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Il tampone della discordia che divide i medici generici

Il tampone della discordia che divide i medici generici

Sarà possibile effettuare tamponi dal medico di famiglia? Le regioni si adattano in ordine sparso, ma i sindacati insorgono: "Troppo pericolosi".

Andrea Ballone

2 Novembre 2020

Pochi, anziani e spesso abbandonati a se stessi. I medici generici italiani ai quali il presidente del consiglio Giuseppe Conte si è rivolto in modo esplicito nel corso dell’ultima conferenza stampa non godono di buona salute, come categoria. Per loro erano pronti da tempo 5.000 test rapidi e molte aziende sanitarie locali hanno pensato di affidare loro i tamponi, ma il progetto non è stato gradito da tutti. Il sindacato FIMMG ha firmato un accordo con il governo per fare i tamponi negli studi medici, e l’esecutivo ha stanziato 30 milioni di euro, ma non tutti lo faranno.

Ormai da mesi da più parti si discute sull’opportunità di affidare ai medici di famiglia la gestione dei tamponi e in alcune zone d’Italia. La strada è già stata percorsa cercando soprattutto di incrementare il numero dei dottori, che negli ultimi tre anni è calato in maniera drastica. A Bergamo, una delle province più colpite dalla pandemia l’Ordine dei Medici ha chiesto alla regione di aumentare il numero di mutuati per singolo dottore (da 1.500 a 1.800, come consente un accordo sindacale), e già in un decreto legge di marzo l’esecutivo aveva dato la possibilità a specializzandi e studenti degli ultimi due anni di essere assunti dalle aziende sanitarie locali per sei mesi con contratto co.co.co, rinnovabile a seconda del protrarsi del momento di emergenza. A Milano il numero di mutuati per medico ha già raggiunto quota 1.800, ma l’emergenza numerica rimane, anche perché in tempi di pandemia il fascino del camice bianco è diminuito.

Un calo continuo di professionisti tra i medici generici

Secondo la fonte Istat, dal 2013 al 2018 il numero dei medici generici è calato di 1.612 unità, e i presidi risultano scoperti. Ma non è l’unico problema, anche l’età media dei dottori è piuttosto alta.

Il rapporto sanità presentato nel 2018 dall’istituto Nebo dice che l’età media per il personale sanitario è, «nel complesso, di quasi 51 anni, oltre 3 anni in più rispetto al 2010 e con una rilevante variabilità fra le diverse aree di personale considerate». E prosegue: «Il personale medico e tecnico-professionale si ferma appena al di sotto dei 53 anni, superati invece dal personale di direzione. Singolare il caso dei medici, dove per gli uomini la curva delle età cresce progressivamente fino ai 64 anni, mentre non si evidenzia per le donne un riconoscibile andamento legato al crescere dell’età. Si trovano concentrazioni massime sull’età dai 55 ai 59 anni».

Per non contare il boom di pensionati del 2019. Dal 2017 al 2019 i medici che sono andati in pensione sono passati da 6.487 a 10.264 (un aumento complessivo del 73%), passando per i 6.571 del 2018. Si tratta dei probabili effetti della legge Fornero, visto che i nati nel 1952 hanno conseguito l’età pensionabile nel 2019 ( i cosiddetti “esodati”). Tra i liberi professionisti, categoria che comprende i medici di famiglia, le cifre sono ancora più alte: si è passati dai 2.673 pensionati del 2017 ai 3.081 del 2018, fino ai 5.378 del 2019: quasi il triplo.

Per gli anni a venire le previsioni non sono certo di un calo, alla luce del fatto che, pur essendo medicina una delle facoltà con più iscritti, il numero di laureati fatica a compensare quello di chi abbandona la professione.

Tamponi? No grazie. La voce del sindacato si fa sentire

Già prima che il premier Conte in diretta nazionale lanciasse la “chiamata alle armi” per i camici bianchi, seguita dal decreto votato la scorsa settimana che prevede la somministrazione di 2 milioni di tamponi nei mesi di novembre e dicembre, è arrivata da alcune sigle sindacali la levata di scudi contro l’idea di ospitare questo tipo di esami negli studi privati: “Troppo pericolosi”.

Il 12 ottobre il sindacato medico SNAMI, in un comunicato stampa, ha bollato quella che allora era soltanto una proposta come un “irresponsabile teorema”. «Il sequenziale accesso negli studi dei medici di famiglia – dice il segretario Angelo Testa – con unico percorso, dei pazienti spesso anziani, fragili e con pluripatologie, e pazienti, anche post sanificazione, che devono effettuare un tampone, quindi ad alto rischio di infezione, sarebbe deleterio. Immaginiamo dopo un caso positivo il condominio in agitazione, la sanificazione delle scale, dell’ascensore e degli studi medici. Per non parlare poi dei medici di famiglia che si ammaleranno, quelli che moriranno e dei pensionamenti anticipati da parte di chi non potrà più tollerare una pressione che sta diventando un crescente ed esponenziale carico non più sopportabile».

Sulla stessa lunghezza d’onda è Enzo Scafuro dello SMI Lombardia: «Si tratta – dice – di un’idea non praticabile. L’età media dei medici in forza è alta e i giovani non stanno arrivando come previsto. Si propone a chi è all’ultimo anno di studi o sta effettuando la specializzazione di avere un contratto a tempo determinato con un massimo di 500 mutuati. Per loro sarebbe economicamente insostenibile. Come fanno a pagarsi l’affitto di un ambulatorio con un reddito massimo di 2.500 euro lordi al mese? Forse una soluzione sarebbe che gli enti pubblici mettano a disposizione dei luoghi, come è stato fatto a Lecco».

Proprio i luoghi dove effettuare i tamponi sono la nota dolente. Sono gli stessi professionisti a lamentare la carenza di sicurezza. «È un accordo pericoloso – dice il segretario nazionale FP CGIL Medici Andrea Filippi – perché mina la salute di cittadini e medici che non possono garantire la sicurezza necessaria nei loro studi». Ci vogliono, infatti, percorsi personalizzati per i malati, come stanze dove si renda possibile l’isolamento, e non sempre è facile realizzarli in contesti magari privati.

Tamponi dai medici generici: le scelte delle regioni e la questione sicurezza

Alcuni enti locali hanno iniziato a correre ai ripari per far fronte al problema. Per coprire l’emergenza sanitaria non si è attivata solo la provincia di Bergamo: anche in varie regioni d’Italia ci si è mossi in tal senso.

Una delle prime regioni a muoversi è stata il Lazio, che ha dato la possibilità ai medici di fare i tamponi negli studi. I professionisti al momento sono in fase di formazione. La regione stessa ha promosso con un bando la ricerca di nuovi dottori. Hanno risposto in 300, una cifra al di sotto delle aspettative dello stesso ordine regionale dei medici.

In Veneto la regione si è già accordata con l’ULSS di Verona. L’intesa prevede che i medici di base e i pediatri di cinque medicine di gruppo integrate eseguano i tamponi rapidi antigenici nei loro ambulatori.

In Liguria, invece, è stato costituito un tavolo di lavoro con Alisa e le associazioni di categoria per studiare il modo in cui anche medici e pediatri potranno effettuare tamponi rapidi sui propri pazienti. Dalla prima riunione è emerso che gli esami non saranno fatti negli studi privati, ma in spazi pubblici messi a disposizione dai distretti sanitari.

La questione della sicurezza e dei protocolli di sanificazione sembra essere uno degli ostacoli più rilevanti da superare per far partire gli esami. Secondo il decreto legge Ristori, che disciplina la materia, per ogni tampone effettuato fuori dallo studio medico (non si specifica il luogo, se a domicilio o in luoghi pubblici, con la sanificazione a carico di regione o comune) si spenderanno 12 euro, mentre nel caso in cui l’esame avvenga all’interno dello studio medico sono previsti 6 euro in più proprio per consentire al dottore di provvedere alla sicurezza e operare la sanificazione.

Photo credits: www.mondosanita.it