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Freelance dell’editoria, il popolo del forfait guadagna un centesimo a parola

Freelance dell’editoria, il popolo del forfait guadagna un centesimo a parola

Un'indagine sui compensi percepiti dai lavoratori dell'editoria, in massima parte freelance e precari, con la testimonianza di Mattia Cavani di ACTA e Silvia Faenza della pagina "Ghostwriter Italia".

1 articolo a 1 euro!” non è una provocazione, ma una realtà quotidiana che molti – troppi – nell’ambito editoriale conoscono e neanche nascondono.

Per chi non è addetto ai lavori, il vaso di Pandora è stato aperto da un annuncio, l’ennesimo, questa volta pubblicato dal sito nazionale Bakeca (sito di annunci gratuiti per chi cerca anche lavoro) in cui si ricercava “un copywriter (ghostwriter) che sappia scrivere due contenuti da 850 parole circa al giorno, ottima padronanza della lingua italiana e puntualità nella consegna. Titoli e argomenti dati dall’azienda. Retribuzione 1 euro ad articolo”.

Inizio a cercare offerte di lavoro simili e comprendo appieno che la svalutazione economica dei lavori editoriali è una prassi, non un’eccezione. Chiedo a diversi rappresentanti di questo mondo di commentare la loro realtà, o almeno di aiutarmi a interpretare assieme i pochi dati ufficiali presenti su internet che si interessino delle tariffe gli “invisibili editoriali”, ossia copywriter, ghostwriter, web writer, articolisti e simili.

Quanto guadagnano i freelance dell’editoria?

Prima di tutto, quasi mai è chiesto al freelance quale sia la sua tariffa (oraria o a pagina lavorata), ma sono solitamente proposti dei forfait, cioè una cifra complessiva nella quale far rientrare tutte le operazioni di lavorazione di un progetto editoriale. Per chi collabora con le piccole case editrici si assiste sempre più spesso alla concentrazione di più attività nella stessa figura professionale, racchiuse in maniera non specifica in quel pacchetto forfettario di cui sopra.

A partire da settembre 2019 Redacta (nata dall’iniziativa di alcuni soci e socie ACTA come inchiesta sulle condizioni di lavoro nel settore dell’editoria libraria) ha fotografato tramite un sondaggio anonimo online la condizione attuale in cui versa il lavoro editoriale.

L’indagine è rimasta aperta anche nei primi mesi del 2020. Finalmente ho sottomano dei dati ufficiali sulle tariffe e i compensi, i quali costituiscono la parte più rilevante del sondaggio, che viene costantemente aggiornata con nuove segnalazioni.

Se ci si focalizza sulle condizioni reddituali, il 55% degli intervistati dichiara un reddito lordo inferiore ai 15.000 euro, mentre solo il 7% supera i 30.000 euro. Sopra i 20.000 euro, l’orario di lavoro supera le 42 ore settimanali. Tariffe medie orarie basse, da un massimo di 14 euro a un minimo di 6.

Le norme europee contro gli autonomi dell’editoria: non possono ancora contrattare collettivamente

Contatto Mattia Cavani (editor freelance e membro del consiglio direttivo ACTA) che mi conferma quanto “gli editori negli ultimi anni hanno spinto sia verso una compressione delle tariffe del cottimo, con un trasversale risparmio sui costi contributivi, sia verso una sempre maggiore esternalizzazione del lavoro di redazione”, e mi spiega con accuratezza il lavoro sugli equi compensi che con Redacta stanno portando avanti per definire “calcolatrice alla mano” quanto è giusto farsi pagare per ogni lavoro.

Da un lato troviamo i compensi consueti, estratti tra gli editori; dall’altra parte una costruzione sensata di quella che potrebbe essere una tariffa: i due risultati, come si può immaginare, divergono di molto.

Mattia mi chiarisce che solo negli ultimi anni la Commissione Europea ha cominciato una revisione delle normative antitrust che, al momento, impediscono ai lavoratori autonomi di contrattare collettivamente i compensi: per esempio, due grafici che concordano una tariffa sono trattati come imprese che fanno cartello.

“Una guerra tra poveri: c’è chi lavora a un centesimo a parola”

Le fragili condizioni contrattuali portano a un’omertà sulle retribuzioni. Più parlo con freelance e più mi accorgo che “metterci la faccia” per la loro giusta causa ha un prezzo alto da pagare: hanno paura che anche quel poco che guadagnano si possa perdere denunciando il loro malcontento nero su bianco. Come ad esempio Rebecca (nome di fantasia), 42 anni, copywriter con quindici anni di esperienza, diversi master e un dottorato in tasca. Appena la rassicuro sull’anonimato, diventa un fiume in piena.

“Nel nostro campo non c’è solidarietà, è una guerra tra poveri. Aziende importanti, Nord o Sud non fa differenza in questo (tranne poche realtà), pagano 10 o 20 euro a pezzo, che non ti permettono di vivere di questo lavoro con dignità. Ti assicuro che il prezzario accettato va dai 5 ai 10 euro; per aziende maggiori, 20, a meno che non si parli di testi tecnici dove possono pagare 50 euro a cartella (con una mole intensa di materiale tecnico da studiare). Ma per i blog o i testi per siti web, dove non conta lo studio dell’argomento, chiedono davvero prezzi assurdi; arrivano a contare 1 centesimo a parola. Se chiedi 20 euro a pezzo fatturato ti abbandonano. Accettano 5 euro a testo. Questo lavoro dopo 15 anni è diventato un hobby, il reddito me lo fornisce altro ormai. Sono tutti così. Infatti io mi sto reiscrivendo all’università per fare della mia laurea e del mio dottorato la base di un terzo titolo, con la speranza di insegnare. Sono troppo stanca di essere mal pagata.”

“L’amarezza è tanta, la rabbia pure. Sapere di non potersi permettere la vita per cui si è lavorato così tanto è duro da digerire, ma la partita IVA non perdona, e a ogni dieci euro fatturati ne restano sette puliti. Ovviamente da dividere per le diverse ore impiegate, con la modifica cifra di 3,50 euro, ossia l’equivalente del tuo impegno.”

È un duro sfogo quello di Rebecca, unito alla rassegnazione che non vedrà mai un lavoro dignitoso come ricompensa agli studi di una vita. La ascolto in silenzio. In casi come questi ogni parola è superflua.

Silvia Faenza, amministratrice di Ghostwriter Italia: “Non siamo tutelati. Servirebbe un compenso minimo garantito”

La mia ultima intervista è con Silvia Faenza, ghostwriter, copywriter e blogger, amministratrice della pagina Facebook “Ghostwriter Italia”, che in sette anni di lavoro e due di gestione pagina ha visto transitare tante richieste e offerte di lavoro. Purtroppo mi conferma quanto essere sottopagati sia la normalità tra copywriter, web writer e ghostwriter e anche la confusione tra questi ruoli e la mancanza di un codice ATECO per ogni diversa categoria non aiuta. Anzi, affossa ancora di più queste professioni.

“La questione compenso equo è una problematica presente praticamente in ogni gruppo dedicato alla scrittura, al copywriting e lavoro online. Il problema? Non siamo tutelati, non esiste un ordine, né la reale possibilità di introdurre una tariffa minima per tutti, in quanto la gente che lavora gratis o sfruttata c’è e continuerà a esserci. Come continueranno a esistere coloro che propongono queste offerte da fame. Il problema principale è che c’è uno stuolo di persone che si credono professionisti e che lavorano a un centesimo a parola o anche meno. Il motivo? Poca professionalità, problemi economici, ma fino a quando ci sarà chi svende il suo lavoro, il problema non si risolverà mai. Molti editori si accontentano e quindi il mercato va sempre al ribasso.”

“Un compenso minimo garantito permetterebbe di non arrivare allo sfruttamento. È una cosa che non piacerebbe solo a me, è stata fatta anche una proposta di legge per i liberi professionisti, e più volte richiesta l’introduzione dal consiglio nazionale degli ordini e collegi professionali”.

La loro pagina cerca di scremare il più possibile le offerte a ribasso, ma non sempre è possibile: non essendoci né un albo né un controllo sui tariffari, chi lo stabilisce che non si possa pagare un euro a cartella o in visibilità? Le realtà editoriali più piccole utilizzano questo ultimo metodo sempre più spesso nel far west di internet, dove solo se l’articolo viene cliccato e letto si dà all’autore un pagamento forfettario. Se il sito guadagna due euro, all’autore verrà gentilmente donato il dieci per cento, ossia venti centesimi.

È fondamentale che i professionisti abbiano una presa di posizione sul loro valore: non è né un hobby né un passatempo, è lavoro. Purtroppo l’assenza di forze politiche e sociali a difesa di una nuova società arrivata alla sua quarta rivoluzione industriale, quali ad esempio il sindacato, è palese e lotta contro di noi.

Non si vive di sole parole per chi ha bisogno anche del pane.


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