Il coronavirus è già a Milano ma nessuno lo dice?

Il coronavirus è già a Milano ma nessuno lo dice?

A Milano il primo caso di coronavirus tra i migranti, in un centro di accoglienza. La città si spacca tra il centro della Giunta Pd e l'hinterland della Lega.

Il nemico invisibile, più noto come coronavirus, è ormai alle porte di Milano. Per il momento si è fermato a sud della metropoli, nel Lodigiano, e subito dopo si è spinto, oltre che verso il bergamasco e il bresciano, fino all’hinterland nord della città: Sesto San Giovanni, Bresso (uno dei comuni più colpiti), Cormano, Cusano Milanino e altri comuni minori. Ma ora il pericolo incombente è che il virus superi la cintura dell’hinterland e si insinui nel cuore pulsante della metropoli.

 

Il primo contagiato milanese tra i migranti

La maggiore minaccia viene dai luoghi dove vive, si fa per dire, il popolo degli invisibili, più invisibili del COVID-19: gli emigranti dei centri di accoglienza, gli emigranti gettati in strada dal decreto sicurezza di salviniana memoria, e i senzatetto. Una popolazione numerosa che vive al di sotto del livello di sussistenza, e che in tempo di coronavirus non ha il “privilegio” di chiudersi in casa come recita il primo punto del decalogo del governo.

Ieri un primo allarme si è acceso nella zona est della città, in via Fantoli, tra le tangenziali e l’aeroporto di Linate, dove c’è uno dei tanti centri di accoglienza per migranti. In quel centro è stato trovato un primo caso di contagio accertato; non un anziano ma un ragazzo, di cui non è stato rivelato il nome per evitare la caccia all’untore, trovato positivo al coronavirus. Le autorità sanitarie hanno fatto il loro lavoro: il giovane non ha avuto bisogno di essere ricoverato in ospedale perché non è grave, ma dopo le procedure avviate dal centro è stato messo in isolamento. Stessa sorte è toccata a coloro che dividevano la stanza con lui.

Per evitare un’epidemia locale la struttura è stata smembrata, è stata divisa in due: una parte degli abitanti del centro è stata trasferita in un’altra palazzina in modo da dare più spazio ai restanti. Forse non basta, tuttavia. Dentro i centri le distanze di sicurezza non sono sempre garantite e ci risulta che anche lì le mascherine scarseggino. In Prefettura assicurano che la situazione è sotto controllo, ma chi conosce le condizioni di vita degli emigranti dentro e fuori dai centri sa che c’è da temere il peggio se non si interviene rapidamente su quest’area di invisibili. Anche perché per quanto riguarda gli homeless i controlli sono assai difficili, bisognerebbe fare centinaia di tamponi preventivi.

 

Milano, la giunta PD e il coronavirus: se il contagio passa in città, la Lega è in agguato

Le autorità cittadine non sono per nulla tranquille, e ancora meno tranquillo è il sindaco Giuseppe Sala. Il primo inquilino di palazzo Marino qualche giorno fa aveva tentato di rassicurare i milanesi sostenendo con un certo orgoglio che il coronavirus non aveva ancora fatto il suo ingresso in città. Ma dalle sue parole si percepiva anche una preoccupazione politica: “Se il contagio sfonda a Milano il sistema sanitario va in crisi”. Come dire che c’è il rischio che la giunta milanese, unica isola del centrosinistra in un mare leghista arroccato in tutta l’hinterland, rischi di mostrare la corda, perdendo la sua autorevolezza e la sua efficienza di fronte ai milanesi.

Se infatti per disgrazia accadesse che quel contagio di via Fantoli diventasse il viatico per fare entrare il virus nel cuore di Milano, le trombe salviniane contro la politica remissiva della giunta in materia di emigrazione non si farebbero attendere. Le dichiarazioni di Pierfrancesco Majorino, europarlamentare, ex assessore PD alle politiche europee, sia pure più caute, vanno nella stessa direzione.

“Si tenga conto che molti emigranti di quel centro fanno i riders e dunque sono a rischio. A Milano servono spazi per allestire nuovi luoghi per la salute, il controllo, la cura? Ne ho in mente uno bello pronto: il CPR di via Corelli. Una struttura perfetta – ha detto Majoirino all’Ansa – che invece di fare da inutile carcere temporaneo per stranieri può aiutare a curare e salvare vite di tanti, peraltro la stragrande maggioranza italiani. Ha decine e decine di posti letto”.

 

Gli altri invisibili: i senzatetto, nudi davanti al coronavirus

Chi conosce bene la città, e in particolare i luoghi in cui vivono gli invisibili, sa bene che i pericoli del contatto letale sono a portata di mano. Basta farsi un giro dalle parti della Stazione Centrale per capire perché la situazione dei senzatetto e degli emigranti rimasti per strada è stata definita, da quando è iniziata l’epidemia coronavirus, “l’emergenza dell’emergenza”.

Se si percorrono dopo le 10 di sera i portici di via Vittor Pisani, il lungo viale che dalla Stazione Centrale porta a Piazza Della Repubblica, si scopre una mutazione antropologica della città: dove di giorno ci sono gli ingressi che portano ai templi della finanza come Unicredit e Kpmg, di notte si ritrovano decine di letti di cartone dei senzatetto, uno accanto all’altro in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Se da via Vittor Pisani ci si sposta sotto i tunnel che attraversano la Stazione, e che ospitano regolarmente clochard, la situazione si fa drammatica: l’inquinamento dovuto al passaggio 24 ore su 24 delle auto e dei camion è probabilmente più micidiale dei virus, e l’unica mascherina che li protegge è composta da un cartone e una coperta, talvolta condivisi da famiglie di senzatetto. Mi è capitato di passare sotto quei tunnel due giorni fa e ho dovuto constatare, virus o non virus, che gli ospiti erano sempre lì.

Secondo le ultime stime Istat le persone senza fissa dimora in Italia sono 50.724, di cui 7.709 solo a Roma e più di 5.000 a Milano; ma anche all’Istat sanno che questi numeri sono quelli visibili, mentre gli invisibili sono molti di più. Nessuno di loro può permettersi il lusso di attuare le direttive igieniche dettate dal governo per combattere il coronavirus. Si pensi soltanto al fatto che assieme alle piscine sono stati chiusi i bagni pubblici, dove i senza tetto potevano almeno mantenere un minimo di igiene per tutelarsi dal virus, non avendo una casa dove andare. Ora gli invisibili sono completamente nudi e possono sperare soltanto nella buona sorte.