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Caffè scorretto: SaGa Coffee, possibile svolta per le 200 lavoratrici a rischio

Caffè scorretto: SaGa Coffee, possibile svolta per le 200 lavoratrici a rischio

Alla fine se ne sono salvate 137, delle 200 lavoratrici che per 94 giorni hanno occupato la SaGa Coffee, l’ultimo presidio rimasto di quella che una volta era la Coffee Valley, la valle del caffè. Le rimanenti andranno in pensione oppure riceveranno un incentivo all’esodo, con cifre che arrivano fino a 85.000 euro. Lo stabilimento non chiuderà, ma si sottoporrà all’ennesima dieta dimagrante anche se le dipendenti – quasi tutte donne – avrebbero volentieri lavorato.

SaGa Coffee, azienda in positivo, lavoratrici alla porta

Inerpicata sulle montagne tra Bologna e Pistoia, era un piccolo orgoglio per l’Emilia-Romagna: una schiera di fabbriche che guardavano verso il basso dalla montagna, nelle quali si producevano le migliori macchine da caffè. Partendo da un angolo della provincia di Bologna, alcune di queste aziende erano diventate piccole multinazionali con sede anche all’estero.

È la storia della SaGa Coffee, che fu acquistata nel 2016 quando ancora faceva parte del gruppo Saeco e si occupava di creare distributori di macchine da caffè da bar. La società venne acquistata dal gruppo Evoca di Bergamo e poi passò a un fondo canadese che ha investito nell’azienda nel 2016, acquistandola.

All’epoca nello stabilimento di Gaggio Montano c’erano 320 lavoratori. Molti di loro sono andati in pensione e non sono stati rimpiazzati, anche perché negli ultimi anni la società ha risentito della crisi del settore. Anche se prima del crollo l’azienda bolognese ha reso più che bene ai nuovi proprietari: si è passati, infatti, dai 302 milioni di euro di fatturato con un EBITDA di 74 milioni del 2015 ai 462,7 (con 105,5 di EBITDA del 2019), per ritornare poi a 304 di fatturato e 54,6 di EBITDA del 2020.

«I primi tre trimestri del 2021 – spiega Primo Sacchetti della CGIL – c’è stata una notevole ripresa. Possiamo capire che ci sia comunque ancora un po’ di prudenza, ma non possiamo giustificare i licenziamenti. Capiamo che con la chiusura degli ospedali e degli uffici pubblici un settore come quello delle macchine da caffè vada in crisi.»

Primo Sacchetti della CGIL con alcune lavoratrici durante il presidio durato dal 4 Novembre al 18 Febbraio

Cronaca di un licenziamento: chiusura e delocalizzazione notificate da un giorno all’altro

È stato proprio il periodo della pandemia e il ricorso sempre più diffuso allo smart working da parte di molte aziende a causare la flessione del mercato delle macchine per il caffè. Una crisi generalizzata che si riflette anche sulla piccola azienda di Gaggio Montano.

Tutto comincia il 4 novembre del 2021, quando l’amministratore delegato manda in azienda una mail al direttore dello stabilimento. Alcune lavoratrici la intercettano per caso e vi leggono che il dirigente dà indicazione di caricare gli stampi e di trasferirsi nella sede di Bergamo. La mail è di giovedì, ma le operazioni di trasloco devono effettuarsi dal venerdì.

Le lavoratici contattano subito i sindacati e organizzano uno sciopero con tanto di presidio. Il giorno successivo arriva la comunicazione ufficiale dell’amministratore di cessazione e chiusura entro il mese di marzo dello stabilimento di Gaggio Montano. Il presidio diventa fisso, arrivando a durare cento giorni. La società tiene duro ed è decisa a delocalizzare la produzione in Spagna e Romania, dove i costi del lavoro sono più bassi, e a Bergamo, meglio servita dal punto di vista dei trasporti. Dalla sede dell’azienda al primo casello autostradale, che è Sasso Marconi, ci vogliono almeno 48 minuti, quasi tutti di tornanti, che pesano molto sulla decisione di chiudere. Anche perché, come precisa Sacchetti: «Dalla lettura dei bilanci si evince che lo stabilimento aveva sostenibilità e aveva una perdita inferiore agli altri del gruppo, è stato chiuso per logiche di mercato».

Insomma, pur con i problemi connessi, lo stabilimento bolognese è quello che si trova in condizioni migliori. Nel giro di poco tempo la voce del presidio si sparge e intervengono anche gli amministratori regionali. Il presidente della Regione interviene e viene siglato un accordo con un patto per il lavoro e l’ambiente che viene rispettato.

«Nella gestione della trattativa – spiega Sacchetti – gli amministratori hanno avuto un ruolo attivo, cosa che la politica e i partiti non hanno avuto. In queste zone la distanza tra la gente e la politica è ormai molto alta. Cresce l’astensionismo e i voti della destra». Questo a pochi chilometri da uno dei luoghi simbolo della Resistenza, cioè il paese di Marzabotto, dove avvenne un eccidio per mano dei nazifascisti.

La questione però è seria e da anni nessuno sembra avere voglia di affrontarla. «Il futuro dell’Appennino è a rischio», continua Sacchetti. «La crisi della Saeco inizia a cavallo tra il 2010 e il 2011. All’epoca c’erano 1.400 dipendenti e questa zona era la Coffee Valley. Con l’avvento delle multinazionali il territorio si è impoverito, e non essendoci lavoro la gente si trasferisce».

Un’intera valle a rischio, salvata dal presidio delle lavoratrici

Attorno alla Saeco, nata dall’ingegno degli imprenditori Zaccanti e Zappella, oggi proprietari della Parmacotto, si muoveva l’economia di una vallata intera. L’80% dei lavoratori erano donne, che hanno avuto così la possibilità di non trasferirsi per poter lavorare, anche se i loro figli stanno progressivamente abbandonando la vallata. È il caso ad esempio di Franca Calabrese, delegata sindacale, che ha visto partire entrambi i suoi figli per andare a vivere a Bologna, dove si trovano a pagare anche 700 euro di affitto. In questi mesi ha lottato, con le altre sue compagne che si trovano in situazioni simili – alcune sono madri single – per non perdere la possibilità di lavorare vicino a casa, ma anche per mantenere in vita una zona dell’Appennino bolognese che altrimenti rischierebbe di morire.

Nel presidio, che ha superato i tre mesi, con tanto di fornelli da campo e una cambusa piena di rifornimenti oltre che uno spazio per dormire, c’è molto sconforto, e in parte senso di abbandono. Anche se tutto il paese si è mobilitato per sostenere le donne che lottano per difendere il loro posto di lavoro: dalla Protezione Civile alla Croce Rossa, fino alla squadra di calcio paesana e ai bambini delle scuole elementari, che hanno fatto arrivare i loro disegni di incoraggiamento.

Il sostegno è arrivato anche dal sindaco di Gaggio Montano e dagli amministratori locali che hanno seguito la vicenda, conclusasi con la cessione della società a un nuovo gruppo, il quale si è impegnato a confermare i posti di lavoro e metterà in atto politiche di rilancio dello stabilimento della SANAC. Si tratta di una società partecipata dalle aziende Tecnostamp e Minifaber, che si impegna all’assunzione di almeno 137 lavoratori entro i dodici mesi interessati dal ricorso alla cassa integrazione straordinaria per cessazione. Il numero salirà a 150 se Invitalia dovesse confermare il proprio ingresso. Previste anche un’integrazione giornaliera agli importi di cassa pari a 20 euro lordi e un sistema di incentivazioni all’esodo fino a 85.000 euro lordi. Il protocollo d’intesa è stato firmato in Regione venerdì.

«Siamo soddisfatti di questo accordo che è stato firmato in Regione», dice Sacchetti. «Consideriamo anche l’aver ottenuto gli incentivi all’esodo un ottimo risultato. Possiamo dire che per le lavoratrici, ma anche per tutta la zona, questa è stata una vittoria».

Ora il ciclo produttivo della SaGa Coffee può riprendere, ultimo baluardo rimasto in quella che una volta era la valle del caffè.  

Leggi gli altri articoli del reportage 109, “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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Foto di Lara Mariani