- Advertisement -
Italiani all’estero: una questione di rappresentanza

Italiani all’estero: una questione di rappresentanza

Il “sì” al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari ha ottenuto un consenso molto ampio tra gli italiani residenti all'estero. Perché questo paradosso visto che saranno ancor meno rappresentati?

lavoce

25 Ottobre 2020

Il “sì” al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari ha ottenuto un consenso molto ampio nel voto estero. Un paradosso, perché questi elettori sono di gran lunga i meno rappresentati. Come si spiega il fenomeno? E cosa accade negli altri paesi?

di Paolo Balduzzi e Maria Chiara Prodi

Chi rappresenta i sei milioni di italiani all’estero

Il referendum costituzionale del 20 e 21 settembre ha confermato la riforma approvata dal Parlamento sulla riduzione di circa un terzo dei suoi membri. Gli effetti del taglio sulla rappresentanza democratica hanno acceso un ampio dibattito, ma che, visti i risultati, appare essere stato ampiamente accettato dal corpo elettorale. Tuttavia, non tutti gli elettori sono uguali. O meglio: non tutti sono rappresentati allo stesso modo. Si è già scritto che in alcune piccole regioni il taglio dei senatori è stato superiore al 50 per cento, contro una media del 37 per cento. A parte i diretti interessati, nessuno si è invece occupato seriamente degli italiani all’estero. Sono circa 6 milioni quelli ufficialmente residenti fuori dall’Italia, e quindi iscritti all’Anagrafe per gli italiani all’estero (Aire). Tra questi, coloro che hanno diritto di voto sono circa 4,5 milioni (gli elettori in Italia sono 46,5 milioni). Ora, a rappresentarli saranno 4 senatori e 8 deputati. Significa che ogni deputato eletto all’estero rappresenterà circa 560mila elettori (375 mila prima dell’ultima riforma). A titolo di paragone, alle prossime elezioni legislative ogni deputato eletto in Italia rappresenterà circa 118 mila elettori (75 mila prima della riforma).

Cosa succede nel mondo

Benché la maggior parte dei paesi nel mondo permetta ai propri cittadini residenti all’estero di votare per le elezioni nazionali, spesso previa registrazione, sono pochissime le legislazioni che prevedono specifici seggi per gli emigrati: Algeria, Angola, Capo Verde, Colombia, Croazia, Ecuador, Francia, Italia, Mozambico, Panama, Portogallo, Romania e Tunisia. Per quanto riguarda l’Italia, il numero degli eletti nella circoscrizione estero è stato appena ridotto da 18 a 12 dalla riforma costituzionale: 8 membri alla Camera su 400 e 4 al Senato su 200, esattamente il 2 per cento. Per gli altri paesi, le quote sono presentate in tabella 1. Si tratta di quote molto variabili, ma solitamente piuttosto contenute, che diventano rilevanti solo in casi particolari (Tunisia e Capo Verde). Diversi paesi, anche sollecitati dall’esempio italiano, si sono dotati di rappresentanze specifiche dei territori al di fuori del parlamento.

Come vengono rappresentati gli italiani all’estero

I parlamentari eletti all’estero sono infatti la punta dell’iceberg, più visibile e nota, del sistema della rappresentanza degli italiani all’estero, e ne sono anche la parte più recente (nati con la “legge Tremaglia” del 2001). Sin dagli anni Ottanta la rappresentanza si era istituzionalizzata, attraverso volontari impegnati nelle associazioni, in due direzioni. Quella delle Consulte regionali per l’emigrazione, che esercita la rappresentanza rispetto al territorio di provenienza, e quella dei Comitati degli italiani all’estero (Com.It.Es.), che vengono eletti da tutti gli iscritti al registro per gli italiani all’estero (Aire) di ciascuna circoscrizione consolare e che fungono da interfaccia tra la comunità e il consolato, ma anche le autorità locali. A loro volta, i Com.It.Es. eleggono i membri del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie). Composta da 63 consiglieri (di cui 20 di nomina governativa), l’istituzione è per legge luogo di sintesi delle politiche per gli italiani all’estero ed è presieduta dal ministro degli Esteri.

Serve votare all’estero?

L’Italia è quindi un paese all’avanguardia nel rappresentare i suoi cittadini all’estero, ma questa rappresentanza, se non valorizzata nel suo insieme, rischia di risultare solo simbolica, specie dopo il taglio referendario. Se gli italiani all’estero (molti dei quali partiti in dissenso rispetto all’immobilismo del Belpaese) hanno dimostrato ora e nel 2016 di volere che il paese venga riformato, il legame con le proprie diversificate rappresentanze è più difficile da custodire. Questo avviene perché la matrice associativa che ha gettato le fondamenta delle istituzioni vigenti non è più (o non è ancora) la cifra delle nuove emigrazioni. E perché l’aumento del 62 per cento degli emigrati in dieci anni ha travolto la capillarità di una comunità semi-organizzata, irrompendo con un afflusso forte e rapido che deve ancora costruire un proprio reticolato.

E se, secondo alcuni, il diritto di voto degli italiani all’estero dovrebbe connotarsi come un “diritto di tribuna”, va ricordato che si sta parlando del 10 per cento della popolazione. La voce dei rappresentati è un valore non solo per esprimere i bisogni della base, ma anche il suo potenziale, come alcune amministrazioni e centri di ricerca hanno cominciato a capire.

La complessità del fenomeno migratorio si ritrova ogni anno dal Rapporto italiani nel mondo (Rim), la cui prossima edizione uscirà il 27 ottobre. Una descrizione più articolata del voto al recente referendum dovrebbe arrivare anche da una ricerca universitaria in corso, che raccoglie, tramite questionario, le ragioni degli italiani all’estero.