Zona Franca

Firenze durante il coronavirus: Piazza Santa Croce deserta.

Coronavirus: Firenze libera tutti

Firenze e coronavirus: gli effetti su turismo, commercianti e ristoratori. "La città deve restare viva", ma alcune serrande potrebbero non sollevarsi più.

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So che in giro per il mondo ci sono migliaia di foto che mi ritraggono a mia insaputa.
Eppure non sono una star, né penso che mi siano state rubate. Vivo a Firenze da più di quarant’anni e se non avessi imparato a scansare gli obiettivi dei turisti che ne immortalano le bellezze, non riuscirei a camminare per le sue vie. Ma tutto questo era vero fino a pochi giorni fa, quando intorno a San Valentino abbiamo iniziato a farci un’idea di quanto un ormai innominabile virus potesse diventare un’emergenza.

 

Firenze: la città del turismo contro il coronavirus

Nel volgere di una decina di giorni la città, scelta da turisti italiani e stranieri ma anche da studenti di ogni nazionalità, ha visto le sue strade letteralmente svuotarsi e – fino a quando non sono stati chiusi per decreto – i suoi musei completamente liberi da file e attese.

Sono più di trenta le università internazionali o di nazionalità estera che hanno sede a Firenze. Nel 2019, anno record, sui 48,5 milioni di pernottamenti in Toscana 26,2 milioni erano di stranieri. Questi numeri hanno determinato la diminuzione progressiva di calzolai, mercerie o negozi per chi in città non si limita a fare foto, a favore di attività legate all’accoglienza, o comunque a una fruizione, alle volte letteralmente “mordi e fuggi”. Scelte imposte anche dal lievitare dei canoni di locazione, che, come per le abitazioni sempre più spesso destinate al B&B, anche per i negozi determina una destinazione d’uso di tipo turistico.

La mutazione del suo tessuto economico, che per molti era l’abdicazione al mercato di una città che una parte dei fiorentini vorrebbe ancora tutta per sé (magari dimenticando che è grazie ai turisti che si pagano i servizi di cui andiamo giustamente fieri), mostra tutta la sua vulnerabilità oggi che l’innominabile, prima ancora del decreto, ha costretto chi ci vive ad adeguarsi a uno scenario per molti mai visto.

È nel cuore di Firenze, in una delle botteghe che sono tappa obbligata di ogni visita, che decido di saggiare il punto di vista di qualcuno che è lì da novant’anni.

La fuga degli stranieri, americani in testa

Vivoli, la gelateria dei fiorentini, con un piede negli USA (Orlando) e un passato che vede dietro il bancone tre generazioni, mi accoglie con un sorriso e mi saluta con un gelato; ma nel mezzo la signora Silvana ha le idee molto chiare su quale fosse il momento più simile a quello che stiamo vivendo.

Lei torna al 1988, quando la strage di Lockerbie determinò il primo shock nel turismo intercontinentale, allora prevalentemente composto da nordamericani che per un po’ ridussero gli spostamenti sul vecchio continente. E sono sempre gli americani, mi dice Simonetta, i primi che hanno chiuso le loro università nel timore che un eventuale contagio degli studenti potesse determinare l’attivazione dei costosissimi risarcimenti delle polizze assicurative che li accompagnano per il mondo.

Nella mezz’ora che trascorro nel locale ho modo di rendermi conto di quanto il flusso di clienti sia ridotto rispetto al normale. Domando quindi se in queste condizioni convenga restare aperti.

La risposta è senza esitazioni: “Ci mancherebbe! È proprio in questi momenti che noi commercianti dobbiamo dimostrare di esserci. Noi che possiamo dobbiamo dare un segnale chiaro che la città è viva. Non è semplice; con i dipendenti abbiamo parlato, ma per ora, e fino a quando ci sarà possibile, ognuno al suo posto”.

Più o meno la stessa risposta che ottengo in un bar poco distante, dove prendo un caffè con la sola compagnia della titolare (che non vuole essere fotografata: “sa, non ho la testa a posto”). Gestisce le 12 ore di apertura giornaliera insieme a una collaboratrice familiare, formula che consente a molti esercizi di ammortizzare i momenti di calo, ma la sola idea di ridurre l’orario le sembra inaccettabile. Di certo non sembra che avrà problemi ad assicurare la distanza di sicurezza tra gli avventori.

Un bar in pieno centro cittadino

 

Una città tornata agli anni Ottanta e la noncuranza dei giovani prima del decreto

La sera, insieme a degli amici, decido di non prendermi la briga di telefonare per provare un ristorante molto gettonato per la bistecca. Siamo d’accordo di entrare solo se la situazione ci sembrerà non troppo affollata.

Sull’uscio del locale, le braccia incrociate dietro la schiena, sembrano quasi sorpresi nel vedere che siamo lì per loro i due camerieri che ci dedicheranno attenzioni esclusive per tutta la sera. Con un effetto quasi cinematografico, siamo invitati a scegliere liberamente il tavolo e, senza sapere che anticipiamo un decreto che di lì a poco ci avrebbe comunque obbligato a tenere le distanze, decidiamo per l’ovale da 8 pur essendo solo in 4.

Anche se i ristoranti non hanno un obbligo di chiusura, sospetto che passerà un po’ di tempo prima che torni a compiere un gesto naturale come questo, e con la stessa leggerezza.

È difficile decidere quale sia l’atteggiamento corretto da tenere di fronte a un’emergenza che, se da una parte ha restituito a Firenze un’atmosfera anni Ottanta, dall’altra rischia concretamente di affondare un’economia che sul turismo muove numeri importanti. Migliaia di addetti su cui, una volta fatte godere ferie e recuperi, in molti dovranno fare le loro considerazioni a fronte di una crisi la cui durata, essendo connessa all’evoluzione di un’epidemia, nessuno è in grado di stimare.

In piazza Santo Spirito, dove passo tornando alla macchina in quella che solo il giorno dopo scoprirò essere l’ultima sera dei pub aperti, i locali sono gremiti di giovani e giovanissimi che sembrano per nulla intimoriti da una minaccia che percepiscono lontana, forse anche per una comunicazione che sottolinea l’età avanzata della maggior parte delle vittime. Non sento accenti sconosciuti e non vedo l’ombra di uno straniero, che oggi si sentirebbe estraneo a tutto questo.

Oggi so che la festa è finita, nei pochi giorni successivi a questo mio tour fiorentino la situazione è precipitata ed è proprio di ieri sera la notizia che tutta Italia è diventata zona rossa.

Siamo nella città di Lorenzo il Magnifico, colui che invitava i giovani a godere dell’età con parole molto attuali:

“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza.”

Ma il rumore dei passi sul selciato mi riporta davvero agli anni Ottanta, quando le vie deserte di notte erano lo scenario comune. E mi domando se, una volta che tutto questo sarà finito e conteremo le serrande dei locali che non hanno riaperto, avremo fatto tesoro di un qualche insegnamento. Se il nostro modo di stare insieme cambierà per sempre oppure se torneremo, come ogni volta, a vivere solo il tempo presente.

Aiuta aziende e organizzazioni a ripensare il modo di fare business con la società di consulenza che, nel 2004, ha fondato insieme a due amici che condividono con lui l’idea che dimenticare ciò che si è imparato può aiutare a migliorare il mondo. Per questo, dopo una laurea in Economia nel secolo scorso, non smette di leggere di tutto e aggiornarsi con i migliori, soprattutto quando propongono idee fuori dagli schemi. Quello che pensa possa essere utile lo insegna. A oggi sono più di 150 i corsi che ha progettato e realizzato. Tra i suoi obiettivi c'è quello di correre una maratona in 3 ore e 50. [ Guarda tutti gli articoli ]

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