I lavori dietro il petrolio: l’estrazione

Nelle piattaforme di estrazione anche il fango dà lavoro. Le condizioni di chi ci opera, nei Paesi del Golfo, sono spesso disumane e inflitte a lavoratori provenienti da Stati del terzo mondo. Il nostro focus su un giorno nella vita di un mud pit watcher

Una piattaforma offshore per l'estrazione del petrolio

di Pietro Amato

 

Il solfuro di idrogeno è silenzioso quanto letale. Il pungente odore di uova marce satura ben presto i recettori olfattivi del naso umano, rendendo il composto sempre meno rilevabile quanto più aumenta la sua concentrazione. Questo gas incolore e inodore, di formula H2S, è uno dei principali motivi per cui sulla piattaforma di estrazione Arabdrill 150 sono installati particolari sensori di rilevamento, molto sensibili. Questo gas, presente nel sottosuolo assieme al petrolio, è il motivo per cui Jayan si alzerà un paio di ore prima del previsto.

Non è raro che l’allarme per l’H2S suoni, segnalando una possibile fuga di gas. A volte è vera, altre volte il sistema è fin troppo zelante. Due o tre respiri di aria inquinata da soli 150 ppm e si rischia già di perdere i sensi, ma la soglia di allarme è impostata sui 5 o 10 ppm. La sicurezza al primo posto.

Sono circa le 4:30 del mattino. Le sirene e luci stroboscopiche preannunciano lo shutdown dei macchinari, infastidiscono i toolpusher (i capi perforatori responsabili della piattaforma) e mettono in moto automatismi dell’intero personale di bordo, appresi durante il costoso corso BOSIET (Basic Offshore Safety Induction and Emergency Training), ma applicati così tante volte da far scivolare i lavoratori nella trappola dell’alarm fatigue, una sorta di effetto “al lupo al lupo” che trasforma una sensazione di emergenza in una fastidiosa perdita di tempo.

Il brevetto BOSIET, che Jayan ha dovuto ottenere a sue spese, ha un costo che si aggira intorno ai 600-700 dollari; in India è una cifra che rappresenta più di un mese di stipendio. A ciò bisogna aggiungere eventuali spese per il visto saudita, visite mediche, e tutto ciò che impone il famigerato sistema della kafala, l’istituto giuridico islamico in cui il datore di lavoro controlla ogni documento e permesso di un lavoratore immigrato. Di fatto, per un primo periodo (variabile dal mese o più a seconda della situazione) il lavoratore keralita dovrà lavorare 12 ore al giorno, sette giorni su sette, solo per risanare i debiti contratti con i propri datori di lavoro, ancor prima di mettere piede sulla piattaforma. Ancor prima di sapere se ce lo metterà mai.

Durante l’estate nel Golfo Persico, l’umidità della notte cede il passo all’arsura del giorno. Le temperature superano anche i 40 gradi. Per fortuna, Jayan sembra sopportare bene il caldo e tende a non sudare molto, al contrario del suo coinquilino di letto, come ha potuto constatare di persona. “Coinquilino” perché quel letto lo condividono in due, a rotazioni di 12 ore: il fenomeno dell’“hot bedding”, come lo chiamano, è comune almeno quanto gli allarmi falsi positivi, soprattutto quando si tratta di lavoratori immigrati TCN (Third Country National).

Nonostante le temperature proibitive e l’allarme in corso, Jayan ha pochi minuti per un vero e proprio rito di vestizione prima di recarsi nelle safety zone adibite sulla piattaforma, dove verrà svolta la conta dei presenti e si attenderà il via libera dai toolpusher. Nel caso di un falso allarme, questa procedura può richiedere anche un paio di ore. Tuta ignifuga arancione e catarifrangente, stivali e guanti antiinfortunistici, rilevatori e maschere antigas portatili, occhiali e cuffie antirumore: la divisa di ogni giorno, un’armatura composita di 6-7 kg totali.

Bagno di sudore più che di salute, ma anche qui: la sicurezza al primo posto.

Siamo a metà mattinata e, nonostante i dispositivi di protezione uditivi, i 70 decibel di rumore costante prodotti dai motori dell’impianto di circolazione del fango hanno del tutto alienato Jayan, immerso da capo a piedi nella sua routine da mud pit watcher, letteralmente “osservatore delle vasche di fango”. Quei rumori Jayan li conosce molto bene; non lo abbandonano, mai neanche mentre dorme. Lo spazio su una “jack-up drilling rig” (così si chiama in gergo la piattaforma petrolifera offshore che si immagina di solito) non è poi così ampio. Poco conta che gli alloggi del driller e degli altri supervisori sono posizionati tutti più in alto e più distanti dai macchinari: Jayan è sicuro che anche lassù i rumori arrivino comunque, così come è sicuro che è per via del caldo se si sente sempre spossato anche appena alzato. Di certo non si tratta di stanchezza cronica causata dall’equivalente di un’aspirapolvere sempre acceso al di qua dei timpani.

Jayan è nel pieno del suo lavoro. Il compito del mud pit watcher può sembrare quasi estraneo nel contesto dell’estrazione di petrolio, ma è di importanza fondamentale. Il fango, di consistenza e composizione specifica che varia in base al giacimento, viene pompato nel canale di perforazione che la trivella continua a scavare, e ha una duplice funzione.

Per prima cosa, il fango rappresenta un sistema di raffreddamento della trivella, che altrimenti si surriscalderebbe a causa dell’attrito con il sottosuolo. Inoltre, con il suo peso, genera abbastanza pressione da impedire la risalita e la fuoriuscita incontrollata del petrolio, il quale in questa fase è ancora una miscela di idrocarburi e gas ad alta temperatura e ad alta pressione nel sottosuolo. Il fenomeno, quanto mai indesiderato, si chiama in gergo “kick”, calcio, e può causare serissimi danni all’intera piattaforma. Il pompaggio del fango nel canale di perforazione non deve mai fermarsi, e quello in eccesso viene recuperato attraverso tubature secondarie che lo riportano nelle vasche di partenza, dopo alcuni passaggi di purificazione.

Per evitare il kick, Jayan deve condurre a ritmi serrati misure di viscosità, composizione e temperatura del fango per poter decidere di conseguenza quanti additivi aggiungere alla nuova mota che verrà pompata in seguito. Deve notare se il livello della massa lutulenta in vasca è stabile o se invece sta aumentando (segno che la pressione esercitata dal fango non è sufficiente e il petrolio sta premendo più di quello che dovrebbe) o diminuendo (indicatore che il canale presenta delle perdite). Qualsiasi anomalia va comunicata con tempestività al driller, che intanto è impegnato a seguire e gestire la vera e propria attività di perforazione dalla sua cabina di controllo.

Nonostante i vapori dei fanghi bollenti di ritorno e il rumore dei macchinari, Jayan è contento del posto che gli è stato assegnato. Altri due suoi colleghi, il filippino Emmanuel e il pakistano Tariq, non sono stati così fortunati e devono trascorrere il loro intero turno, dalle 06:00 alle 18:00, nel posto più caldo e pericoloso della piattaforma, la torre di trivellazione.

Il suo nome tecnico, “derrick”, dà anche il nome al ruolo del giovanissimo Tariq, il derrickman. Imbracato con cavi di acciaio e in bilico su passerelle sospese a 30 metri di altezza, Tariq si occupa di indirizzare, agganciare e sganciare fisicamente pesantissimi tubi di acciaio ai cavi che poi li condurranno giù per la torre. I tubi costituiscono il lungo braccio che si protende nel sottosuolo e che reca alla sua estremità la punta della trivella, fatta in diamanti sintetici o carburo di tungsteno, entrambi tra i materiali più resistenti al mondo. L’agilità, la resistenza fisica e un buon rapporto con l’altezza sono fondamentali per un derrickman – così come avere ottimi riflessi. Se uno dei tubi dovesse scivolare o venire spinto dal vento, e Tariq dovesse infortunarsi, potrebbe dire addio al suo lavoro e al suo contratto, con buona pace dei diritti dei lavoratori.

A circa metà altezza tra Tariq e il “drill floor”, il piano zero della piattaforma, vi è la cabina del driller, il quale fa da ponte e comunicazione tramite walkie-talkie tra il derrickman ed Emmanuel. Che ha il compito più gravoso, dal punto di vista fisico: quello del “roughneck”.

Con questo termine, dal significato letterale di “collo rugoso”, si identificano coloro che tramite gigantesche pinze e morse di acciaio serrano a viva forza i tubi di acciaio e li collegano all’imboccatura del canale di perforazione. Il sole cocente, causa della rugosità del collo e di altri inconvenienti, non è il componente più estremo dell’ambiente di lavoro di un roughneck, tra vapori di idrocarburi, grasso per gli ingranaggi e fango che zampilla fuori dal canale, prima di inabissarsi nei fori nel fondale. Un roughneck non è mai da solo, non ce la farebbe. Il lavoro di squadra è d’obbligo, e la cultura dell’aiuto reciproco e gratuito dei filippini, che loro chiamano bayanihan, sembra aiutare almeno un po’. Se continua così, Emmanuel passerà entro il prossimo anno al ruolo di derrickman, se non a quello di mud pit watcher. Diventare un driller? No, per quello servirebbe un’etnia diversa, più occidentale.

Una breve pausa pranzo allontana i lavoratori dalla fatica fisica, ma non dal caldo e dall’umidità. Poi il turno riprende, fino al termine delle 12 ore. Per fortuna, non ci sono stati altri incidenti o imprevisti degni di nota, e quindi Jayan, Emmanuel e Tariq possono sperare nel cambio turno puntuale e in una ristoratrice doccia fredda.

Durante il breve tragitto di ritorno verso gli alloggi assistono a un inconveniente all’ordine del giorno. L’ennesimo lavoratore sconfitto dalla sete e dal caldo è crollato a terra; sembra che sia vivo, o almeno così deve pensare il toolpusher che continua a schiaffeggiarlo, urlandogli di rialzarsi in inglese e poi in arabo, un wake up che diventa alwuquf. Di solito un po’ d’acqua, l’aiuto dei colleghi, i mezzi di primo soccorso e la voglia di non perdere il lavoro sono sufficienti, ma nei casi di malori più gravi i responsabili sono costretti a chiamare un elicottero di soccorso, l’unico mezzo da e per la piattaforma, escludendo le navi cargo di supporto logistico. Oggi il tempo sembra buono, e Jayan ripensa a quelle volte in cui invece nessun elicottero poteva circolare; per qualche ragione, è fiducioso che quando sarà il suo turno di tornare a casa ci sarà bonaccia, anche perché girano strane voci tra i colleghi, secondo cui i periodi di straordinari dovuti a condizioni meteo avverse non vengono pagati.

Qui comanda stanchezza, così come la fame. Tuttavia, per Jayan parte del tempo libero e di riposo va concesso anche alla sua famiglia, la quale attende sue notizie a chilometri di distanza. È su Arabdrill 150 da un paio di mesi e ne devono passare almeno altri due; gli standard occidentali della turnazione, 14 giorni offshore e 14 giorni a casa, sono per l’appunto occidentali, qui non li usa nessuno. In questo periodo, dal suo letto perennemente disfatto, è riuscito a fare quattro o forse cinque videochiamate a casa, perché sulle piattaforme la banda di connessione non può ingolfarsi, per cui l’accesso a internet è regolamentato da un sistema di prenotazione; sulla piattaforma si viene per restarci, in tutti i sensi. La sicurezza, appunto. Prima di tutto.

 

 

 

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Photo credits: Maria Lupan via unsplash.com

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