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L’anticorruzione andrebbe spiegata alle materne

L’anticorruzione andrebbe spiegata alle materne

Nella giornata internazionale contro la corruzione, un bilancio alla vigilia della scadenza del 10 dicembre per recepire la direttiva UE sul whistleblowing dopo un anno concesso di deroga. L'Italia a dieci anni dal caso Fiorito.

Oggi, 9 dicembre, mi sarei aspettata un doodle intelligente per la giornata internazionale contro la corruzione che si celebra ormai da qualche anno. Lampadine colorate e dondolanti, invece, e c’è scritto festività stagionali 2022 se ci passi sopra col cursore. Siamo ancora lontani dal passare messaggi intelligenti attraverso canali popolari. 

Immancabile, questo sì, il comunicato stampa di Anac dal sito istituzionale, col Presidente Giuseppe Busia a dichiarare che “Siamo migliorati nelle classifiche internazionali, ma non basta. In un anno l’Italia ha scalato dieci posizioni nella graduatoria di Transparency International: secondo i dati dell’indice della percezione della corruzione 2021 siamo al 42° posto su una classifica di 180 Paesi”. L’anno scorso eravamo dieci posti più giù e dal 2012 a oggi siamo risaliti di 14. Poi aggiunge: “Dal sistema di misurazione oggettiva dei rischi di corruzione, messo a punto da Anac, emerge comunque che il fenomeno è ancora alto nel nostro Paese. Guai a smobilitare la lotta alla corruzione. L’Italia ha già ricevuto 67 miliardi dalla Ue in erogazioni per il Pnrr e ne riceverà altri 53 miliardi entro la fine del 2023, se rispetteremo tutti i parametri. Sono cifre enormi, che ingolosiscono la malavita, anche organizzata. Il rischio di corruzione e di infiltrazioni criminose in Italia diventa per questo più elevato”.

Questa dichiarazione di rito da parte di Anac a me non fa né caldo né freddo, arriva come dovuta: un po’ dà i numeri, un po’ mette in allarme, un po’ mette la mano sulla spalla a un’Italia che prova a fare meglio.

Quando la settimana scorsa SenzaFiltro ha lavorato a Milano come unico media partner della giornata organizzata da The Good Lobby sull’urgenza di recepimento della direttiva UE in materia di whistleblowing – “Whistleblowing in Italia: le distanze da colmare” – accanto a me, e anche lui col microfono in mano, c’era Giorgio Fraschini, Responsabile Advocacy e Whistleblowing per Transparency International Italia. Prima di trovarci su quel palco avevamo a lungo parlato al telefono. La sua posizione è chiara: manca una cultura anticorruzione, non mancano solo le norme da mettere a sistema. E mi è piaciuto quando si è esposto pubblicamente per aprire meglio la ferita e per dire chiaro e tondo che sono le istituzioni a dover recuperare in fretta davanti a lavoratori che – pur a fatica, per colpa di pressioni di ogni genere – stanno invece provando a smantellare decenni di pratiche illecite e corruttive nel mondo del lavoro, pagandolo con la propria pelle professionale e personale.

ll whistleblowing non è un istituto nuovo, è solo troppo estraneo alla nostra cultura e a quella europea: ad oggi, nell’area dei 27, siamo tra i 16 che non hanno ancora recepito correttamente la direttiva UE; 10 Paesi sono già in regola, uno solo non ha nemmeno fatto un passo e si chiama Ungheria.

I whistleblower ci sono, sono a centinaia, hanno nomi e cognomi italiani (Francesco Zambon, Sergio Arcuri, Carlo Bertini solo per citare i presenti in quella sala a Milano), hanno facce e storie che non si vergognano di mostrare. Denunciano illeciti di interesse generale, e mai individuale, di cui sono venuti a conoscenza nel proprio rapporto di lavoro. I nomi e cognomi che invece mi preoccupano sono dei magistrati che non conoscono le norme in materia e non le mettono a sentenza, non le applicano, le ignorano più o meno volutamente. Mi preoccupano i sottodimensionamenti di organico come all’ANAC, i suoi ritmi di lavoro se misuriamo quante segnalazioni ricevono ogni anno (centinaia) e quante (pochissime, meno di dieci) ne prendono in carico fino a chiusura ma di cui si vantano per il buon rendimento. Mi danno pensiero le dispersioni di competenze che periodicamente ruotano nella Pubblica Amministrazione ma che, su aree di lavoro come questa, rischiano di vanificare la continuità delle cose. Disprezzo le aziende che con una mano si coprono dietro i modelli organizzativi della 231 e con l’altra fanno e disfanno prima l’etica e poi la legalità in nome del profitto. Disprezzo ancor di più quelle che buttano negli sgabuzzini dell’isolamento i collaboratori migliori, innamorati del lavoro fatto bene, e che segnalano qualcosa che non torna solo perché vorrebbero migliorare il contesto. Sono proprio i lavoratori che alla fine vengono demansionati, allontanati, licenziati, annullati come colleghi e come persone. È qui che mi cadono le braccia verso il basso anche quando Busia dice che saliamo in classifica.

A Milano è intervenuta anche Valentina Donini per conto della SNA (Scuola nazionale dell’Amministrazione) dove coordina la Comunità di pratica dei Responsabili prevenzione corruzione e trasparenza (RPCT) e quanta gradita sfrontatezza in ciò che ha detto e che mi sono trascritta con fedeltà, parola per parola: “Spesso arrivo a fare formazione dentro aule di dirigenti della PA che hanno almeno 50 o 60 anni e che sono già contaminati da una formazione di corridoio che si è sovrapposta alla scala dei buoni valori. Se ci riduciamo a fare una formazione solo tecnica o giuridica non ci ascolterà mai nessuno e non cambieremo mai la cultura, serve far capire l’urgenza a livello pratico. Ad ogni modo, se vogliamo cambiare le cose, l’anticorruzione andrebbe spiegata alle materne”.

Fiorito, dieci anni dopo. Il whistleblowing tradito

I dizionari, come primo significato, spiegano la corruzione legandola al venir meno della qualità di certi oggetti, un disfacimento, un guastarsi delle proprietà originarie, putrefazione. A pensarci bene, così si capisce meglio da dove può arrivare il puzzo che si sente in giro per l’Italia quando si parla di lavoro, aziende pubbliche e private, bandi, appalti, profitti, morti sul lavoro, fondi, politica, consulenze. La lista è lunga. Sono passati dieci anni dalle parole di Michele Serra che mi si stamparono in testa con una sua Amaca del settembre 2012, le misi da parte, il titolo era Fiorito siamo noi. Le riporto, una parte per il tutto: “Io questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. Lo abbiamo visto dietro il bancone di un bar. Alla guida di un autobus. Alla cassa di una pescheria. In coda all’ufficio postale. È un normotipo popolare italiano. Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi. La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia”.

Visto che si parla di whistleblower e di chi segnala, Fiorito ci sta tutto ma al contrario. Era l’uomo dei conti di Renata Polverini in Regione Lazio. Per cavalcare l’onda piena dei proclami anticasta e antisprechi, fece finta di incarnare quei valori e inviò una circolare per denunciare la gravità di spese anomale dei consiglieri regionali. Partì un’inchiesta, la Procura gli mise gli occhi addosso, alla fine fu condannato per peculato, beni milionari sequestrati, in poco più di due anni di carcere se la cavò tra sconti e riduzioni di pena. Non è mai stato interdetto dai pubblici uffici, poi reintegrato nelle liste elettorali.

Intanto, da poche ore, le agenzie di stampa battono la notizia che Antonio Panzeri, ex europarlamentare del PD ed ex segretario della CGIL milanese, è stato fermato stamattina a Bruxelles per un interrogatorio legato a una gigante indagine su anticorruzione, riciclaggio di denaro e organizzazione a delinquere. Sembra avesse 500 mila euro in contanti in casa, si sospettano pressioni di uno Stato del Golfo sulle politiche europee. Tra i 14 interrogatori in corso, anche Luca Visentini, segretario generale della Confederazione internazionale dei Sindacati (ITUC).

Il 9 dicembre dell’anticorruzione: la giornata ideale per farsi trovare in casa dalla polizia.

Il puzzo si fa sempre più acre.

Qui l’ultimo numero cartaceo di SenzaFiltro (dicembre 2022), dedicato al tema del whistleblowing.


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