I diplomifici della scuola privata: docenti a 7,5 euro l’ora

I diplomifici della scuola privata: docenti a 7,5 euro l’ora

Scuola privata o diplomificio? Due esperienze da un istituto paritario raccontano il binario parallelo della formazione: "Una farsa".

A tutti è capitato di imbattersi nei cartelloni pubblicitari di qualche scuola privata che promette diplomi certi con la vecchia formula del soddisfatto o rimborsato. Guardandoli viene da sorridere piuttosto amaramente, e anche se si cerca di immedesimarsi negli studenti che per i più svariati motivi scelgono un percorso facilitato, non sempre ci si chiede come funziona una struttura del genere dalla prospettiva dei docenti.

Carlo e Dario sono due nomi di fantasia che hanno deciso di raccontarci la loro esperienza di insegnamento in un istituto che volgarmente viene chiamato “diplomificio”. Ci hanno chiesto di restare anonimi per il timore che le loro dichiarazioni possano ripercuotersi su un gruppo di colleghi e amici che ora si trovano imbrigliati in una situazione ben lontana dalla legalità: “Alla fine di questo racconto ci inimicheremo le vittime, più che i carnefici.”

Scuole parificate o diplomifici a cielo aperto? Una situazione oltre la legalità

Carlo ha prestato servizio in una scuola parificata della provincia romana per un anno; Dario invece ha rifiutato un contratto offertogli dallo stesso istituto dopo aver vissuto, nel 2002, un’esperienza simile in un altro plesso.

“Si era liberato un posto per la mia materia – inizia Dario – e quando mi sono presentato per il colloquio la preside ha iniziato a illustrarmi quello che avrebbe dovuto essere il mio impegno: le 18 ore di lezioni settimanali, le riunioni con i genitori, gli scrutini e tutte le attività di routine. Quando le ho chiesto informazioni riguardo la retribuzione la risposta è stata lapidaria: 7,5 € l’ora. Un totale inferiore a 600 € mensili; ma non è tutto.”

“È stato l’atteggiamento a indispormi. Quando è entrato il proprietario della scuola, un ragazzo sulla trentina che, per la sua proprietà di linguaggio, avrà avuto a malapena la terza media, la preside mi ha detto testualmente che avrei dovuto ringraziarli della gentilezza dato che, ‘legale o no’, oltre al punteggio era prevista anche una retribuzione, sottolineando che non tutte le scuole riservavano queste accortezze. A quelle parole me ne sono andato, pur consapevole di rinunciare a 12 punti che oggi mi avrebbero fatto molto comodo.”

In quella stessa scuola Carlo ci ha insegnato per un anno, e anche grazie al punteggio maturato con quell’esperienza è riuscito a ricevere un incarico annuale presso un liceo statale.

“A me il proprietario non ha rivolto parola fino al giorno in cui sono stato nominato membro interno per gli esami di Stato. Da quel momento in poi ha iniziato a salutarmi diversamente, ma finiti gli esami tutto è tornato come prima. La verità è che bastano poche ore per renderti conto del tipo di ragazzi che hai davanti. La maggior parte di loro sono intelligenti, ma pigri e sfaticati, assecondati da genitori disinteressati.”

L’ex professore in una scuola privata: “Il sistema è marcio”

Come in ogni graduatoria, non è difficile immaginare la guerra che si scatena tra i soggetti in lista, che si rivelano disposti a tutto – anche a rinunciare a un pezzo di dignità – pur di guadagnare un posto in classifica; un solo punto che può rappresentare un barlume di tranquillità economica per l’anno successivo, o la condanna all’agonia dell’attesa di una chiamata come supplente.

Dario afferma: “È il sistema che è marcio, simile a quando è l’acquirente a suggerire di non battere lo scontrino. È un illecito palese, ma alla fine ci guadagnano tutti. Anche io in passato, e me ne vergogno, per guadagnare dei crediti utili alle graduatorie ho acquistato una certificazione. Ma il problema è un altro”.

“Nel 2002, preparando una classe per gli esami di maturità, dopo aver esplicitamente elencato le domande che avrei fatto all’orale, mi ero raccomandato con i miei studenti di evitare categoricamente di restare in silenzio. In sede di esame una studentessa, al quesito programmato, non conoscendo la risposta ma rispettando il mio consiglio, ha iniziato a parlare di cose completamente a caso: i suoi cibi preferiti per la colazione. La situazione farebbe già ridere così, soprattutto se pensiamo che è stata promossa, ma la cosa che è stata davvero assurda è stato vedere il presidente di commissione, esterno, annuire come se la risposta fosse non solo sensata ma addirittura corretta. Eravamo tutti attori di una farsa degna del peggior film amatoriale.”

In molti – aggiunge Carlo – si iscrivono solo per ottenere la maturità, anche dichiarando di recuperare 5 anni in uno, e questo è possibile solo grazie al cospicuo bonifico versato dalle famiglie nelle casse della scuola, la quale, facendo business puro, stabilisce una retta decisamente più alta per chi decide di accedere direttamente all’ultimo anno. Riguardo i voti la situazione è complessa: durante l’anno i docenti godono di una sufficiente libertà di giudizio, seppur non priva di pressioni. Al momento degli scrutini invece le situazioni vengono rocambolescamente ribaltate: la forbice si restringe, dal 6 politico ai 9 e ai 10 per tutti quelli che sarebbero appena sufficienti in una situazione normale.”

“Qui si fa così”: illegalità e scorciatoie dei diplomifici

Tra i vari requisiti essenziali per lo status discuola parificata” (Decreto 29 novembre 2007, n. 267) è presente l’obbligo di “[…] formare classi composte da un numero di alunni non inferiore a otto”.

“Tanti alunni – ci racconta Carlo – che a luglio hanno conseguito il diploma, avranno frequentato la scuola forse 7-10 giorni durante l’intero anno accademico. Altri invece erano palesemente dei prestanome: li ho trovati iscritti a settembre, presenti sui registri, ma non li ho mai visti e nessuno dei ragazzi sapeva chi fossero.”

Quello che Carlo e Dario ci hanno raccontato rappresenta un sistema tossico alle radici, un mondo di illegalità conosciute eppure ignorate. Un meccanismo talmente oliato che quasi non produce più rumore. Alla fine succede sempre così: con l’abitudine anche quello che è assurdo si trasforma pian piano in normale, e la normalità, per quanto scomoda, è un territorio conosciuto; quindi perché cambiarla?

“Nel 2002 avevo uno studente – conclude Carlo – che era una capra da manuale. Dopo aver ottenuto la maturità (3 anni in 1) l’ho incontrato per puro caso a un matrimonio tutto impellicciato. Mi riconosce e mi urla: professo’, hai visto che alla fine la tua matematica non mi è servita? Lavorava in azienda, guadagnava bene e lo si vedeva. Aveva anche cementificato ciò che già da ragazzino professava: la scuola non gli sarebbe servita a nulla. In quel momento, con 12 punti in meno per non aver mai più accettato incarichi del genere, ho temuto che quello sbagliato fossi io.”

Carlo, per te è stata la prima esperienza di insegnamento. Che cosa ha significato iniziare così? “Quando ho fatto la prima ora di lezione ero felicissimo, entusiasta di poter insegnare la materia per la quale avevo studiato anni, e la sfida di far interessare i ragazzi ad argomenti impegnativi, pur sapendo di essere in una scuola paritaria, l’ho accettata con piacere. L’ambizione a far scattare in loro qualcosa è stata il mio l’appiglio durante tutto l’anno. Gli escamotage, le illegalità erano imposte dall’alto: ‘Qui si fa così’, ci veniva detto, e noi non avevamo voce in capitolo. L’unico pensiero era per gli studenti, tutto il resto passava in secondo piano. Loro erano e sono la parte debole”.

“Le lezioni spesso si trasformavano in confronto su altri temi, anche perché, vista l’attendibilità dei voti finali, preferivo parlare con i ragazzi, farli riflettere. Ricordo che un’intera lezione la dedicai a un ragazzo che, dopo aver fallito due volte lo scritto per la patente, si vantava del padre che si era impegnato a trovare una ‘scuola guida paritaria’ pur di comprargli anche quella. Lo diceva senza vergogna, vantandosene.”

“Dialogando con tutta la classe sull’importanza di non cercare scorciatoie a tutti i costi era arrivato a promettere di impegnarsi e studiare. Da quel giorno ogni lezione la terminavamo con un quiz teorico di guida. È assurdo: avrei dovuto insegnare tutt’altro, ma in quel momento mi sembrava di aver fatto la cosa migliore”. E alla fine con la patente come è andata? “Ovvio: gliel’hanno comprata”.

Photo by Ilya Sonin on Unsplash