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Insegnanti che non hanno fatto didattica a distanza: casta intoccabile e tutelata

Insegnanti che non hanno fatto didattica a distanza: casta intoccabile e tutelata

Insegnanti, casi diffusi e tutelati di assenteismo durante il lockdown; eppure lo stipendio è arrivato lo stesso. Ma chi tutela gli studenti?

Sara Bellingeri

24 Settembre 2020

Partiamo da qui: immaginate un servizio per voi importante, o anche strettamente necessario, e di pagare la figura professionale che ha il compito di erogarlo. La lista dei lavori menzionabili è lunghissima e sfaccettata. Ecco, ora immaginate che questa figura rappresentata da una persona in carne e ossa venga remunerata per mesi, e nonostante ciò voi non vediate l’ombra del servizio per il quale è stata stipendiata: nulla di fatto, o eventualmente qualche briciola che poco ha a che vedere con il servizio vero e proprio.

Se per immaginare avete chiuso gli occhi, ora sgranateli pure su una realtà molto scomoda; perché quello che abbiamo ipotizzato purtroppo è accaduto per davvero durante i mesi di lockdown da coronavirus. Parliamo infatti dei casi di insegnanti che non hanno fatto didattica a distanza e che, in una situazione martoriata da gravi disagi sanitari ed economici, hanno preso stipendio pieno pur non avendo lavorato o avendo fatto finta di farlo. Tutto questo senza ricevere provvedimenti, senza dover dare scuse e soprattutto senza alcuna vergogna. Un fenomeno scottante che abbiamo voluto sondare evitando edulcorazioni, e che trascina con sé dinamiche pesanti dal punto di vista etico, deontologico, e anche del rispetto delle risorse pubbliche investite nella scuola, pagate con il portafoglio di tutti.

Mesi di servizio assente o camuffato: scandalo sotto il sole protetto da contratti, sindacati e tanti timori

Settembre è scoccato e gli studenti con le loro famiglie si stanno ritrovando faccia a faccia anche con quei docenti che per mesi sono spariti nel nulla, o che al massimo hanno assegnato compiti da fare, contraddicendo e bypassando in pieno la nota del MIUR del 17 marzo 2020 che indicava che cosa s’intendesse per vera didattica a distanza. Gli stessi docenti negligenti sono e saranno paradossalmente chiamati a esprimere un’indicazione per il voto di condotta di alunni e alunne. Ma questa distorsione del servizio quanto arriva a pesare culturalmente ed economicamente? Le spalle su cui grava questo peso sono rappresentate non soltanto dagli studenti, ma dall’intero ambito della scuola e dalla trama articolata del tessuto sociale.

I casi purtroppo non sono isolati, ma diffusi in maniera trasversale a livello sia di territori che di ordinamenti scolastici. Anche dal punto di vista del genere scopriamo le cosiddette pari disonestà, con situazioni di assenteismo parziale o totale da parte di docenti sia uomini che donne. Variegato il menu di giustificazioni utilizzate dai diretti interessati, quando citate; dalle più improbabili, come: “Non faccio didattica a distanza perché non sarebbe giusto per la privacy”, a quelle più gettonate che puntano alla difficoltà di connessione, che magari funzionava per gli studenti abitanti nella stessa zona ma non per i docenti assenteisti, nemmeno per una riunione con i colleghi. C’è anche chi ha detto di non avere il computer, ma a confutare il dato ci sono i dirigenti scolastici, ricordando che con il bonus Renzi da 500 euro anche gli assenteisti avevano già provveduto all’acquisto di un pc.

Non mancano casi al limite dell’imbarazzo, come quello di un’insegnante della scuola primaria che comunica ai bambini di non avere tempo per seguirli e che potranno imparare l’inglese con i genitori, compresi quelli che non lo conoscono e che hanno dovuto gestire da soli i compiti assegnati senza alcuna spiegazione. A prova di indecenza anche un insegnante di sostegno, che alla richiesta di effettuare brevi interventi di DAD mostrando all’alunno con disabilità dei semplici numeri scritti a matita, ha risposto laconicamente di non avere materiale a casa per farlo, volatilizzandosi fino al the end scolastico.

Numeri precisi sul fenomeno non possiamo purtroppo fornirne, essendo sommerso, e soprattutto per la crosta di omertà che ricopre l’intera situazione. Diversi dirigenti scolastici, pur ammettendo situazioni di questo tipo nella propria scuola, non hanno infatti accettato di rilasciare dichiarazioni. Vivono la dinamica come una sconfitta,anche se di fatto non hanno voce in capitolo per poter obbligare a fare didattica a distanza, che ricordiamo, non è prevista nel contratto collettivo nazionale dei docenti: aspetto strumentalizzato dagli assenteisti.

Altro timore è quello di avere delle ripercussioni sul fronte sindacale. “I sindacati vivono di iscritti e diversi di questi sono rappresentati da insegnanti, oppure ci sono insegnanti che fanno i sindacalisti minacciando vertenze”, si sbottona con noi un dirigente scolastico. Una vera e propria commistione che porta gli insegnanti assenteisti a sentirsi intoccabili. Diventandolo, nel concreto, per davvero.

Emblematica anche la reazione di chi nella scuola ci lavora. Quando sui social oppure offline qualcuno ha provato ad accennare al problema non sono mancate reazioni di benaltrismo, fastidio o anche giustificazionismo con frasi del tipo: “Persone che nel settore pubblico fanno poco ce ne sono sempre state: perché toccare gli insegnanti?”. Ci chiediamo invece noi: perché non dovremmo parlarne, e come mai questi due pesi e due misure rispetto ad altre categorie professionali?

Il disservizio che pesa su famiglie e scuola: mal comune, doppio danno

Sulla situazione descritta abbiamo raccolto testimonianze dirette da due fronti importanti: parliamo dei genitori costretti a sdoppiarsi facendo, oltre al proprio lavoro, anche quello altrui per sopperire alla mancanza di un servizio, e degli insegnanti diligenti che hanno dovuto impegnarsi il doppio per rattoppare le lacune dei colleghi assenteisti in un periodo complesso.

Partendo dalle famiglie raccontiamo il caso emblematico avvenuto in una provincia della Lombardia. Protagonista un insegnante di ruolo assenteista che non solo non ha fatto didattica a distanza ma che non ha partecipato nemmeno alle riunioni di confronto con genitori e colleghi, pur caldeggiate. A raccontarcelo la mamma di un bambino che frequenta le scuole elementari e che si è dovuta rimboccare le maniche per non far perdere al proprio figlio una fetta importante di programma.

“Crea molta preoccupazione il fatto che spesso anche i docenti di valore sminuiscano questo fenomeno o vogliano metterlo a tacere per timore di generalizzazioni”, sottolinea. “Si tratta invece di denunciare un’ingiustizia che dovrebbe essere contrastata da tutti, anche perché conosco tanti altri casi come il mio e con ripercussioni pesanti”.

La dinamica ha determinato in vari genitori della stessa classe l’ipotesi di cambiare scuola: “In alcuni plessi, causa COVID-19, le richieste non sono state accolte. Il docente in questione ha oltretutto chiesto l’aspettativa in un momento in cui molte scuole si trovano sottorganico. Una situazione del genere crea disagio e sfiducia nel lasciare i propri figli in contesti che funzionano così. Mi chiedo dove siano i controlli e perché dobbiamo sempre vedercela con questa omertà”.

Ma alla domanda perché non facesse didattica a distanza, che cosa rispondeva questa persona? “Che farla o non farla era una scelta”. E noi ci domandiamo: a scuola si può quindi scegliere deliberatamente di non lavorare?

Dal Veneto raccogliamo la testimonianza di un’insegnante che lavora in una scuola superiore. “Abbiamo avuto un collega che per i primi due mesi è totalmente sparito”, racconta. “Solo successivamente ha cominciato a mandare ai ragazzi dei compiti da svolgere, senza spiegazioni: attività non identificabile con la vera didattica a distanza. Abbiamo provato a far intervenire il dirigente per prendere provvedimenti, ma non c’è stato modo per il timore di una vertenza sindacale. Il collega stesso si era attaccato al fatto che per contratto non era tenuto a fare didattica a distanza.”

Chiediamo come abbia vissuto in veste di insegnante questa esperienza: “Come un’ingiustizia, prima di tutto in veste di cittadina. C’è un buco a livello normativo che impedisce di intervenire realmente in queste situazioni, restando senza tutele. L’ingiustizia più forte è comunque data dall’abbandono totale dei dirigenti da parte dei sindacati”.

Gli studenti invece come hanno reagito? “Ci chiedevano: ma dov’è il professore, perché non si fa più sentire? Inevitabile lo scollamento del rapporto: non sentendo presenza dall’altra parte hanno infatti cominciato a staccarsi anche loro, e noi docenti abbiamo dovuto lavorare il doppio per mantenere il collante su altri temi. Ma è stato complicato”.

L’alternativa dell’istruzione parentale

Non a caso sempre più famiglie si stanno dirottando sull’istruzione parentale che è riconosciuta come valida. Il dato ci viene rivelato da Erika Di Martino, fondatrice del network edupar.org. “A partire da aprile stiamo notando un incremento costante del 100% tra gli interessati. La mancanza di continuità didattica ha avuto il suo peso in questa scelta”.

A questo punto ci chiediamo: come si può costruire la scuola del futuro se le premesse di oggi sono queste? Quale etica del lavoro e cultura dell’impegno possiamo veicolare a bambini e ragazzi se per primi quelli che non la rispettano vengono lasciati liberi di “non fare”? Quale voto diamo all’assenteismo e alla paura di raccontare? Perché continuare a pagare con risorse pubbliche servizi che mancano? Ma soprattutto: perché non bocciare la disonestà, l’unica assenza che di certo non peserebbe alla scuola e alla società intera?

Photo by Foto di Ahmed Sekmani su Unsplash