Nei depositi petroliferi il cambio di turno si chiama consegna, come se a passare di mano fosse un pacco, e alle 06:00, nella sala controllo di un deposito costiero, il collega della notte consegna a Stefano una petroliera ormeggiata al pontile dall’una, che scarica greggio a 5.000 metri cubi l’ora; un serbatoio che si riempie, uno che si svuota nell’oleodotto, e poi un altro a parte, fermo, dove oggi lavorerà una ditta in appalto. Stefano ha 46 anni, 20 dei quali passati qui dentro, ed è un operatore polivalente, cioè uno che sa fare quasi tutto, su tre turni a rotazione, notti e festivi compresi. La petroliera è la Suezmax di José, il pompista filippino che Stefano non incontrerà mai, e con il carico che ha custodito da Hormuz a Suez sta spingendo a terra anche il barile di questo racconto.
Da fuori, il deposito è un recinto lungo qualche chilometro e una promessa di cautela: rete metallica, una guardiola, i triangoli gialli con la scritta nera EX che segnalano le zone in cui l’aria può esplodere. Anche per questo, all’ingresso il cellulare resta nell’armadietto, visto che un telefono qualunque, in zona classificata, è un innesco portato in tasca; nel caso di Stefano, il suo lavoro lo ha costretto a smettere di fumare. Oltre la recinzione, in fila come bottiglie di Morandi ingrandite mille volte, una ventina di enormi cilindri d’acciaio, serbatoi dipinti di chiaro per respingere la luce e circondati da terrapieni erbosi – i “catini” – che dall’alto fanno del sito una scacchiera. Tutto intorno, fasci di tubi e valvole indiscernibili a un occhio esterno; a ogni incrocio di tubi spiccano rossi gli idranti e i cannoni a schiuma, pezzi d’artiglieria puntati verso i serbatoi in attesa di un nemico che deve restare immaginario. Il pontile entra in mare per qualche centinaio di metri, fino ai fondali che servono per ospitare una petroliera, e termina in una piattaforma dove i bracci di carico restano piegati finché non arriva una nave.
È qui che Stefano fa la prima ronda. L’aria sa di salsedine e di catrame, con una nota di uova marce quando il greggio è acido, ricco di zolfo; il rumore di fondo è il ronzio di motori di pompaggio grandi come automobili. Sulle palazzine, le maniche arancioni dicono in ogni momento da dove soffia il vento, che qui decide tutto: si misura sopravento, e controvento si scappa. Più in là, nell’acqua, i battellieri hanno steso le panne intorno alla petroliera, i galleggianti che in caso di perdita trattengono il greggio, e i bracci di carico alti come gru collegano il manifold di bordo alla linea di terra.
Prima di aprire anche solo una valvola, terminale e nave hanno compilato insieme la lista di controllo nave-terra, portata massima, pressioni ammesse, e soprattutto il segnale d’arresto, perché chiunque, a bordo o a terra, deve poter fermare lo scarico. Stefano controlla le flange, scambia due parole via radio con il primo ufficiale e legge i manometri: se la pressione sale di colpo, da qualche parte una valvola si sta chiudendo; se crolla, il greggio sta uscendo dove non deve.
Poi il parco serbatoi. Il greggio finisce in cilindri d’acciaio da 80.000 metri cubi – la Suezmax ne riempie due – larghi una settantina di metri e alti 20, con un tetto galleggiante che poggia sul liquido come un coperchio sul brodo, e sale e scende con lui, riducendo lo spazio in cui si formano i vapori. Stefano manovra le valvole dei collettori su ordine della sala controllo, e sa che l’errore più banale è anche il più antico – un serbatoio sbagliato, o un livello calcolato male. La notte del 23 ottobre 2009, a Bayamón, in Porto Rico, un serbatoio del deposito CAPECO che riceveva benzina da una nave traboccò per 26 minuti: gli indicatori di livello erano mal tenuti e spesso fuori servizio, mancava un allarme indipendente, gli operatori si affidavano ai loro calcoli. La nube di vapori esplose alle 00:23 e i sismografi la registrarono come una scossa di magnitudo 2,9; bruciarono 17 serbatoi su 48, per quasi 60 ore.
Per questo il livello si sorveglia due volte, con il radar e con le mani. Alle 08:00 Stefano sale in cima al serbatoio per la misura manuale che un ispettore indipendente pretende di vedere, perché da quei millimetri dipendono i conti fra chi vende e chi compra. Sulla piattaforma di misura collega il nastro metrico a terra con un morsetto, perché basta una scintilla di elettricità statica a incendiare i vapori; si mette con il vento alle spalle, controlla il rilevatore di gas appeso alla tuta, apre il boccaporto del tubo che attraversa il tetto e cala la sonda: un segnale acustico gli dice dov’è il greggio, un altro dove comincia l’acqua sul fondo. È un gesto da manovale, e può uccidere: i vapori sono veleno e hanno già mietuto diverse vittime in giro per il mondo.
È il momento di scendere, perché alla base del serbatoio lo aspetta lo spurgo. Il greggio arrivato dal mare si porta dietro acqua salata, che decanta sul fondo e si scarica da una valvola verso il trattamento delle acque oleose; si guarda il getto e si chiude al primo filo nero. In caso d’incendio, poi, quell’acqua diventa il nemico peggiore: quando il calore del greggio che brucia arriva sul fondo, la trasforma in vapore che si espande di 1.700 volte e scaraventa fuori il petrolio in fiamme. Si chiama boilover, e non è nient’altro che il principio della goccia d’acqua nella padella d’olio bollente, moltiplicato per migliaia di tonnellate. A Milford Haven, in Galles, nel 1983, un serbatoio in fiamme sputò una palla di fuoco di 90 metri di raggio.
I campioni che Stefano preleva vanno intanto al laboratorio, dove un perito chimico ne misura densità, zolfo, acqua e sedimenti: i connotati di ogni carico.
Alle 10:00 è in sala controllo, l’unico posto silenzioso dell’impianto. Da qui il consollista governa il sito come un organismo suddiviso in sistemi che pulsano, vibrano e si contraggono in cifre e colori; accanto a lui il capo turno firma i permessi di lavoro, senza i quali nessuno può mettere mano a un impianto. Il deposito è uno dei 505 stabilimenti italiani di soglia superiore della normativa Seveso, la categoria con gli obblighi più severi: ha un piano d’emergenza interno e uno esterno, scritto dalla Prefettura con i Vigili del Fuoco, che dice ai paesi intorno che cosa fare se dal recinto venisse fuori il peggio.
Quei permessi sono la differenza fra una manutenzione e una strage. Ogni lavoro che può fare scintille richiede la bonifica della zona, la misura dell’aria con l’esplosimetro, l’isolamento delle linee con lucchetti e cartellini, e vale una regola che i manuali chiamano stop work authority: chiunque veda qualcosa di storto può fermare tutto.
Stefano esce e si dirige verso il serbatoio fermo, dove c’è il cantiere della ditta in appalto. Gli operai della bonifica entrano nel cilindro svuotato a passo d’uomo, con tute monouso e autorespiratori, per rimuovere a mano le morchie, ovvero il fango di greggio accumulato in anni di servizio; fuori il preposto conta chi entra e chi esce, e Stefano controlla le misure dell’aria. È uno spazio confinato, dove a uccidere è l’assenza d’aria: secondo l’INAIL, fra il 2002 e il 2014, in Italia, 69 incidenti in ambienti simili hanno ammazzato 90 lavoratori.
Lo stesso fango, buste paga diverse. Il contratto di Stefano, energia e petrolio, rinnovato nell’aprile 2025, gli garantisce come operatore di quarto livello più di 2.500 euro lordi di minimo mensile, le indennità di turno, un fondo pensione e uno sanitario di settore, un rappresentante per la sicurezza con 80 ore l’anno di permessi. La ditta della bonifica applica il contratto multiservizi, quello delle pulizie, che colloca chi bonifica serbatoi e cisterne al quarto livello, anche loro: poco più di 1.570 euro da questo ottobre. Fra le due cifre passa un migliaio di euro al mese, ed è tutto legale. Quanti di loro si facciano male, poi, non si sa: a maggio la commissione d’inchiesta della Camera sulle condizioni di lavoro ha chiesto all’INAIL di rendere pubblico il dato sugli infortuni nella catena degli appalti, che oggi non viene diffuso.
Alle 12:00 la sala controllo chiede l’avvio della spinta da un serbatoio pieno da giorni, già decantato e misurato. Nella stazione di pompaggio le pompe di rilancio aspirano il greggio e lo passano alle pompe principali, che lo spingono a decine di bar nell’oleodotto, verso la raffineria; lungo la linea, il telecontrollo confronta di continuo quanto entra e quanto esce, perché una differenza è il primo indizio di una perdita. Ogni tanto nel tubo si lancia uno scovolo, un cilindro che viaggia con il flusso a raschiare le pareti o a misurarne lo spessore; le aperture da cui parte e arriva si aprono solo a pressione zero, perché un coperchio che salta sotto pressione è letale.
Alle 14:00 Stefano firma la consegna al collega del pomeriggio: la nave ha scaricato più di un terzo del carico, il serbatoio sale, l’oleodotto spinge, la bonifica continua. Il barile di questo racconto riposa fra gli 80.000 metri cubi di un cilindro d’acciaio e ci resterà qualche giorno, il tempo di lasciar decantare l’acqua e di farsi misurare; poi l’oleodotto se lo prenderà. Stefano esce dal cancello, saluta la guardia giurata, anche lei di una ditta esterna, e pensa che in quel deposito il greggio è uno solo, e i contratti almeno tre.
L’articolo che hai appena letto è finito, ma l’attività della redazione SenzaFiltro continua. Abbiamo scelto che i nostri contenuti siano sempre disponibili e gratuiti, perché mai come adesso c’è bisogno che la cultura del lavoro abbia un canale di informazione aperto, accessibile, libero.
Non cerchiamo abbonati da trattare meglio di altri, né lettori che la pensino come noi. Cerchiamo persone col nostro stesso bisogno di capire che Italia siamo quando parliamo di lavoro.
Sottoscrivi SenzaFiltro
Photo credits: trafigura images via flickr.com