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Disturbo bipolare e lavori che fanno il doppio gioco

Disturbo bipolare e lavori che fanno il doppio gioco

Stereotipi e pregiudizi che allontanano dal lavoro chi convive con questa patologia psichiatrica raccontati da Giulia Righi, ideatrice del blog BipolarInformati.

Sara Bellingeri

22 Novembre 2022

C’è un vero e proprio guscio di stereotipi che da tempo avvolge il tema importante e allo stesso tempo poco trattato del rapporto tra disturbo bipolare e lavoro. Stereotipi che se non vengono scardinati possono tramutarsi in pregiudizi.

Il disturbo bipolare è definito come una patologia psichiatrica complessa caratterizzata, come esplicita il nome, da due polarità, rappresentate da un lato da episodi depressivi e dall’altro da episodi maniacali o ipomaniacali. Ciclicità e ricorrenza si configurano come ulteriori caratteristiche del disturbo, che si distingue in tipo I, riguardante in egual modo sia gli uomini che le donne, e in tipo II, con una maggior incidenza per il genere femminile.

Sono però le storie in carne e ossa a restituirci il prisma di sfaccettature sul tema malattia mentale e inclusione lavorativa; diritto quest’ultimo messo a repentaglio proprio dal corteo di pregiudizi con cui ancora oggi abbiamo a che fare.

Ci addentriamo nell’argomento confrontandoci con Giulia Righi, autrice dell’interessante blog BipolarInformati, che nasce proprio con l’obiettivo di informare e sensibilizzare sul disturbo bipolare, coinvolgendo anche la questione lavoro. Un’informazione che diventa a sua volta una forma di riscatto importante.

Giulia Righi e il disturbo bipolare, quando una diagnosi errata rovina il lavoro (e la vita)

Con Giulia decidiamo di affrontare il tema senza lasciare spazio alle reticenze. Mi risponde con voce limpida, determinata a scoperchiare alcuni stereotipi riguardanti il tema. Giulia, infatti, conosce bene il disturbo bipolare, poiché lo vive in prima persona: “Ho avuto la diagnosi molto tardi e questo ha influito anche sull’attività professionale”, racconta. “Nel tempo ho abbandonato e anche cambiato diversi lavori prima di arrivare alla situazione di stabilità attuale”.

A pesare è anche un’altra questione: “Vengo da una situazione spiacevole di diagnosi errata: il medico diceva che avevo una depressione quando in realtà non era così. Questo ha influito sulla tempestività delle cure, e di riflesso sulla mia vita lavorativa. Svolgevo infatti una mansione di commerciale estero che prevedeva trasferte e anche lunghi viaggi in auto, i quali richiedevano a loro volta energia e concentrazione. La terapia farmacologica errata e la partenza mi hanno fatta stare molto male, con tanto di ricovero”.

La diagnosi errata determina ripercussioni negative sulla sua vita professionale e sulla sua possibilità di mantenersi. Inizia un periodo lungo e difficile, ma poi, grazie a una diagnosi corretta che si affianca a terapie mirate, Giulia riesce a riprendere in mano le redini della propria vita e a conquistare un riscatto importante. Grazie alla sua abilità di traduttrice e alla sua tenace volontà di informare per essere di aiuto anche ad altre persone, nasce l’idea del blog, che si affianca a un nuovo percorso lavorativo.

“Sei inaffidabile” e tutti gli altri stereotipi che separano il disturbo bipolare dal lavoro

Ci immergiamo sempre più nella questione lavoro e chiedo a Giulia quale sia lo stereotipo più difficile da scardinare, che porta a giudicare le persone con disturbo bipolare incompatibili con l’attività lavorativa quando in realtà non è così. “Sicuramente la non affidabilità”, risponde Giulia senza dubbi. “C’è questa tendenza a credere che chi è bipolare non abbia senso di responsabilità e sia inaffidabile, che cambi subito idea o non riesca a portare a termine i propri compiti. La realtà invece dimostra che, con una terapia mirata in corso, un percorso lavorativo è gestibile e realizzabile”.

C’è inoltre un altro aspetto che mette KO questo luogo comune: “Spesso sono per prime le persone con disturbo bipolare a cercare mansioni lavorative che si concilino meglio con le loro esigenze e che non abbiano ritmi stressanti”, afferma Giulia. “I farmaci possono inoltre influire sull’attività mnemonica, e anche in questi casi esserne consapevoli può aiutare a organizzarsi meglio”. Consigli di certo utili per ogni contesto lavorativo.

Partendo dalle esigenze di chi convive con questa condizione, che se curata in modo adeguato si concilia con l’attività lavorativa, quali sono invece gli elementi che nel contesto lavorativo vanno sempre evitati a priori per chi convive con il disturbo bipolare, pur gestito bene grazie a terapie di vario tipo?

“Senza dubbio lo stress elevato che può riguardare il sovraccarico di scadenze o responsabilità e il ritmo dei turni. Ci sono inoltre lavori a rischio che credo proprio siano inconciliabili con questo disturbo. Al momento io lavoro a tempo pieno come receptionist in un contesto che si concilia molto bene con le mie esigenze. All’inizio però, visto che venivo da un periodo abbastanza lungo di standby lavorativo, proprio per questioni di salute, ho chiesto un part-time di sei mesi, e questo mi ha permesso di ricalibrarmi gradualmente sui ritmi”. E sottolinea: “Bisogna fare molta attenzione ai contesti di lavoro che sovraccaricano e spremono fino all’osso, perché possono peggiorare il disturbo o creare delle ricadute: a me in passato è accaduto così”.

Luoghi di lavoro che la salute mentale la tutelano, altri che invece la minano o addirittura la compromettono: uno spaccato che anche in Italia esiste, e che non si può negare.

Quel timore di perdere il lavoro: i diritti violati di chi soffre di disturbo bipolare

Tocchiamo un’altra questione cardine, che è quella dell’invalidità: se riconosciuta dalla commissione medica, anche il disturbo bipolare prevede questo aspetto, e in tal caso i lavoratori e le lavoratrici rientrano tra i destinatari della Legge 68/99. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità contiene tra gli altri l’articolo 2, che riguarda i cosiddetti accomodamenti ragionevoli, ossia “le modifiche e gli adattamenti necessari e appropriati che non impongano un carico sproporzionato o eccessivo, ove ve ne sia necessità in casi particolari, per assicurare alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio, su base di eguaglianza con gli altri, di tutti i diritti umani e libertà fondamentali”.

Chiedo a Giulia quali siano gli accomodamenti ragionevoli che secondo lei andrebbero attivati per promuovere al meglio l’inclusione lavorativa delle persone con disturbo bipolare. “Credo che sarebbe importante avere una figura come quella di uno psicologo all’interno delle imprese, e anche la figura di qualcuno che si occupi di sensibilizzare su questi temi, per prevenire i pregiudizi e informare meglio su che cosa realmente sia il disturbo bipolare. Posso confermare, avendone conosciute, che tante persone con disturbo bipolare hanno paura di rivelare ai colleghi la loro situazione, sia per timore dello stigma, sia in alcuni casi addirittura perché temono di perdere il lavoro”. E aggiunge: “Un altro aspetto importante è l’organizzazione degli orari, dando la possibilità di part-time, e per le mansioni che possono prevederlo anche lo smart working”.

Chiedo a Giulia: senti rappresentati i tuoi diritti? “No, purtroppo. Adesso si comincia a parlarne un po’ di più, ma ci sono ancora persone ai margini, e il problema non riguarda solo la questione lavoro. Io ho avuto la fortuna di avere la mia famiglia che mi è restata accanto, non a tutti succede, ci sono persone di diversa età che vengono rifiutate del tutto persino dai genitori. Molti dei miei amici sono spariti nel nulla, e senza rapporti sociali e lavoro si rischia l’emarginazione. Serve tanta informazione per prevenire la paura, e servono maggiori tutele per noi”.

Giulia ci tiene ad aggiungere un invito che suona come un appello: “A chi convive questo disturbo vorrei dire di avere più coraggio, di parlarne, perché la malattia mentale non è una colpa, è una malattia come le altre, e con le giuste cure ci si può convivere”.

Il lavoro è un segmento focale della società che implica tanti aspetti importanti della nostra vita, tra cui l’autonomia, l’autodeterminazione e la realizzazione. Una ferita su questo fronte determina effetti su tanti altri, come abbiamo raccontato. Lo stesso mondo del lavoro, se procede per stereotipi, può infatti perdere talenti e contributi importanti da parte di persone le cui capacità vanno ben al di là di una diagnosi, come dimostrato da tante storie e percorsi. 

Spezzare gli stereotipi diventa allora una missione da concretizzare in collettivo. Una missione dove anche il lavoro, con le persone che lo costituiscono, dimostra di avere un ruolo fondamentale, che intreccia inclusione e valorizzazione, attraverso il riconoscimento di chi siamo e di quanto valiamo, senza il paraocchi di timori o etichette. Con il diritto di avere la nostra opportunità.

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Photo credits: grupposandonato.it