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La bomba sociale dei collaboratori occasionali, veri desaparecidos del lockdown

La bomba sociale dei collaboratori occasionali, veri desaparecidos del lockdown

I collaboratori occasionali e le altre categorie sconosciute all'Inps, in fase di lockdown, rischiano di trasformarsi in una bomba sociale. Lo spiega Andrea Borghesi, Segretario generale NIdiL Cgil nazionale.

C’è un mondo di lavoratori atipici, precari fuori da ogni tutela, diritto e, soprattutto, abbandonati al loro destino. Questo già prima del COVID-19. Figuriamoci adesso.

Sono quelli a ritenuta d’acconto, collaboratori occasionali, lavoratori a chiamata; quelli sommersi, tutti precari e resi ancora più soli dall’emergenza. È il popolo degli ultimi, ancora più sull’orlo del precipizio in questa fase drammatica del Paese, e che non possono chiedere alcun tipo di supporto economico, visto che non si riesce a inserirli in nessuno scenario di quelli previsti dal decreto Cura Italia. Sempre che il reddito di emergenza in corso di discussione non riesca a dare un po’ di ossigeno anche a coloro i quali si ritrovano fuori da tutto.

 

Esclusi dal sussidio di emergenza: il caso dei collaboratori sportivi

Sono centinaia di migliaia i lavoratori che si ritrovano in una condizione di disagio economico-sociale, non coperti da indennità come collaboratori occasionali (tra i quali figurano anche i rider) e disoccupati. In un comunicato sindacale unitario di NIdiL CGIL, FeLSA CISL e UILTemp si afferma: “Gli esclusi da tutto, milioni di lavoratori disoccupati senza tutela e autonomi occasionali, hanno invece urgente bisogno di un sostegno al reddito”. È il mondo che vive di rimborsi spese, diarie e piccole cifre. Ritenute d’acconto, entrate senza alcun contributo previdenziale, copertura sanitaria, solo qualche spicciolo.

Il settore dello sport in Italia, per esempio, è costituito da circa 65.000 società sportive generando 5 miliardi di entrate. A livello professionale i tesserati al Coni sono 4,5 milioni, di cui un milione sono operatori sportivi. A livello dilettantistico sono impiegati quasi 90.000 lavoratori, di cui l’85% viene retribuito con forme di contratti flessibili, a cui si aggiunge un esercito di oltre un milione di volontari (I lavoratori occupati nel mondo dello sport. Oltre un milione senza diritti e tutele, Dati Istat, Coni servizi, Isnart, SIAE ed Eurostat su elaborazione NIdiL-SLC CGIL e Istituto SL&A Turismo e territorio – 2018).

Davide ha 40 anni ed è personal trainer in un Centro Fitness di Milano. È un libero professionista con un contratto di franchisee dove riconosce una quota d’affitto per l’utilizzo dei macchinari alla palestra, ma con la chiusura dei centri sportivi il 24 febbraio scorso si è ritrovato senza poter lavorare, anche se, contrariamente a molti collaboratori occasionali presenti nel mondo dello sport, è riuscito ad accedere al bonus dei 600 euro: “Sono stati già accreditati sul mio conto”.

Molti collaboratori sportivi, invece, ad oggi non riescono ad accedere ad alcuna forma di sostegno al reddito. Di questo mondo di lavoratori atipici del mondo sportivo e non solo ne abbiamo parlato con Andrea Borghesi, Segretario generale di NIdiL CGIL nazionale.

NIdiL – Nuove Identità di Lavoro – è la categoria sindacale della Cgil che rappresenta e tutela i lavoratori atipici: “Certamente c’è un problema generale che questa emergenza, il COVID-19, ha messo in luce, cioè il fatto che esista una quantità importante di lavoratori e lavoratrici, che in linea generale possiamo mettere sotto il cappello precarietà-atipicità, che vivono una condizione di ulteriore disagio dovuta a questa situazione, in assenza di un sistema di tutele universali. In particolare, per il bonus è stato costruito un meccanismo piatto, per cui l’indennità è di 600 euro per tutta una serie di soggetti per i quali, in assenza di un sistema universale di ammortizzatori, per il sostegno al reddito, si è andati a sparare nel mucchio.”

 

Partite Iva, le tutele inesistenti e il rischio bomba sociale

Se con la cassa integrazione per i dipendenti si percepisce una percentuale sulla base mensile lorda del proprio stipendio mensile, per le partite Iva il criterio è stato quello di pagare 600 euro a tutti. Il distinguo sul reddito dichiarato nel 2018 è stato fatto per gli iscritti agli ordini professionali, che pagano i contributi alla propria cassa di riferimento e non all’Inps.

Anche in questo le partite Iva dimostrano la loro assoluta peculiarità nel panorama del mondo del lavoro, e per la prima volta sono state considerate anche loro tra la platea dei beneficiari.

Prosegue Borghesi: “Apprezzo lo sforzo fatto ma il problema è che il meccanismo risulta essere, come tutti i meccanismi piatti, con una serie di difetti: per esempio non tiene conto in alcun modo né del reddito delle persone né degli effettivi bisogni delle condizioni di singoli, o addirittura di carattere familiare. Pur considerandolo un primo segnale, pone però l’esigenza, e questa è davvero la cosa che emerge in maniera chiarissima, di costruire un sistema universale di sostegno al reddito, fatto con dei criteri intelligenti e che tenga conto appunto delle situazioni specifiche”.

Ma nel panorama delle partite Iva esiste un popolo di invisibili che, già precari nelle loro forme contrattuali prima del COVID-19, nell’emergenza si trovano non solo nella condizione di non poter lavorare, ma in quella ancor peggiore di non poter richiedere nessuna forma di sostegno economico. Sono fuori, a rischio bomba sociale. È un universo parallelo, sommerso, che troppe volte ha accettato – subìto – forme di precariato, suo malgrado.

“Infatti c’è una quantità impressionante di lavoro che ha una formalizzazione molto leggera, penso ai collaboratori autonomi-occasionali per esempio, per i quali in realtà non è stato previsto nulla, perché è difficile quantificarli; per quei lavoratori –  qui penso ai riders – ma anche a coloro che fanno piccoli lavoretti di editoria o altro, fino a 5000 Euro l’anno non si pagano neanche i contributi, quindi in realtà sono degli sconosciuti all’INPS. Penso che uno dei temi da affrontare  sia quindi che ci sono troppe tipologie contrattuali”, prosegue Borghesi.

Mi chiedo se il governo abbia pensato di includere anche quelle tipologie di lavoro che sono completamente fuori da tutto, in mancanza di una forma di tutela universale nei loro confronti.

“In realtà non è stato immaginato nessuno strumento. Adesso sta venendo fuori tutta la questione di colf, badanti e tutti quelli non coperti dalle tutele, da sostenere con il reddito di emergenza. Ma deve essere fatto un intervento nel più breve tempo possibile, perché c’è un problema e un rischio bomba sociale. Se le persone non stanno prendendo la cassa in deroga perché arriva con tempi più lunghi, mentre altri devono prendere l’indennità di 600 euro dopo un mese e mezzo solo per fare alcuni esempi, la situazione è tale che va fatto subito un intervento largo e di copertura massima, che permetta alle persone almeno di superare questa fase.”

Ma il reddito di emergenza è ancora in fase di discussione, e quindi non ancora operativo. Il governo sta studiando come muoversi su questo altro terreno, ma non basta. C’è di più. “C’è un’altra fascia in difficoltà. Ci sono per esempio quelli che sono in Naspi e Dis-coll (indennità disoccupazione per i collaboratori). Si parla poco di questi ultimi, e vanno entrambi prorogati e coperti – non sappiamo bene con quale strumento. Tutti coloro che il lavoro ce l’avevano, magari lavorando 6-7 mesi l’anno ma che non erano stagionali in senso stretto e normalmente si sarebbero rioccupati e che invece, in questa situazione, da qui al prossimo futuro, molto probabilmente rimarranno disoccupati. C’è un problema di chi attualmente è disoccupato che rischia di andare ad allargare le fila dei disperati. Di questo sono molto preoccupato”.

 

Lavoro nero, quando l’emergenza fa emergere il sommerso

E i lavoratori in nero? C’è pudore a parlarne, eppure la platea di quelli che lavorano nel sommerso sono molti, anche se giocoforza sono impossibili da quantificare. È indubbio che esista un numero indefinito, ma purtroppo sostanzioso, di lavoratori fuori da qualsiasi mappatura, e di conseguenza esclusi da qualsivoglia tutela.

“Va fatto un intervento largo che copra tutte le persone in difficoltà: che siano essi occupati, disoccupati e persone che si arrangiano in varie maniere. Va fatto presto e anche per i prossimi mesi. Va poi avviato insieme alla ripresa produttiva un dibattito e una riflessione pubblica sul fatto che esiste un numero indefinito di persone che sono fuori da un sistema di tutele da una parte, e che esiste altresì, un’economia sommersa enorme, da combattere con tutti i mezzi necessari anche attraverso il necessario rafforzamento delle attività di controllo”, dichiara Borghesi.

Se prima dell’emergenza tutte le anomalie di un sistema lavoro venivano quantomeno rese meno visibili, adesso con la richiesta di aiuti da parte di una platea enorme di lavoratori, anche quelli sconosciuti, occorre intraprendere una seria discussione sull’eccessiva quantità di forme contrattuali e sulla difficoltà di reperire uno strumento universale di tutela che protegga tutti in fasi drammatiche come questa.

C’è da dire che, inevitabilmente, i nodi vengono al pettine. E che la discussione su certe forme di lavoro spinte al massimo verso il baratro della precarietà ,spacciandole per liberismo e legge di mercato, debba essere affrontata senza ipocrisie di fondo, e senza nascondersi dietro sottili cartine tornasole, che non proteggono contro il coronavirus.

 

Ripensare il mondo del lavoro

Conclude Borghesi: “Va aperta una discussione sulle persone che vivono una condizione contrattuale di atipicità. Poi vanno messe in atto delle operazioni affinché emerga tutto ciò che oggi non è regolare, e non credo che la soluzione possa essere quella di allargare nuovamente le maglie della regolazione del mercato del lavoro. Non avremo bisogno di maggiore flessibilità. Credo ci sia bisogno di poche forme contrattuali, ben regolate, che siano capaci di assorbire le necessità come in tanti altri Paesi. Sta emergendo un mondo di informalità, perché ovviamente con la crisi sono tutti a richiedere una copertura economica, quando per anni di loro non si è parlato perché a molti faceva comodo così. Chiudo con i rider, che vivono una situazione assurda sia prima che dopo il coronavirus. Prima passavano da collaboratori occasionali fino a 5.000 euro, e al superamento di quella soglia erano costretti a diventare lavoratori a partita Iva; poi, nel pieno dell’emergenza, si sono ritrovati a essere considerati un servizio essenziale, lavorando senza alcuna tutela”.

Rimane il guado, e ci siamo proprio nel mezzo: da una parte chi vuole regolamentare il mercato del lavoro e chi dall’altra ha una visione spinta al massimo del liberismo e della flessibilità.

C’è da dire che se adesso, tra la fase 1 e la fase 2, la precarietà sembra appartenere quasi a tutti, occorre ripensare seriamente il mondo del lavoro, senza slogan, banalità e semplificazioni. È il momento di farlo davvero, e costruirlo adesso. Siamo in ritardo, e l’emergenza l’ha dimostrato smascherando ipocrisie e portando alla luce le fragilità di un sistema che si regge su un filo. Che è bene non si spezzi.

 

Photo by Tom Barrett on Unsplash