Petrolio, il sangue e la spezia

Chi lo chiama oro nero lascia qualcosa da parte: il petrolio vale molto di più. È il presupposto della società, il suo carburante e il suo fine. Provando a seguire un barile oltre il suo prezzo di mercato, però, si scopre una filiera di lavori inaspettati e fondamentali

Barili di petrolio nel deserto

di Andrea Valente e Pietro Amato

 

Era il 1965 quando Frank Herbert scrisse una pietra miliare della letteratura fantascientifica. Il suo era un romanzo che parlava di imperi intergalattici e casate rivali che si contendevano il potere in una società in cui il controllo di una singola sostanza, la spezia estratta dal pianeta Arrakis, poteva spostare gli equilibri politici e stravolgere i rapporti di potere. La spezia, una sostanza rara necessaria a sbloccare la precognizione e la capacità di affrontare i viaggi interstellari, era un elemento fondamentale reperibile in un singolo luogo riarso e desertico. Vedete bene che Dune non aveva inventato nulla: la sostanza, in allegoria, è la sorella minore del petrolio.

Il petrolio, nel nostro mondo, è ancora più fondamentale. Chi lo crede un semplice carburante sta sbagliando alla radice la prospettiva da cui osservarlo, perché non ha soltanto mosso i nostri motori, ma ha colonizzato la nostra realtà. Dal petrolio è nata la plastica che utilizziamo ogni giorno, i tessuti che ci proteggono, le armi con cui ci uccidiamo e il motivo stesso per cui lo facciamo. In meno di un secolo, il combustibile fossile per eccellenza ha invaso gli ecosistemi globali, alterandoli: persino i nostri corpi sono colonizzati dai suoi microscopici derivati.

La nostra civiltà non è alimentata dal petrolio: è fatta di petrolio. È il suo sangue, la sua carne, e il suo stesso presupposto.

Non è un caso se su questa sostanza sono nate economie intere, valute virtuali, e Stati su Stati hanno prosperato come altrimenti non sarebbe stato possibile. Eccolo, l’altro angolo cieco del nostro problema prospettico: siamo convinti che il petrolio sia “solo” una questione di prezzo dei carburanti e dell’energia, quando non è così.

Il Brent ne è un esempio lampante. Porta il nome di un giacimento britannico del Mare del Nord, ma è soprattutto un numero, il principale riferimento mondiale per il prezzo del greggio, quotato in dollari alla borsa ICE di Londra. È un mercato di contratti futuri, cioè di aspettative: le quote decise dall’OPEC+, la crescita della Cina, le scorte americane, il cambio del dollaro, i fondi che amplificano ogni scossa, e soprattutto le strozzature del mare. Nel 2026 lo si è visto a occhio nudo: con Hormuz chiuso, a marzo il Brent è salito del 59%, il rialzo mensile più forte della sua storia, toccando i 120 dollari; a giugno era tornato ai 72 di prima della guerra, oggi viaggia di nuovo intorno ai 100.

Fra il barile e il litro ci sono la raffinazione, con margini diversi per benzina e gasolio, il trasporto, i depositi, la distribuzione e infine il fisco: un’accisa fissa di 67 centesimi al litro e l’IVA al 22%, calcolata anche sull’accisa – una tassa pagata sulla tassa, all’incirca 15 centesimi per ogni litro. Al 28 settembre la benzina costava in media 2,156 euro al litro (dati MASE): 1,094 il prezzo industriale, 1,062 le imposte. Per questo le scosse del Brent arrivano attenuate: su un barile da 159 litri, a parità di cambio e di margini, 10 dollari in più valgono 6-7 centesimi alla pompa, IVA compresa. E i prezzi alla pompa, spesso, salgono come razzi e scendono come piume, in un’asimmetria che gli economisti studiano da oltre trent’anni.

Poi c’è il gasolio, che il 26 settembre costava 2,357 euro (dati MIMIT), che muove camion, trattori e pescherecci: quando sale, rincarano la spesa, il raccolto, il pescato. Su Arrakis la spezia si raccoglieva nel deserto e decideva il destino di un impero; da noi il prezzo del greggio si forma su uno schermo londinese, e condiziona un intero sistema di produzione – e di benessere.

Ma c’è un lato del petrolio che in pochissimi osservano: quanto lavoro ci stia addosso, sopra, attorno; e quanto quel lavoro cammini fianco a fianco con pericoli mortali, la spietatezza della fisica, della natura, e degli altri esseri umani. Lo zoccolo duro del mondo come lo conosciamo viene estratto, lavorato e trasportato in modi e condizioni che non conosciamo affatto, che si fanno più presentabili man mano che si avvicinano ai riflettori del mondo occidentale, ma diventano brutali se restano più vicini a quelli che consideriamo i margini del mondo.

I lavori del petrolio sono un viaggio, che in questo reportage abbiamo raggruppato in quattro tappe fondamentali. Ognuna è la storia di un singolo lavoratore, e parla del suo lavoro, delle sue abitudini, e dei rischi consueti che maneggia ogni giorno. Più che articoli puri e semplici, abbiamo confezionato racconti immersivi. L’intento è di chiamare col suo nome diverse delle cose che diamo per scontato, e dalle quali, nella nostra era postindustriale, siamo circondati senza sapere da dove provengano, che sia un litro di benzina o una confezione di plastica.

Leggeteli come racconti, privi di una morale da portarsi a casa, ma pieni di suggestioni che aiutano a capire il prezzo reale di ciò che compone il nostro benessere, e che ancora fatichiamo a chiamare per nome.

 

 

 

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Photo credits: italia-informa.com

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