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Hostess e piloti senza paracadute: se la Svezia non conosce la cassa integrazione

Hostess e piloti senza paracadute: se la Svezia non conosce la cassa integrazione

Una hostess italiana e il suo compagno pilota perdono il lavoro in Svezia, dove i sussidi sono in mano ad assicurazioni private. Ecco la loro storia.

Michela Danieli

10 Dicembre 2020

“Decollare” dal proprio Paese per andare a cercar lavoro. Trovarlo; perderlo a causa della pandemia e restare quattro mesi senza assegno di disoccupazione a causa di lentezze burocratiche. È quanto sta accadendo a una lavoratrice italiana trasferitasi in Svezia per cercare maggiori opportunità professionali. Come lei, sono tanti oggi i lavoratori italiani che, mentre nel Bel Paese si polemizza per un Natale di restrizioni, si sono dovuti abituare da anni a fare il brindisi con i propri cari attraverso monitor sparpagliati per il mondo. La quarantena imposta a quanti provengono dall’estero e l’impossibilità di oltrepassare i confini locali, inoltre, ha chiaramente dissuaso molti connazionali dal rientrare in Italia per le festività.

Particolare è la storia di questi due protagonisti.

Perdono il lavoro in Svezia, ma non esistono ammortizzatori sociali di Stato

Si sono conosciuti in volo, si sono innamorati a terra. Lei, Elena, 32 anni, è una hostess italiana immigrata in Svezia sette anni fa. Lui, Manuel, 45 anni, è un capitano pilota, a sua volta in Svezia dal 2016. Entrambi lavoravano per una compagnia wet lease, una speciale formula che prevede che gli aeromobili vengano presi a leasing da compagnie maggiori, insieme a tutto l’equipaggio e ai servizi annessi. Entrambi oggi sono senza assegno di disoccupazione a causa della digitalizzazione estrema della burocrazia.

Elena è una dei tanti lavoratori italiani emigrati per trovare maggiori opportunità professionali. Una storia italiana come tante, fatta di sacrifici, umiliazioni inghiottite e proposte di lavoro indecenti, all’indomani della laurea in comunicazione e marketing del turismo. Di qui la scelta di raggiungere degli amici che già avevano fatto il passo verso Uppsala, la celebre città universitaria. E anche qui di nuovo gavetta, di nuovo doppi turni, fino al lavoro desiderato: hostess. Il COVID-19 però ha rovinato tutto. Ora dovrà vivere dei suoi risparmi, perché l’assegno di disoccupazione non le arriverà che venti settimane dopo la richiesta, cioè a gennaio.

“In Svezia non è previsto che l’indennità di disoccupazione scatti automaticamente – spiega Elena – anzi. È il dipendente che deve farsi una sua assicurazione, che non può che essere privata, al fine di mettersi al riparo nel caso perda il lavoro. Ed è facoltativa. Fortunatamente io l’avevo fatta su consiglio di un caro amico italiano che vive qui anche lui”.

“800 euro di sussidio, ma avrei diritto al doppio. E l’assicurazione non mi risponde”

Non è stato altrettanto fortunato il suo compagno, Manuel, convinto che anche per i piloti dipendenti da una compagnia che opera in Svezia valesse la regola del suo Paese, la Spagna, dove la contribuzione mensile per eventuale disoccupazione viene trattenuta automaticamente. Scoperto che il sistema svedese, al contrario, non annovera ammortizzatori sociali d’ufficio, si è iscritto a un’assicurazione privata come Elena, ma nel mese di marzo. Ad aprile la sua compagnia aerea ha dichiarato bancarotta e si è così trovato senza lavoro e senza assegno. L’ingranaggio per ottenerlo si è rivelato un’autentica sciarada.

“Non appena ho perso il lavoro – racconta Manuel – ho dichiarato di essere disoccupato attraverso la pagina web che mi è stata assegnata dalla compagnia assicurativa. L’ho fatto immediatamente, perché così viene spiegato nel sito. Parlando con i miei colleghi, però, ho capito che facendo la richiesta così vicina al licenziamento avrei ottenuto solo l’assegno di disoccupazione base, pari a 800 euro circa.”

“Mi sono subito messo in contatto con l’agente che la compagnia ci ha assegnato; o forse è meglio dire che ci ho provato. Per giorni, settimane, ma inutilmente. Ho specificato con numerose e-mail (l’unico mezzo reale che avevo per mettermi in contatto con l’assicurazione) di aver sbagliato ad avanzare la richiesta a partire da aprile, e di volerla posticipare a giugno. Questo per ottenere poco meno della metà del mio stipendio precedente, che data la responsabilità di un pilota è alto: Parliamo di circa 3.000 euro al mese. Avrei comunque ottenuto il massimo che lo Stato prevede si possa avere per la disoccupazione, in questo modo. Nessuno però ha mai risposto alle mie e-mail, di cui ho documentazione informatica.”

“Parallelamente provavo a contattare il mio referente, telefonando dalle 9 alle 10 da lunedì a venerdì. In sostanza, era diventato il mio nuovo lavoro cercare di rintracciare questa persona. La linea era sempre occupata. Ho lasciato numerosi messaggi vocali, anche se mi è stato spiegato che dopo un certo numero di conversazioni registrate le altre vengono semplicemente tagliate. Cancellate. Non so e non saprò mai, quindi, se sono mai stato ascoltato dal mio agente.”

Molte richieste, poche garanzie: la trappola delle assicurazioni private

Rigorose inoltre le restrizioni imposte dall’assicurazione per ricevere il sussidio: la presenza fissa sul territorio dello Stato svedese; la conferma quotidiana via e-mail di essere disoccupato (non come accade ad esempio in Italia, dove si deve avvisare la Previdenza solo quando si trova una nuova occupazione); la disponibilità h24 a rispondere al telefono per un eventuale colloquio di lavoro.

“Ho cercato davvero in tutti i modi di incontrare il mio agente – continua Manuel – perché avrei preferito spiegargli di persona quello che era accaduto, ma richiamandosi alle nuove regole anticovid mi è stato detto che non sarei stato ricevuto, perché lavorava da remoto. Quindi ho riprovato a parlare con lui facendo ricorso a un trucco. Ho usato il telefono di un amico e ho chiamato la compagnia assicurativa dicendo che non ero iscritto ma che ero un potenziale cliente. Finalmente mi ha risposto una voce umana. Ma non trattandosi dell’agente che mi è stato assegnato, non ha potuto in nessun modo aiutarmi.”

Manuel è determinato ad andare fino in fondo, ma per ora rimane solo una certezza: sia che riceva l’assegno base, sia che trovi il modo per avere quanto gli spetta in futuro, comunque perderà una consistente parte della sua disoccupazione. Sempre per un insormontabile cavillo del sistema.

Ma quale Natale: costretti a restare in Svezia per non perdere il sussidio

Elena è amareggiata. “Non ho più l’età per vedere il lavoro di hostess come la figura idilliaca, perfettina che i giovani hanno di questa ‘icona’, della persona ‘sempre in viaggio’. In realtà è faticoso stare sempre fuori casa. Attualmente, non vedo prospettiva. Perdere il lavoro è sempre duro, ma quando una professione è così particolare come la mia e quella del pilota di volo, be’, diciamo che reinventarsi è un po’ più complicato che in altri casi”.

In Italia si discute sulle festività così diverse che il COVID-19 ci impone. Per voi cambierà molto il Natale ai tempi della pandemia? “Non avremmo potuto comunque tornare in Italia per le festività – spiega Elena – perché la legge svedese vuole che si rimanga sul suolo svedese a cercar lavoro continuamente, se non si vuole perdere il diritto al sussidio. Inoltre, anche se avessimo avuto il nostro lavoro, dieci giorni di quarantena avrebbero significato tutto il nostro pacchetto ferie. La malinconia di casa, della mia Italia, però…”

Segue un lungo silenzio.

Photo credits: www.airwhizz.com