai lavori quando la terra si abbassa dopo aver incassato la deformazione. Il 26 ottobre del 2016 anche a Camerino, in provincia di Macerata, senza lasciare morti, la banalità del quotidiano fu interrotta per sempre con una magnitudo 5.9, a circa 25 chilometri da dove la ferita era stata aperta: Visso, Ussita, Castelsantangelo sul Nera. Quattro giorni dopo, 30 ottobre, l’asticella della sfida a chi resisteva di più era salita ancora, 6.5, a una quarantina di chilometri da Norcia e Preci, dove la terra aveva fatto l’altro buco: anche lì nessun morto.
A girare per Camerino dieci anni dopo, ripensando ai numeri, all’entità del sisma, e ascoltando i racconti di chi ha tenuto botta dopo le scosse inaudite, mi si insinua un pensiero che la ragione prova subito a scacciare: non sarà mica stata la fede, il tanto pregare che qui attecchisce da secoli, a evitare il peggio, a tenere la mano sopra la testa dell’antico Ducato?
L’Arcidiocesi di Camerino conta 94 parrocchie su 1.600 chilometri quadrati – Arcidiocesi di Camerino, San Severino Marche e Matelica è la definizione completa –, 57.000 gli abitanti: insomma, di mani giunte ce ne sono parecchie.
Carlo Morosi è l’ingegnere nominato fin da subito Responsabile Ufficio Ricostruzione per la Diocesi di Camerino; mi racconta che la notte della prima scossa fu chiamato per correre a salvare un sacerdote molto anziano e malato rimasto schiacciato da un armadio nel suo appartamento al secondo piano; la sua perpetua inerme lo aveva accolto con una pila di coperte ma era in uno stato di choc e non gli fu di aiuto. I terremoti ci riportano a noi stessi, alla presenza. Lo liberò, se lo caricò sulle spalle con tanto di catetere, rifece verso il basso tutta la scalinata su cui si era inerpicato da solo, coi pesi del corpo ben più ardui da gestire in discesa, e ci riuscì, incurante del fatto che la terra potesse aver bisogno di scrollarsi ancora.
«Chi è nato nel 2016 forse può immaginare di vedere tra vent’anni una città diversa, di nuovo viva. Ricordo con grande chiarezza che quando venne a Camerino una delegazione nazionale della Protezione civile, poco dopo le scosse, uno di loro, anziano, esperienza da vendere su simili emergenze, mi si avvicinò e disse che prima di quaranta, cinquant’anni, niente sarebbe tornato a una normalità. Sentirglielo dire mi fece paura, ma con gli anni ho capito che poteva avermi detto la verità, perché gli ostacoli burocratici, amministrativi, politici, ma anche le resistenze che i cittadini stessi frappongono con la propria idea di ricostruzione e quella che la realtà offre, rallentano il processo. Il grande problema delle ricostruzioni è che tutti vorrebbero tornare al punto di partenza, a ciò che non c’è più, ma non è così che funzionano i terremoti. Nessuno può pensare che un cantiere duri meno di quattro anni, senza dimenticare che a Camerino cinque anni li abbiamo persi normativamente: solo nel 2021 abbiamo avviato i lavori, e i centri storici li abbiamo aggrediti da appena un paio d’anni».
Ma anche il Palazzo Arcivescovile è in pieno centro, ribatto. Come avete fatto?.
«Ho forzato alcune norme, nella legalità, per poter partire, e abbiamo potuto guadagnare due anni sostanziali e avviare la ricostruzione nel 2019, fidandomi che sarei riuscito a spiegare a chi scrive le norme come andassero scritte per essere davvero efficaci e renderci tempestivi negli interventi. Per far capire il senso di ciò che intendo, sulla Chiesa del Duomo, ripartita nel 2025, fino al 2020 non avremmo potuto metterci mano, perché avrebbe dovuto farlo lo Stato: chiamai anche il Sindaco dell’Aquila e insieme cercammo una modalità per adattare la normativa, rendendo possibile a un privato l’esecutività dei lavori.»
Nel frattempo circa una trentina di chiese lungo la Diocesi hanno ripreso a funzionare, dopo che la vita religiosa si era insediata anch’essa nelle SAE, strutture abitative emergenziali in cui buona parte dei cittadini vive ormai in modo stabile e in cui il concetto di emergenza si è accomodato dentro quei 40, 60 o 80 metri quadri.
«Per fare il progetto di una chiesa ci vogliono 700 giorni, li abbiamo contati e esaminati dall’inizio alla fine, e per approvarlo 600: 1.300 giorni solo per partire coi lavori e almeno altri 100 per chiuderli. I 28.000 progetti passati qui a Camerino li poteva vedere soltanto un unico Ufficio speciale per la Ricostruzione. Per carità, è legittimo che tutto venga vagliato alla virgola, perché sono soldi pubblici.»
Proprio dalla gestione dei soldi pubblici è partita l’inchiesta che nell’ultima settimana sta riempendo pagine di giornali e media nazionali, ma non di quelli marchigiani, mi raccontano fonti dirette sul territorio. Potere dell’informazione indebolito o manovrato dalla politica locale, sospettano in molti.
La Procura di Ancona si è mossa sulla base delle indagini della DDA, che ha portato intanto a 8 arresti e 51 indagati per illeciti sulla ricostruzione dopo il terremoto nelle Marche. Un sistema illecito intorno alle commesse ottenute per i lavori di ricostruzione, gestito dalla criminalità organizzata di Campania e Calabria. Niente di nuovo, viene purtroppo da dire. Sotto la lente gli appalti pubblici banditi da Regione Marche, Ente per il diritto allo studio, Università di Camerino. Per ora silenzio e smentite dai soggetti chiamati in causa.
Tanta burocrazia, certo; tante maglie allargate dalla collusione e corruzione, altrettanto certo.
Il 2026 è anche il ricordo dei sessant’anni dal Friuli, una sequenza di scosse fortissime di cui la madre – il 6 maggio, alle 21 – arrivò al 6,5 di magnitudo momento, parametro evolutivo rispetto alla scala Richter. L’ultima, 6.0, fu a settembre dello stesso anno, ma i terremoti del Friuli, su più aree, furono considerati conclusi solo nel 1977, sedici mesi dopo, a seguito di un’ultima scossa pari a 5.3: nei primi quattro mesi infiniti del ‘76, furono 1.200 le scosse che trasformarono per sempre gli studi geologici e la sorveglianza sismica in Italia, collocandola su scala mondiale tra i Paesi con la maggior consapevolezza dei rischi.
989 morti, oltre 1.300 feriti, 17.000 edifici distrutti, 4.500 miliardi in lire di danni fu il loro bilancio. Anche in Friuli, come a Camerino e come in Irpinia quattro anni dopo, è impossibile calcolare i danni psicologici.
Perché il Friuli ha segnato così a fondo la storia dei nostri terremoti? Perché mise le basi dell’INGV che conosciamo oggi – nacque negli anni Ottanta, quindi poco dopo, grazie al commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, che diventerà poi il primo ministro della Protezione civile nella nostra storia – dato che a quel tempo le strumentazioni non erano sofisticate come adesso, e a dare un contributo fu l’Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste; gli studi si facevano solo su base locale, senza una mappatura omogenea e dialogante da Nord a Sud. Con lui si capì che l’emergenza doveva camminare al fianco di soccorso e prevenzione, aggiungendo la sorveglianza come novità assoluta.
Eppure quel terremoto viene tutt’ora ricordato come modello virtuoso nelle operazioni di ricostruzione: da un lato la natura di Regione a statuto speciale che permise di snellire in modo sostanziale procedure e burocrazie, favorendo il fattore tempo; dall’altro l’aver affidato direttamente a sindaci e Comuni l’intera gestione per fare in modo che rispondessero senza intermediazioni alle esigenze dei cittadini. Analisi storiche e testimonianze confermano.
Il loro principio fu il com’era e dov’era, rimettendo a posto i centri storici pietra su pietra, ripristinando con fedeltà il passato proprio perché i residenti chiesero quello ai rispettivi sindaci. Attraverso la tecnica dell’anastilosi (numerando tutte le pietre e rimettendole allo stesso posto, un po’ come succede nei traslochi), il Comune di Venzone divenne il primo caso di studio centrato sull’importanza dell’identità nelle ricostruzioni post sisma.
Si ricorda però il Friuli anche per la gerarchia della seconda fase: prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese. Il potere del lavoro che si antepone al sacro. Tradotto: se non riparte l’economia, se non si rimettono le basi per lavorare e mangiare, inutile pregare.
Il tempo delle ricostruzioni post sisma fa venire le vertigini; prima arrivano le scosse, poi altri tipi di tremori, emotivi, soggettivi. Parlare a Camerino con Carlo Morosi lascia immaginare un’inversione delle variabili: nelle Marche prima le chiese, poi le case, nel frattempo le fabbriche. Lui mi restituisce un concetto di cui tanta, troppa, formazione manageriale si riempie la bocca sul piano teorico: la parola “complessità”. Si rammarica anche che le facoltà di ingegneria e architettura non portino qui gli studenti a fare sopralluoghi, ad ascoltare chi ogni giorno si misura con quello che immaginano sarà un giorno il loro lavoro, imparando dal vivo. Lo hanno proposto più volte anche alla Regione, nessuno ha colto l’invito.
Il Palazzo arcivescovile, nel cuore di Camerino, aveva inaugurato già a ottobre 2025 i tre quarti delle stanze ricostruite: un intervento da 22 milioni di euro. Il Duomo simbolo del centro cittadino, la Cattedrale di Santa Maria Annunziata, è oggi a un 80% degli interventi strutturali, mi spiega Morosi mentre ci passa i caschetti e ci fa entrare dentro un luogo che, a colpo d’occhio, di sacro pare non avere più niente. Tutto asettico, tutto coperto. Migliaia di tubi innocenti e impalcature, infiniti inserti di sostegno; mi guardo intorno e vedo una sorta di camera iperbarica in cui si prova a far ribattere il cuore alla fede.

«In Giappone demoliscono tutto, e da lì ripartono. Non dico sia meglio perché noi abbiamo un altro rapporto con la storia e la cultura, ma non sarebbe sbagliato cercare una via di mezzo. In Italia facciamo confusione tra conservazione e sicurezza perché non abbiamo una vera cultura della sicurezza, che è ciò che serve ai cittadini per riprendersi i propri luoghi. Spesso basta un comitato a bloccarti in nome del mantenimento e della memoria. I ragazzi nati durante il terremoto vogliono un futuro sicuro, non conservato, e la conservazione ha senso solo se funzionale ad altro; non può e non deve essere un principio ispiratore generale. Crediamo, ricostruendo, di poterci permettere che una colonna o un altare valgano quanto un dettaglio o un piccolo oggetto, cataloghiamo ogni cosa, repertiamo ogni cosa, e un simile approccio blocca un iter intero, lo ostacola, lo ritarda. La Sovrintendenza ha un peso non da poco.»
Dispositivi di sicurezza indossati, saliamo su una delle due scale a chiocciola, strettissime, che portano al campanile. In testa – mentre la memoria di me terremotata più volte, sono marchigiana anch’io, mi martella che, se arrivasse ora una scossa, forse non uscirei da lì – faccio sintesi delle voci ascoltate nei giorni intensi a Camerino e colgo che sono tanti i livelli di una ricostruzione, altrettanti gli interessi, o i giochi di potere, che muovono le leve. C’è quello dei residenti – da separare con nettezza dai proprietari di immobili del centro storico, con interessi ovviamente spinti –; quello della politica e delle istituzioni; quello della Chiesa. Se è vero che la comunità origina dal termine communitas – fatto di cum e munus, dove il munus è dono e obbligo morale verso gli altri – anche a Camerino la ricostruzione è una scacchiera di interessi e visioni, pur legittimi, pur concreti, pur sempre parziali.
«Siamo qui per ricordarci come la bellezza, restituita ai nostri cittadini e alla nostra comunità, sia un momento anche di rinascita e di speranza» ha detto pochi giorni fa Monsignor Francesco Massara, Arcivescovo di Camerino, durante il tour organizzato dalle istituzioni in memoria del decennale. Confermo ogni sua parola. Non so come fosse prima, ma attraversarlo dopo il sisma è un incontro inedito con l’arte sacra: via ogni cupezza tipica di certi spazi mussali, via le penombre, via la pesantezza, via il senso di colpa con cui la Chiesa di solito affianca l’uomo anche quando gli fa vedere il bello.

Durante la visita al Museo chiedo di chi sia la mano che ha portato quella luce, chi abbia saputo allestire con tale sapienza quadri e statue, oggetti e paramenti, sculture e tessuti. Barbara Mastrocola, mi dicono, museologa e storica dell’arte. Non so se sempre lei abbia voluto mettere all’ingresso la statua della Madonna della Misericordia, celebre opera in legno scolpito e dorato, forse dell’intagliatore camerte Lucantonio di Giovanni Barberetti: una statua senza testa, un corpo sacro sopravvissuto al terremoto funesto del 1799, quando si trovava nell’originaria collocazione della Cattedrale che andò distrutta. Lei si salvò: pur perdendo la parte superiore, le è rimasto protagonista un cuore rosso, davanti al petto, le mani ancora aperte mentre scostano il manto azzurro a dire vieni, ti accolgo.
In Friuli, da quel 6 maggio 1976, ogni anno viene riproposta la frase Il Friuli ringrazia e non dimentica – celebre la foto della scritta su un muro rimasto in piedi – perché ricevettero enormi aiuti non solo dall’Italia, ma anche dall’estero. A Camerino è un’altra storia, e le ricostruzioni sono e devono essere diverse: qui la gratitudine riparte ancora dalle chiese. Pur quando la terra si lamenta forte, si salva sempre qualcosa di prezioso, a Camerino, e anche a fine Settecento i morti furono poche decine.
No, non può essere il potere della fede a proteggerli. Ma se fosse?
L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.
Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro.
In copertina: la Madonna della Misericordia, sfregiata nel viso, intatta nel cuore. Foto di Cristina Maccarrone

Il calcio com’era e com’è adesso, raccontato da chi l’ha vissuto davvero, prima sul campo (anche contro Maradona), e poi dall’esterno come procuratore: recensiamo “Abbasso il calcio, viva il pallone” di Tommaso Mandato

La disperazione porta un uomo disoccupato a una soluzione estrema per riconquistare il posto che merita in una società ultracompetitiva. Il nuovo film del maestro coreano Park Chan-wook, da Venezia agli Oscar

In mezzo a centinaia di autopresentazioni aziendali che si vendono come fossero i migliori al mondo, resto già colpita dalla definizione di centro indipendente di progettazione, ricerca, formazione e documentazione sul management, l’economia e le politiche della cultura, delle arti e dei media. Non mi era mai capitato di incrociare chi lavorasse su tutto questo […]