Formazione in aula. Buttiamo via la chiave?

La formazione non deve avvenire per forza in aula. Anzi: a volte i risultati premiano le soluzioni flessibili. Osserviamo le più interessanti.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Alzi la mano chi – dipendente di una qualsivoglia entità – non si è ritrovato a fare un corso online, che so, sulla sicurezza sul lavoro. Interessante, coinvolgente, ricco di spunti e aneddoti con cliffhanger che neanche Breaking Bad. Oppure no. Il corso era una lunga sequenza di slide testuali, lette dalla voce fuori campo di un bradipo insonnolito, senza possibilità di andare avanti veloce perché “bisogna certificare la frequenza”. E intanto fare altro.

Ecco, se dovessi citare un’emergenza nel mondo della formazione direi questa: riuscire a farla, la formazione. Non a certificarla, a farla. A prendere un contenuto e far sì che qualcun altro quel contenuto riesca a viverlo un po’ meglio di un obbligo da adempiere. A far sì che il fruitore possa uscire da un corso dicendo anche solo una parola tra “bello”, “utile” o quantomeno “sopportabile”.

Ok, ho preso un caso estremo. Ma è un estremo più frequente di quanto non si creda, perché riguarda le categorie professionali che hanno obblighi di aggiornamento da soddisfare, per poter continuare a svolgere il proprio lavoro. Penso al mondo assicurativo e finanziario, alle professioni. È formazione non finalizzata all’apprendimento di competenze: queste ultime sono un sottoprodotto, un incidente di percorso occasionale.

All’estremo opposto vedo gli immortali team building. Attività essenzialmente ludiche, finalizzate a evidenziare o sviluppare nei singoli comportamenti che, in qualche modo, migliorino i processi aziendali. È stato infatti dimostrato che la conoscenza tra le persone che lavorano nella stessa azienda può contribuire a bypassare meccanismi organizzativi anche molto complessi. Dai tempi di Meucci, una telefonata informale tra due che si conoscono risolve problemi meglio di uno squadrone di consulenti. I contenuti formativi sono (quasi) sempre presenti, ma in maniera timida, tangenziale. Giusto una spolverata che serve ad anticipare o prevenire il ditino alzato del pignolo di turno che invariabilmente chiede “sì, ma a cosa serve?”, e al quale non puoi rispondere “a farti conoscere colleghi”. E anche in questo caso i contenuti rischiano di essere un sottoprodotto, quasi a voler giustificare l’investimento (non sempre trascurabile) nell’attività.

 

La formazione lontano dalle aule

Ma cos’hanno in comune questi due estremi? Sono la punta dell’iceberg di un fenomeno che non so descrivere se non con un neologismo: deaulizzazione. Lo so, è orrendo ma non ho trovato niente di meglio per descrivere quanto sta avvenendo. La formazione si sta allontanando dalle aule “tradizionali” e pare che continuerà a farlo per una serie di motivi, alcuni banali e altri meno, che provo a elencare in ordine rigorosamente casuale e senza pretesa di esaustività:

  • Costi. Mandare gente in aula costa. Se poi l’azienda ha più sedi sparse lungo lo stivale, costa ancora di più; e se i fruitori sono tanti, peggio.
  • Tempo. Non solo inteso come tempo passato in aula, ma proprio come rapporto con il tempo: in molti contesti “un’intera giornata di otto ore in aula” è considerata semplicemente impraticabile: molto meglio spezzettare, ad esempio, in moduli da due ore ognuno.
  • Sovradosaggio. In alcuni contesti, vuoi per obblighi contrattuali, vuoi per cultura, vuoi per una serie di coincidenze, alcuni soggetti hanno subito un sovradosaggio di interventi formativi, che hanno causato crisi di rigetto anche gravi nei soggetti più sensibili.
  • Attenzione (deficit di). Vedo adulti (o supposti tali) che pontificano sull’incapacità delle nuove generazioni di prestare attenzione a qualcosa per più di dieci minuti. Gli stessi, in aula come in una riunione, sobbalzano quando una vibrazione nel taschino richiede loro attenzione – attenzione che viene prontamente concessa.
  • Device. Ne abbiamo sempre almeno uno in mano che ci connette con il mondo. Fisicamente presenti in un luogo, costantemente altrove.
  • Socialità. È vero che andare in aula è un’opportunità per favorire la socializzazione, ma “diamine, viviamo in un’epoca di (supposti) social network, serve proprio l’aula?”.
  • Percezione di utilità. “Mi ci hanno mandato” è una frase che il formatore tipo sente spesso in risposta alla domanda “che cosa vi ha portato a fare questo corso?”. In altri termini, se non vedo una correlazione tra i contenuti di un corso e il mio ruolo, attuale o prossimo, rischio di non percepirne il valore, e di conseguenza di saltare la partecipazione.

Messi tutti insieme, a mio parere, questi fattori richiedono quantomeno di ripensare ai modelli formativi in termini di approccio e opportunità.

 

Approccio

Massima personalizzazione. Vanno benissimo i corsi per intere famiglie professionali, ma devono essere parte di un processo più ampio in cui il singolo soggetto ha la possibilità di co-progettare il proprio percorso di crescita per definire interventi correlati al ruolo, alle competenze, ai talenti. Con interventi che possono andare dalla scelta dei corsi dal catalogo aziendale alla partecipazione al seminario, dal training on the job fino al mentoring. Come in medicina, il punto non è solo prescrivere il farmaco, ma garantire la compliance del paziente grazie alla sua totale consapevolezza dell’importanza della sua partecipazione al processo terapeutico.

 

Opportunità

Digitalizzazione. Probabilmente state leggendo questo articolo su un device: allora perché non progettare percorsi formativi che ne tengano conto? Se già in progettazione si parte dal presupposto che in aula i partecipanti possono acquisire informazioni, fare test e simulazioni con l’ausilio del device, e fuori dall’aula possono continuare a ricevere microsollecitazioni più o meno sotto le stesse forme, si può mantenere alta la tensione formativa in maniera poco invasiva.

Integrazione. È vero, sempre meno aula, ma non credo che si possa eliminarla del tutto. Se venisse pensata in modo diverso, integrato con altri media, dove l’apprendimento dei contenuti avvenisse altrove (online, device) e in presenza ci fosse la parte pratica e socializzante? E se anche fosse necessaria l’aula per la parte squisitamente cognitiva, vale comunque la pena di aumentare l’effetto alone della formazione prima e dopo attraverso attività/media che arricchiscano quanto fatto in presenza. A questo punto anche l’idea stessa di “aula” cambia: può trasformarsi in un vero e proprio evento, con logiche, dinamiche e numeri completamente diversi da come l’aula viene tradizionalmente concepita. Ad esempio, nell’ambito di un percorso integrato, il momento in presenza può coinvolgere anche diverse decine di persone (numeri impossibili in un’aula) e durare due/tre ore, ma con dinamiche ad alto coinvolgimento (dal teatro alle simulazioni ai business game). Il momento in presenza diventa un evento.

Ludicizzazione: la gamification in Italia non ha mai particolarmente attecchito, eppure è uno strumento estremamente efficace per favorire l’apprendimento. On e offline o in percorsi integrati, aumenta il coinvolgimento emotivo dei partecipanti.

Delocalizzazione. Aula, certo, ma anche salottino, agriturismo, metropolitana, autobus, automobile, parco. Nel momento in cui i contenuti formativi sono creati per specifici device e specifici tempi di fruizione, che cosa impedisce di guardare un video tra una fermata e l’altra della metropolitana o di ascoltare un podcast nel traffico (se video e podcast sono pensati per essere gradevoli, ovviamente)?

Non ho prospettato la visione di un futuro 5.0: tutto ciò che ho descritto esiste ed è stato attuato con successo da aziende, HR, persone che hanno voluto porsi il problema di come migliorare la loro struttura. Non tutto insieme, certo; ma tutti insieme dipingono il quadro. Un quadro in cui il ruolo di chi pensa, progetta ed eroga la formazione diventa molto più interessante, arricchito da competenze ancora più varie di quelle con cui interagisce oggi.

Incapace di specializzarsi in qualcosa, se oggi non fosse quasi considerata una parolaccia potrebbe essere definito poliedrico. Laureato in economia e commercio, master in general management, è formatore dal 1991 su tematiche di sviluppo manageriale. Dirige dalla sua nascita Spell srl (2001), società focalizzata sulla formazione e comunicazione interna. Ha contribuito a portare il teatro d'impresa in Italia, scrivendo e portando in scena diversi monologhi e scrivendo decine di sketch. Ha creato il sito no profit Videodimpresa.com per la condivisione della cultura manageriale. Grande appassionato di immagini in movimento è riuscito a farne un lavoro, creando Videodimpresa, divisione specializzata nella realizzazione di video di comunicazione aziendale. Ha pubblicato articoli e libri. Dal 2003 insegna a contratto Marketing Avanzato nel CPO dell'Università di Urbino. Il suo penultimo amore professionale è l'economia comportamentale della quale ha letto molto, ha scritto un monologo e un paio di articoli. Musicista autodidatta, si è sempre ben guardato dall'esibirsi in pubblico. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X