Che vuol dire “salario giusto”?

“Salario giusto” è un’operazione semantica. Il decreto sul salario minimo racconta una storia che i dati smentiscono: il problema non è il pavimento, è il soffitto che si abbassa

Il pavimento e il soffitto

La retorica del salario minimo – favorevole o contraria – lavora sempre sul pavimento: il livello sotto il quale non si può scendere. È una discussione legittima, ma distrae da quello che sta succedendo al soffitto. Secondo i dati Acli-Iref, il 51% dei lavoratori dipendenti italiani non ha recuperato l’inflazione cumulata del periodo 2020-2025. Non parliamo di chi guadagna poco: parliamo di chi guadagnava abbastanza e ora guadagna meno in termini reali, perché il suo CCNL è scaduto e non è stato rinnovato, o è stato rinnovato al ribasso, o è stato rinnovato con aumenti nominali che non tengono il passo con un’inflazione che ha toccato il 3,2% nel maggio 2026.

Il DL 62/2026 non tocca questo problema. Non può toccarlo, per come è costruito: si appoggia alla contrattazione collettiva come soluzione, ma la contrattazione collettiva è parte del problema. I 4 milioni di lavoratori senza rinnovo del contratto non sono una categoria marginale: sono un quinto della forza lavoro dipendente, distribuiti in settori che vanno dal commercio all’edilizia, dai servizi alle costruzioni. Per loro, il “salario giusto” del decreto è una promessa che rinvia a una contrattazione che non avviene.

Il linguaggio come politica

C’è una tecnica consolidata nel dibattito sul lavoro italiano: nominare le soluzioni prima che esistano. “Salario minimo” diventa “salario dignitoso”, poi “salario giusto”, poi, quando il testo viene scritto, il riferimento ai CCNL rimane quello che era. Il cambiamento lessicale crea l’impressione di un progresso normativo senza che le condizioni materiali siano cambiate.

Non è una critica alla buona fede del legislatore. È una critica alla struttura dell’argomentazione: quando il nome di una norma promette più di quello che la norma fa, il nome è parte del problema. “Salario giusto” come etichetta del DL 62/2026 racconta ai lavoratori che il loro salario è ora tutelato da un principio di giustizia. Ma il 51% di loro che non ha recuperato l’inflazione degli ultimi cinque anni non sperimenta quella giustizia: sperimenta una perdita reale che nessuna denominazione normativa cancella.

Il Bilancio di genere 2024 della Ragioneria Generale aggiunge un livello ulteriore: le lavoratrici sono rappresentate nei settori a contrattazione più debole e nei livelli retributivi più bassi. Il “salario giusto” come categoria neutrale non vede questa distribuzione asimmetrica. Una norma che si appoggia ai CCNL come parametro di equità senza interrogarsi su quali lavoratori i CCNL proteggono davvero e quali lascia fuori, produce equità solo per chi era già relativamente protetto.

 

Cambiare tutto per non cambiare niente

Il DL 62/2026 avrebbe potuto fare due cose che non ha fatto. Prima: definire un meccanismo di adeguamento automatico per i contratti scaduti, legato all’inflazione reale, che entrasse in vigore in assenza di rinnovo entro un termine definito. Seconda: individuare i settori con copertura contrattuale più debole e prevedere per quelli un intervento diretto, non un rinvio alla contrattazione che in quei settori funziona meno. Non le ha fatte. Ha scelto invece una denominazione ambiziosa e un impianto che lascia intatto il problema strutturale.

Questo non rende il decreto inutile; rende il decreto insufficiente  e rende il suo nome una promessa che il testo non mantiene. In un sistema in cui il linguaggio normativo ha effetti reali sulla percezione dei diritti, questa distanza tra nome e contenuto non è un dettaglio tecnico, ma è il centro della questione.

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