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Ken Loach e l’inganno della Gig Economy

Ken Loach e l’inganno della Gig Economy

In "Sorry We Missed You" l'urgenza di nuove regole nel mercato del lavoro per dare spazio alla vita.

Elena Avenati

2 Febbraio 2020

Un tuffo al cuore continuo, tre spazi fisici (un magazzino pieno di pacchi, un furgone pieno di speranze, una casa piena di affetti) dove viene raccontato il dramma dello sfruttamento, del precariato, dell’emarginazione sociale, della “nuova povertà” e del “nuovo schiavismo”. La musica, assente, entra in scena solo quando si fa spazio la vita.

Il regista Ken Loach, con i suoi 83 anni di vita e alle spalle anni di impegno civile contro le disuguaglianze, ci regala il film Sorry We Missed You: per aprirci gli occhi sul “dietro le quinte” di nuove tipologie di lavoro, i gig workers, e per invitarci a prendere coscienza delle possibili derive di queste attività, che si stanno rivelando gigantesche trappole del sistema. Non da ultimo, e questa è stata la mia personale sensazione a fine proiezione, mira a farci alzare dalla comoda poltrona del cinema con un gran desiderio di giustizia civile.

 

Sorry We Missed You di Ken Loach: un viaggio tra le trappole della gig economy

Il protagonista del film, Ricky, in un delicato momento di difficoltà economica, con i sogni di una casa di proprietà e di una vita più serena per la moglie e i suoi due figli, accetta un’opportunità lavorativa come corriere per conto di un’importante ditta in franchising online. È costretto a lavorare anche fino a 14 ore al giorno e a essere sempre reperibile: una vita intera dentro a un furgone bianco. Non può permettersi di assentarsi dal lavoro per non incorrere in una penale salata o nella perdita immediata del posto. Nessun motivo sembra essere abbastanza valido da giustificare un’assenza, un ritardo o una mancata consegna agli occhi del suo impietoso capo Maloney; neppure un figlio che si mette nei guai con la scuola e con la giustizia, oppure un brutto pestaggio, o un incidente stradale schivato per un soffio.

Questa può essere la storia di tanti motociclisti e ciclisti – i riders – che consegnano cibi e bevande, e di tanti autisti “fattorini” che portano pacchi e lettere ordinati tramite piattaforme e applicazioni web sbocciate per mettere in contatto aziende e clienti: si tratta di lavoratori autonomi, ma alle dipendenze di aziende nate grazie al mercato digitale; spesso giovani precari, ma anche cinquantenni esclusi dal mondo del lavoro e migranti più o meno regolari.

In teoria questi lavoratori potrebbero godere di molta flessibilità (non hanno limite di orario o di salario) e autonomia (spesso posseggono il mezzo su cui viaggiano), ma in pratica tutta questa libertà è un’illusione che si trasforma in trappola: non c’è un salario minimo per questo lavoro “da non dipendente” e si “dipende” dalla velocità delle corse e dal numero delle consegne, che più è alto e più si guadagna. In Italia alcuni segnali verso un sistema di tutele arrivano: la Cassazione, con una recente sentenza (1663/2020), riconosce che i ciclofattorini non sono dipendenti, ma a loro vanno riconosciute alcune condizioni del lavoro subordinato. Resta però ancora molto da fare per assicurare dignità e diritti.

 

Ritornare eroi per superare le crisi del lavoro

Il futuro del lavoro ha caratteri piuttosto scuri, e questo parte da una crisi del mercato del lavoro sempre più evidente. Ci si prova a interrogare e a interpretare questa trasformazione. La relativa preoccupazione circa la degenerazione di Internet rispetto alle intenzioni libertarie delle origini, tema che è entrato prepotentemente nelle nostre vite data la “prepotenza” dei mezzi su cui si misura l’evoluzione digitale, è evidente e fondata.

Come scrive Edoardo Segantini sul Corriere della Sera, molto ha a che fare con lo strapotere dei colossi digitali: “Lo strapotere di mercato, dannoso per la concorrenza, e lo strapotere di influenza”. Penso si possa aprire un dibattito invece sulla fondatezza del timore su occupazione e tecnologia. Marco Bentivogli, sul Foglio, sostiene che “l’avvento delle tecnologie di ultima generazione dia più spazio all’uomo e alla donna: esempi sono l’utilizzo di robot collaborativi, la crescita delle competenze, l’avvio di nuovi sistemi di organizzazione del lavoro”.

Ciò che si presenta però sempre più in maniera chiara, come eloquentemente ci restituisce Ken Loach nel suo film, è l’incapacità di gestire l’innovazione per il bene delle comunità, in una società permeata da uomini forti ma povera di leader. Ma su questa incapacità occorre lavorare. In questa fragile condizione del mondo serve prestare attenzione alle dinamiche della globalizzazione e non venirne fagocitati: anche i consumatori sono sempre più schiavi di un click per ricevere all’istante un prodotto, e ancora troppo poco consapevoli delle succulente operazioni di business che si celano dietro a fumosi progetti di Responsabilità Sociale d’Impresa lanciati dalle grandi multinazionali.

C’è bisogno di un grande cambiamento, e per attuarlo dobbiamo interrompere questa routine e usare le tecnologie come opportunità. Per riuscirci, inoltre, dovremo prestare molta attenzione alle potenzialità di adattamento dinamico che la nostra epoca saprà mettere in campo. Per il presente abbiamo una grande responsabilità, verso i nostri giovani: da una parte favorire un modello di crescita individuale che sappia scegliere come punto di riferimento gli “eroi umani” che usano sensibilità e cervello, più che i muscoli o i super-poteri; dall’altra creare una chiara piattaforma di valori, attraverso la quale imparare a interagire con il nuovo metabolismo del mondo.

È il tempo di farci portatori di “leadership empatiche”.

 

La dignità del lavoro: un bene comune, non un monopolio

In questa direzione mi è risultato di grande spunto, per un piccolo esperimento in famiglia, il ritrovamento sotto l’albero di Natale del Monopoly. Un gioco diffuso a fine 1930 e caratterizzato dal meccanismo che ben conosciamo: tutti i partecipanti si indebitano e prima o poi falliscono, tranne uno, il “supermonopolista”, che alla fine vince. Proprio mentre giocavamo con i piccoli di famiglia, da loro è venuta la proposta di “cambiare qualche regola” perché “troppo rigido”. Noi adulti a ribadire che fossero le regole del gioco, loro a sostenere che fosse “antico”.

E pensare che il meccanismo di base su cui questo gioco era stato inventato, nel 1903, da una donna di nome Elizabeth Magie, prevedeva che i giocatori potessero prendere un’iniziativa che non è prevista dalle regole del Monopoly di oggi: decidere di collaborare. Non avrebbero pagato l’affitto a un singolo proprietario, ma avrebbero messo la somma in una cassa comune e, come scrisse Magie, “tutti si sarebbero garantiti la prosperità”. Gioco antico sì, ma che ha già conosciuto una storia figlia dei suoi tempi.

Il contesto in cui nasciamo e cresciamo ci plasma tanto da diventare figli del proprio tempo, e se ne assorbono inevitabilmente gli umori, i modi di pensare e di agire. Occorre imparare dal passato e vivere con coraggio il presente: approfittiamo di questa sorta di genius temporis che naturalmente appartiene alle nostre giovani generazioni. Diamo fiducia alla capacità di adattamento dinamico che i giovani sanno mettere in campo, alla capacità di racconto di nuove storie e all’avvio di nuove tipologie di relazioni.

Continuiamo, noi adulti, a favorire e diffondere una cultura che dia dignità al lavoro, per chi lo cerca e trova oggi e per chi dovrà cercarselo domani. Il sistema economico genererà sempre delle trappole, ma potremmo avere al centro i diritti, doveri, tutele e dignità per dettare le regole del gioco e per far spazio alla vita. Il lavoro è ovunque, e non può toglierci la musica della vita.

 

 

In copertina una foto dal film “Sorry We Missed You” di Ken Loach