Milano non ha un piano B (di sessismo, sfruttamento, promesse mancate).

Esselunga, Sicuritalia, il sessismo nelle agenzie di comunicazione, studenti e lavoratori senza casa. Milano non mantiene le promesse. Adesso possiamo dirlo.

Dalla pandemia in avanti, Milano non trova pace e soprattutto non riesce più a sostenere.

Non riesce più a sostenere lo storytelling della città del business, che dopo aver attratto investimenti, prodotto metri cubi di cemento prevalentemente in centri commerciali e uffici, ipotecato un futuro per il dopo Expo che purtroppo non si è avverato se non nelle nebulose della comunicazione istituzionale (ma non di certo nei profitti delle catene alberghiere e di intere aree che avrebbero dovuto accogliere progetti di sviluppo e incoming turistico esponenziale), oggi si ritrova a fare i conti con la realtà di una città che ha fatto troppe promesse al di sopra delle possibilità.

Per chi ritenesse “complottistica” la mia avversione ai risultati di Expo e volesse andare oltre alle dichiarazioni di politici e amministratori del tempo, suggerisco la lettura del numero speciale di Altreconomia dedicato al dopo-expo, con dati, fatti, documenti e piani mai attuati.

In cerca di casa

Proprio da Milano quest’anno parte la protesta studentesca (poi allargatasi a macchia d’olio in altre città, anche se con un’eco meno assordante) dell’impossibilità di trovare case vicine alle facoltà e a prezzi accessibili. Un problema per niente nuovo, che da anni coinvolge non solo gli studenti, ma anche migliaia di lavoratori pendolari, molti dei quali – attratti dalla calamita del lavoro – hanno scoperto a loro spese che vivere a Milano significa di fatto vivere ad almeno 30 kilometri da Milano. Con quello che ne consegue in termini di servizi, orari e mezzi di trasporto, che per anni sono stati disegnati come supereroi del progresso, ma sotto il cui travestimento si nascondeva Trenord, con mezzi fatiscenti, inadeguati, spesso protagonisti di incidenti e di malfunzionamenti.

In questi giorni ci sono tre episodi che raccontano il declino di Milano, che non è più solo strutturale, ma anche valoriale.

Storie di predatori nelle agenzie di comunicazione

Massimo Guastini è un pubblicitario molto importante che per anni è stato anche a capo dell’Art Directors Club Italiano. Da diversi anni denuncia comportamenti predatori a opera dei manager delle società di comunicazione milanese ai danni di giovani collaboratrici, stagiste, e in generale di ragazze in cerca di lavoro.

Ne parlammo già cinque anni fa in occasione del primo Nobìlita Festival, in cui Massimo si soffermò in particolare sul comportamento reiterato di Pasquale Diaferia, che solo in questi giorni (dopo anni di “attività predatoria”) ha trovato spazio su tutti i social, smuovendo finalmente anche i sonnacchiosi movimenti al femminile tanto impegnati nella gestione di schwa e asterischi, ma troppo lenti nella denuncia concreta di nomi e cognomi. Scusate la polemica.

In questo polverone che si è alzato, stanno iniziando a venire fuori anche i primi “brand” in cui le attività predatorie erano sistematizzate addirittura da chat interne, in cui i manager si scambiavano “opinioni e punti di vista” sulle candidate ai colloqui e sulle nuove collaboratrici, scambiando commenti e foto in costume scaricate dai social. È il caso di We Are Social, un’altra delle agenzie di comunicazioni milanesi più importanti, il cui fondatore si è di recente scusato prendendo le distanze da quanto avvenuto, giustificando il fatto che l’azienda non ne era a conoscenza essendo quelle chat su “server non aziendali” e anticipando una indagine in corso. Dopo sei anni.

In tutta onestà, la giustificazione lascia un po’ perplessi. E comunque l’agenzia ne esce molto male; difficile credere che i tuoi manager abbiano messo in piedi un canale di comunicazione senza che nessuno ne sapesse niente, e se così fosse c’è da chiedersi che tipo di azienda, di management e di contesto sia, quello in cui per anni circolano voci di corridoio ed episodi deplorevoli senza che i dirigenti si accorgano di nulla e non ricevano nemmeno una segnalazione interna. Bell’ambientino.

Potete giurare che il bubbone è appena scoppiato, ma credere che sia circoscritto solo alle agenzie di comunicazione è solo un alibi, in una città dove l’estetica spesso conta più delle competenze e dove la sete di potere e di successo si scontra costantemente con una traduzione malata della “best performance”, in cui prede e predatori molto spesso si scambiano anche di ruolo.

Se si inizia a guardare nelle grandi società di consulenza, nelle banche e nella finanza e nei grandi studi di avvocati e consulenti del lavoro non credo che si trovino storie diverse da quelle.

Basterebbe ascoltare qualche monologo del massimo divulgatore della milanesità imbruttita, Germano Lanzoni, il cui spettacolo disponibile su Netflix si chiama non a caso “Figa”. Da cui l’estratto, “Figa o Fatturato?”. Da sempre, si sa, la satira si nutre di cronaca.

Esselunga, Sicuritalia e i grandi gruppi della logistica

Esselunga è uno dei simboli della Grande Distribuzione liberista milanese, che si contrappone al modello cooperativo di Coop e Conad sul fronte emiliano. Da ieri Esselunga è al centro di una complessa indagine condotta dal PM Paolo Storari, già protagonista delle operazioni che hanno visto coinvolte BRT Bartolini, DHL e gran parte del comparto della logistica lombarda.

A Esselunga, azienda di tradizione familiare che unisce il business a una solida comunicazione legata al “territorio”, alle “persone” e all’etica dei prodotti e delle filiere (a onor del vero, come praticamente tutte le aziende) viene contestato un sistema di somministrazione illecita della manodopera attuata attraverso un giro proprio di quelle cooperative tanto osteggiate, e di frode fiscale con operazioni riconducibili già al 2006.

Storari ha scritto che “la condotta di Esselunga, di carattere fraudolento, dura da numerosi anni e ha comportato non solo il sistematico sfruttamento dei lavoratori, ma anche ingentissimi danni all’erario“.

L’indagine si incrocia con quella a carico di Servizi Fiduciari, società cooperativa del Gruppo Sicuritalia, “leader di mercato” nei servizi di vigilanza, fra i cui clienti risulta anche Esselunga (alla faccia della tutela dei lavoratori), a cui si contesta l’accusa di caporalato.

La negazione delle grandi dimissioni mentre gli uffici sono ancora semivuoti

Da qualche settimana avrete notato un particolare accanimento da parte del Corriere della Sera e di Repubblica Milano, nel sostenere che le grandi dimissioni sono state un flop, e ben il 42% di coloro che si sono licenziati si è pentito (rivoltando il dato si potrebbe dire un successo, visto che il 58% si ritiene soddisfatto).

Sulla qualità dell’indagine ci sarebbe molto da discutere, ma guardando chi sono i testimonial a supporto – società immobiliari e commercianti che hanno tutto l’interesse a dimostrare che gli uffici sono di nuovo pieni – non vale nemmeno la pena approfondire. Suggerisco ai detrattori dello smart working e ai fan delle macchinette del caffè aziendali la lettura del recente libro di Francesca Coin, Le grandi dimissioni, che abbiamo recensito qui.

Nonostante un sempre più diffuso trend a sottovalutare lo smart working, le nuove forme di mobilità lavorativa, una cultura del lavoro che sembra aver fatto presa quasi ovunque tranne che nella capitale lombarda, sta di fatto che gli uffici ancora faticano a riempirsi. Il nuovo palazzo di Nexi è semideserto, ma è già approvato il progetto della nuova sede che si chiamerà Citywave e affiancherà gli altri tre eco-mostri di citylife, che la Milano Film Commission cerca di farci digerire attraverso fiction e serie televisive.

Di Uber Eats e gli altri, tutelati purché restino a Milano

L’ultima bomba che i giornali hanno rilanciato nella prima ora, senza poi riprenderne la notizia, è quella della chiusura di Uber Eats. Si è parlato di 50 licenziamenti, che saranno probabilmente i dipendenti “amministrativi” della sede milanese, ma anche perché fa comodo giocare al ribasso e nascondere i 7.000 rider coordinati dalla piattaforma, “spenti” attraverso un WhatsApp.

Fa comodo all’amministrazione cittadina in primis, che già dai tempi della fantomatica assessora Cristina Tajani non ha mosso un dito per regolamentare un mercato che fin dal primo momento lavora sul filo del vuoto giuridico di una legge che non si vuole in nessun modo approvare, e che un po’ per volta sta dando i segnali – ancora deboli – di una bomba a orologeria pronta a scoppiare.

A Milano c’è il numero più alto di fattorini in bicicletta e di utenti di food delivery, e la miccia è sempre più corta.

Il lavoro si è rotto. Anche a Milano

Milano non riesce più a sostenere il ruolo di città delle opportunità. Per promettere opportunità è necessario supportarle con retribuzioni e servizi sostenibili, con la garanzia di beni primari, case e lavoro, ma soprattutto con un assetto valoriale, che a Milano è sempre più impercettibile.

Mentre il mondo del lavoro va verso una direzione molto chiara, cerca di adattarsi a cambiamenti e a esigenze rinnovate delle nuove generazioni (ma anche delle vecchie), Milano non ha un piano B, e imperterrita corre sull’unico binario che da sempre le permette un posizionamento e un racconto a cui è sempre più difficile credere.

Fra i miei candidati ci sono manager milanesi che non lavorano da almeno tre anni. Propongo loro posizioni interessanti in città dove la qualità della vita e il suo costo sono davvero a misura d’uomo. In alcuni casi sono disponibili al massimo a fare lunedi-venerdi (motivo per cui puntualmente non superano le selezioni); il più delle volte mi sento dire: “Se lascio Milano perdo tutto“.

Più di così?

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