Filippo Barbera: “I borghi non esistono, sono ancora luoghi di fuga”

Il docente di sociologia economica dell’Università di Torino parla dei paradossi dei fondi del PNRR dedicati ai Comuni e i rischi di una visione fondata sul binomio turismo-cultura.

Un miliardo di euro. È una cifra esorbitante quella messa a disposizione dal PNRR per il Bando borghi firmato dal ministro della Cultura Dario Franceschini. Una cifra che, se gestita bene, con criteri che tengano davvero conto del territorio e delle sue articolazioni industriali e civili, potrebbe fermare l’inarrestabile e drammatico processo di spopolamento di centinaia di paesi abbandonati per la desertificazione del lavoro o l’assenza di strutture di servizio che consentano ai giovani di costruirsi un futuro. Ma quella cifra è anche un boccone prelibato che creerà appetiti politici ed economici incontrollabili, come spesso avviene quando si distribuisce denaro senza una politica dei controlli e al di fuori del tessuto territoriale.

Qualcuno ha definito il Bando borghi un paradosso: invece di fermare lo spopolamento sta creando spaesamento anche tra chi dovrà gestire quella montagna di quattrini.

Ne parliamo con Filippo Barbera, docente di sociologia economica all’Università di Torino nel dipartimento Cultura politica e società, membro del Forum Diseguaglianze e Diversità fondato da Fabrizio Barca e membro del direttivo dell’associazione Riabitare l’Italia. Filippo è attualmente anche un collaboratore del manifesto, quotidiano dove ho lavorato per trent’anni. Possiamo dunque parlare in scioltezza di temi che abbiamo già incrociato in passato.

Filippo Barbera, docente di sociologia economica all’Università di Torino

Tornando sul progetto dedicato ai paesi, il suo giudizio è piuttosto netto. “Mi pare che il tema cruciale sia il ripopolamento di intere zone sparse sul territorio italiano. Se è così il Bando borghi è sulla strada sbagliata. Il territorio non vive se non c’è un investimento sulla vita quotidiana delle persone, sulle strutture dei cittadini, sulla società in tutte le sue diramazioni. Tutto questo manca nel Bando borghi. Non c’è un chiaro modello di business, non si pone attenzione sufficiente sulle procedure per l’attuazione, nostra tara storica, e soprattutto la gestione deve essere credibile, deve avere una gestione pubblica più strutturata, e non mi pare che i Comuni che vinceranno la gara saranno in grado di gestire quella quantità di denaro”.

Un giudizio che non piacerà al ministro Franceschini e che apre una riflessione sui pericoli di dispersione delle risorse e sulla corruzione. Prima di addentrarci nel labirinto del Bando borghi, che qualcuno ha definito “lotteria Borghi”, proviamo a ricostruire i passi principali del progetto.

La cosa migliore è attingere le informazioni dalla fonte primaria del ministero della Cultura per capire di che cosa si tratta: “Nell’ambito degli investimenti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – si legge nei documenti ufficiali del ministero – l’Investimento 2.1 Attrattività dei Borghi prevede un finanziamento complessivo pari a 1.020 milioni di euro. L’Investimento è suddiviso in due linee d’intervento: la Linea A dedicata a Progetti pilota per la rigenerazione culturale, sociale ed economica dei Borghi a rischio abbandono e abbandonati con una dotazione finanziaria di 420 milioni di euro e la Linea B dedicata a Progetti locali per la Rigenerazione Culturale e Sociale con una dotazione finanziaria complessiva di 580 milioni di euro. Infine, l’investimento vede un importo pari a 20 milioni di euro destinati all’intervento ‘Turismo delle radici’ il cui soggetto attuatore è il ministero degli Affari e della Cooperazione Internazionale”. Questo in sintesi il progetto.

Che cosa ne pensi?

Intanto salta agli occhi nella cosiddetta linea A la sproporzione enorme tra le cifre in campo e le dimensioni dei paesi: venti milioni per un solo paese è un’assurdità. Alcuni di questi paesi hanno tra i sessanta e i cento abitanti. Tra l’altro la procedura e i criteri di assegnazione sono diversi da Regione a Regione, non si capisce come si combinano pubblico e privato. Temo che sia prevalsa la logica dell’eccellenza.

Le tue parole mi fanno venire in mente la logica dell’eccellenza utilizzata in Lombardia per finanziare la sanità privata.

Non so se si possa fare un paragone con quel fenomeno, e a dire il vero non credo che ci siano pericoli di poca trasparenza. Certo, quando si distribuisce denaro pubblico c’è sempre il pericolo che prenda strade impervie. Penso però che sia sbagliato l’impianto complessivo. A mio parere un piano di questo genere doveva essere gestito dal ministero dello Sviluppo territoriale, per essere efficace, e non dal ministero della Cultura. Rispetto all’esperienza fatta da Fabrizio Barca, che con il progetto Aree Interne aveva valorizzato il rapporto con il territorio, e in particolare le periferie urbane e le aree deindustrializzate, è un passo indietro. Qui il territorio è assente e mancano tutti i requisiti per la gestione del denaro.

Non è un po’ la logica del PNRR, spendere tutto e subito?

Certo. È la logica che ha imposto l’Europa dopo la pandemia. I soldi vanno spesi bene e con rapidità. Questa filosofia potrebbe andare bene per un Paese come l’Italia, che ha nel suo DNA una lentezza atavica negli investimenti e nella loro attuazione dovuta alla burocrazia, ma se non si mettono in campo criteri rigidi di attuazione e di gestione del denaro si rischia di spenderli male e senza risultati, quei soldi. Deve essere chiaro che senza una tecnostruttura pubblica solida e progetti dettagliati i Comuni non saranno in grado di gestire risorse così ingenti. Questa storia metterà a nudo una realtà diversa da ciò che sostiene il mainstream: nel nostro Paese non ci sono troppi dipendenti pubblici, ma ce ne sono pochi. Nel pubblico inoltre mancano le competenze. Pensa a cosa sta succedendo al Sud: tutti i Comuni sono in corsa per entrare nel progetto, vista la quantità di denaro in campo, ma poi quando si tratterà di gestirli, quei quattrini, saranno guai. E i territori, quelli veri, resteranno luoghi di fuga verso le città o verso l’estero. Voglio essere provocatorio: i borghi che stiamo considerando, come realtà territoriale, non esistono; sono una rappresentazione di un passato estetizzato. Se non si esce da questo scenario non ne verremo a capo.

Concludendo questa nostra conversazione con una considerazione politica, tu pensi che questo apparato critico che avete messo in campo verso le scelte di Franceschini a proposito del Bando Borghi riuscirà a incidere in qualche modo sulle scelte fatte? E soprattutto, riuscirete a modificare il percorso scelto?

Ci sono due problemi rispetto alla capacità della politica di modificare il percorso intrapreso dal Governo e dal ministro. Il primo è lo strumento: il PNRR predilige lo strumento bando perché è il più veloce, e permette così alle spese di essere attuate e rendicontate in tempi brevi in modo da vedere subito i risultati. Il secondo, come ti dicevo, è l’iscrizione di questa linea dentro il ministero della Cultura. Il ministro Franceschini, come è evidente, ha sposato il binomio turismo-cultura come motore dello sviluppo dei territori, e su quella base ha delineato l’intervento con il Bando borghi. Dunque la risposta alla tua domanda purtroppo è no: sarà davvero difficile modificare l’orientamento di Franceschini proprio per le considerazioni che abbiamo fatto. La verità è che bisognerebbe ripristinare con forza l’idea di un ministero per la Coesione territoriale assieme ad agenzie che mettano al centro il territorio, ma questa non mi pare la strada scelta dal Governo, e in particolare dal ministro Franceschini.

Leggi gli altri articoli a tema PNRR.

Leggi il mensile 111, “Non chiamateli borghi“, e il reportage “Aziende sull’orlo di una crisi di nervi“.


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