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Agriturismi a rischio collasso: meno 800.000 turisti in Veneto

Agriturismi a rischio collasso: meno 800.000 turisti in Veneto

Dopo un'estate promettente, la chiusura invernale ha colpito a fondo anche gli agriturismi: le perdite a livello nazionale sono superiori al miliardo di euro. Diego Scaramuzza, Terranostra Coldiretti: "Ristori non sufficienti".

Affanno e ancora affanno con sprazzi di schiarite, quelle ingannevoli, illudendo che la fine del tunnel sia lontana quando invece le difficoltà hanno il passo veloce. È una storia aspra quella del settore turistico italiano, strozzato dalla morsa della pandemia che non molla la presa.

Con SenzaFiltro puntiamo la lente d’ingrandimento su un segmento in particolare, che negli anni ha raccolto sempre più seguito e che si interseca anche con l’importante parte della ristorazione: quello degli agriturismi. Per farlo al meglio ci focalizziamo su una regione che detiene una forte vocazione agricola, oltre a registrare una fitta presenza di strutture agrituristiche: il Veneto.

Agricoltura, su gli occupati ma agriturismi KO: -800.000 turisti

Secondo le stime fornite da Coldiretti, la crisi del comparto agrituristico tocca i 30 milioni di perdite al mese causa emergenza sanitaria. Sul fronte nazionale la pandemia ha provocato per oltre 24.000 aziende agrituristiche danni superiori al miliardo. Ma cerchiamo di fotografare bene la situazione, valutando l’andamento secondo le stagioni e facendo un confronto anche con la tenuta del settore agricoltura.

In Veneto l’agricoltura ha garantito lavoro in un momento a dir poco complicato. Gli stessi prodotti agricoli hanno fatto da traino economico, come confermano i recenti dati di Coldiretti Veneto che riportano un aumento degli occupati in agricoltura pari a 74.300 unità rispetto all’anno precedente. L’agricoltura regionale rappresenta insomma un elemento cardine, considerando anche le 61.700 le imprese agricole iscritte al registro delle camere di commercio.

A fianco di ciò, durante i mesi estivi, l’ambito agrituristico è stato un prisma di ombre e luci, con la parte di alloggio più in difficoltà rispetto alla ristorazione – invece molto gettonata – che ha permesso di tamponare un po’ la situazione offrendo qualche boccata di ossigeno. Un contesto spesso scelto, quello agrituristico, perché situato in campagna o nei borghi, e quindi considerato più sicuro rispetto alle città, che hanno registrato un innegabile crollo di presenze.

Nel corso dell’autunno 2020 il cibo funge nuovamente da ancora di sopravvivenza grazie alla consegna di pasti a domicilio, come accaduto in primavera. Approdiamo all’inverno attuale, con numeri che fanno rabbrividire più del freddo per la chiusura, determinata dalla pandemia, di 26.000 locali di ristorazione (tra cui agriturismi) in Veneto. Da qui l’allarme lanciato da Coldiretti, che rimarca gli effetti drammatici su un settore che ha già perso il 48% del fatturato nel corso del 2020, con l’asporto che però non è riuscito a tamponare la situazione.

Si sono registrate disdette di ordini di molti prodotti come olio, carne, vino, pesce, frutta e verdura, oltre a salumi e formaggi di alta qualità, che trovavano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. Coldiretti ha inoltre evidenziato come la ristorazione, per i settori ittico e vitivinicolo, costituisca il principale canale di commercializzazione per il fatturato.

Da qui la richiesta di un adeguato sostegno economico a fronte soprattutto di un dicembre dal bilancio disarmante. Con l’assenza di circa 800.000 turisti in Veneto durante il mese natalizio – confrontando i dati dell’Osservatorio regionale con l’anno precedente – il flusso turistico è stato praticamente azzerato. Un collasso di presenza e fruizione delle strutture che travolge l’intero indotto. La fotografia è quella di agriturismi, malghe, ristoranti e bar deserti anche durante la fase gialla, e di conseguenza di lavoratrici e lavoratori senza entrate.

“Per noi gestori la sicurezza sempre stata al primo posto”. Ma gli investimenti sono un salasso

Abbiamo voluto confrontarci con chi ha il polso della situazione non solo a livello di dati, ma conosce questo lavoro perché lo svolge in prima persona. Parliamo di Diego Scaramuzza, presidente regionale di Terranostra, associazione di Coldiretti che rappresenta oltre tremila agriturismi italiani, e titolare dell’agriturismo “La Cascina”, sul territorio di Mestre, in cui è anche chef.

“Per noi gestori di agriturismi la salute è stata sempre messa al primo posto”, evidenzia. “Tutto ciò pensando sia ai clienti che alla nostra famiglia: ricordiamo infatti che l’agriturismo è il luogo in cui viviamo. L’estate scorsa gli agriturismi sono stati molto apprezzati perché considerati luoghi sicuri e rispettosi delle regole di prevenzione. È come se gli italiani li avessero riscoperti insieme ai borghi, e in generale all’Italia stessa. Settembre è stato un mese di soddisfazioni, e la tenuta del comparto ha retto fino a metà ottobre, anche se non ha compensato le perdite della scorsa primavera. Poi siamo ricaduti in una fase di fermo, e ora, come strutture agrituristiche, stiamo tirando a campare”.

Diverse strutture agrituristiche sono a conduzione familiare, quindi la maggior parte dei componenti, se non tutti, lavorano e vivono qui: la pandemia rischia di avere riflessi ancora più gravi per questo tipo di attività?

“Sì, anche perché la quasi la totalità degli agriturismi nasce da una famiglia contadina”, conferma il presidente di Terranostra. “Gli agriturismi sono prima di tutto aziende agricole, che per fortuna hanno anche un introito derivato dalla vendita diretta dei prodotti; ma questo non basta. Ci sono infatti costi fissi notevoli dati dalle manutenzioni, dalle utenze e anche dagli investimenti fatti proprio per riaprire seguendo tutte le direttive. Investimenti che nell’ultima occasione sono risultati inutili”.

Un esempio? “Durante la breve apertura di dicembre, secondo il regolamento dovevamo mettere su ogni tavolo della sala del ristorante una bottiglia di Amuchina, prodotto che di punto in bianco ha avuto un aumento notevole del costo, se non il doppio rispetto a prima”.

“I ristori non bastano, occorre riaprire rispettando al massimo la sicurezza”

I forti disagi del settore agrituristico determinano dei riflessi non indifferenti sul territorio stesso.

“Svolgiamo un ruolo di presidio che previene il dissesto idrogeologico e l’abbandono”, spiega a questo proposito Scaramuzza. “Facciamo manutenzione del verde, rendiamo più belli luoghi che altrimenti risulterebbero dimenticati e che invece vengono riscoperti attraverso il turismo rurale. Ma se non possono riaprire le attività, le famiglie che gestiscono gli agriturismi come fanno a continuare a tutelare tutto questo?”.

Il presidente di Terranostra ci illustra alcuni cambiamenti rispetto anche alle richieste di cibo da consumare a casa durante le festività: “La gente apprezza i nostri prodotti ma è stanca di questa modalità, vorrebbe tornare a mangiare fuori in sicurezza. Attualmente l’attività da asporto non riesce a compensare la perdita determinata dall’assenza dei pranzi e dalle cene che di solito abbiamo in questo periodo. I costi di gestione sono rimasti gli stessi, e pesano”.

Parliamo anche dell’opinione pubblica, o almeno di una sua parte, visto che sui social purtroppo non sono mancate strumentalizzazioni e c’è chi si è scagliato contro le strutture definendole addirittura con disprezzo a causa del contagio, senza considerare che la pericolosità deriva più che altro dai comportamenti sbagliati. Come avete vissuto tutto questo dopo tanta attenzione e numerosi investimenti?

“Lo stesso problema l’abbiamo visto con la scuola, che poi si è scoperto incidere poco sui contagi. Noi per primi, come gestori, dobbiamo garantire la massima sicurezza, a cui teniamo molto, e abbiamo fatto di tutto per garantirla perché abbiamo una responsabilità. Poi purtroppo c’è sempre il furbo di turno, come il caso recente del locale aperto a Capodanno con le persone senza mascherina, che danneggia ingiustamente gli altri: veniamo poi definiti tutti dei luoghi insicuri, quando non è così!”.

“I ristori? Arrivati, ma insufficienti. Per sopravvivere servirebbe aggiungere un po’ di lavoro”

Non mancano i bilanci amari dopo quasi un anno di situazione difficile: “Ho una sensazione personale che vorrei fosse compresa”, afferma Scaramuzza. “Credo che a Natale sarebbe stato meglio far andare le persone a pranzare negli agriturismi, dove si potevano controllare flussi, sanificazione e distanziamenti vigilando senza eccezioni, piuttosto che permettere alla gente di andare in giro per le case, dove non si possono effettuare controlli e nemmeno interventi. Il risultato è che noi gestori siamo rimasti chiusi, ma i contagi sono purtroppo saliti lo stesso in maniera allarmante. Mi preoccupa che questo permesso di andare a trovare altre famiglie sia consentito anche dal prossimo DPCM. Dove non si effettuano controlli tutto diventa possibile, ma per contrastare il contagio le regole vanno sempre rispettate, in qualunque posto ci si trovi”.

Va anche aggiunto che attualmente sembrano esserci difficoltà nel contact tracing di amici e famigliari; invece negli ambienti gestiti questo problema non è stato finora riscontrato. “Io proverei a riaprire le attività con regime controllato, magari a pranzo, permettendo così i ritrovi in un contesto realmente controllato e la ripresa dell’economia”, afferma Scaramuzza. “Sia ben chiaro, nessuno ha la bacchetta magica e non vorrei essere al posto di chi governa in questo momento così difficile, ma noi stessi necessitiamo di visioni più a lungo termine. Il continuo cambio dei colori ci danneggia e le aperture brevi non sono sostenibili”.

Non possiamo infine dimenticare la questione dei ristori per il comparto agrituristico: “I ristori sono arrivati, e grazie al lavoro di Coldiretti anche qualcosa in più rispetto ad altri. Va però detto che il ristoro di dicembre è calcolato sulla perdita del fatturato di marzo, che di sicuro non è quello di dicembre. I soldi ricevuti bastano a malapena per pagare le bollette della luce e del gas. Il ristoro va bene quando si può aggiungere un po’ di lavoro, altrimenti risulta insufficiente. Siamo il Paese delle piccole aziende che si rimboccano le maniche, ma il rischio è che tanti imprenditori si abbandonino alla depressione e che il sistema si fermi se non si attiva un vero intervento”.

Photo credits: www.valdobbiadene.com