Una cameriera, uno dei lavori stagionali più diffusi

La stagione dei lavori

L'estate è periodo di lavori stagionali. Ne parliamo con dipendenti e datori di lavoro, tra difficoltà di fare formazione, irregolarità e diritti disattesi.

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È estate, alla radio risuonano i tormentoni che ci accompagneranno per tutta la stagione e sul punto di scrivere questo articolo mi ritorna in mente una canzone dello scorso anno il cui inciso fa così: “ho perso il compleanno di mia figlia / ho perso il Natale e mezza Vigilia / ho perso anche la laurea per quattro esami / ho chiesto di essere altro, lavorar le estati / e mi chiedo che ci faccio qui / aspettando il mio lunedì / mentre all’una la sala è ancora invasa / e penso / “ma non ce l’avete una casa?”. Il brano si chiama Sono cameriere, e ci restituisce uno spaccato di quotidianità dei lavori stagionali che, si sa, sono perlopiù legati al turismo, ma anche ad agricoltura e edilizia.

 

La carenza di lavoratori stagionali

Quando si parla di lavoro stagionale tornano fissi anche altri tormentoni. Quelli dei datori di lavoro da una parte, che denunciano mancanza di personale e lavoratori poco qualificati, e quelli degli stagionali dall’altra, per i quali i turni sono massacranti, i contratti insoddisfacenti (quando non del tutto assenti) e lo stipendio non adeguato. Nel mezzo ci sono migliaia di lavoratori, giovani e non, che ogni anno – soprattutto in estate – contribuiscono a far crescere l’industria turistica del nostro Paese.

Secondo il bollettino del sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere in collaborazione con Anpal, a giugno sarebbero stati 130.000 i posti di lavoro da coprire nella filiera turistica. Il 27,8% degli operatori del settore ha espresso la necessità di personale in ingresso (contro il 23,5% di maggio), contribuendo così a portare al 17,8% la quota delle imprese che hanno assunto (contro il 16,2% a maggio). E nella riviera romagnola a più riprese, nelle settimane passate, le associazioni di categoria hanno lanciato l’allarme sulla carenza di personale nelle 1.200 strutture alberghiere presenti. Mancavano all’appello camerieri, bagnini, cuochi, barman, receptionist; una situazione che si ripete ogni anno. C’è da chiedersi allora come mai con una disoccupazione ancora al di sopra del livello di guardia non ci siano persone disposte a lavorare, anche solo per qualche mese.

 

Una gavetta necessaria

Perché restano vacanti posti di lavoro che garantiscono uno stipendio per diversi mesi? La risposta, in parte, la dà Tatiana Giorgetti, responsabile del Centro per l’impiego di Rimini. «C’è una grande carenza di profili professionali non generici: mancano persone specializzate. Abbiamo la banca dati piena di aspiranti tuttofare che non riusciamo a collocare completamente perché non sono queste le figure necessarie».

Uno dei nodi da sciogliere è dunque quello della formazione o, per meglio dire, delle formazioni. Sì, perché quello turistico è un settore in cui accanto alla classica formazione degli istituti alberghieri ve ne sono almeno altre due: quella fornita dai tanti enti pubblici e privati che offrono a pagamento o gratis corsi più o meno specializzati per le varie figure professionali, che c’è; e poi quella on the job che dovrebbero offrire i datori durante il periodo di lavoro, che spesso non c’è per mancanza di tempo o di interesse. È comprensibile, infatti, che offrire formazione nell’arco di tre o quattro mesi a lavoratori che probabilmente l’anno successivo lavoreranno altrove non sia profittevole per gli imprenditori. Molto dipende allora dall’iniziativa personale del singolo lavoratore che – se volenteroso e convinto che quello stagionale sia il lavoro giusto – accetta di mettersi in gioco e costruirsi un’esperienza.

Gavetta, dunque, che rappresenta una fase inevitabile della formazione professionale, nel turismo come in altri settori. Presuppone spirito di sacrificio, voglia di imparare, umiltà, determinazione. In due parole: imparare un mestiere. Così come la gradualità del lavoro. Aspetti che sono presenti nei lavori stagionali, dove molto spesso, soprattutto per i più giovani e senza molte qualifiche, si inizia dal gradino più basso per “salire di grado” di anno in anno.

Gavetta e gradualità del lavoro vanno di pari passo perché è solo attraverso l’esperienza che si affrontano i vari step e si cresce professionalmente. Il punto, per quanto riguarda il lavoro stagionale, è che se la gavetta è di per sé un processo lento, qui lo è ancora di più perché le assunzioni durano pochi mesi e per ottenere il tanto agognato avanzamento di carriera bisogna attendere più che in altri settori. Insomma, bisogna rimboccarsi le maniche.

 

La prospettiva degli stagionali e dei datori di lavoro

Ma per quale stipendio e con quante difficoltà? Tante a sentire i lavoratori; nella media secondo gli imprenditori. I primi lamentano stipendi bassi a fronte di orari massacranti, condizioni di lavoro troppo penalizzanti e sfruttamento contrattuale. Non è insolito, parlando con gli stagionali, ascoltare di stagioni a 1.000 euro al mese con medie di 12/13 ore sette giorni su sette con vitto e alloggio inadeguati. Denunce accolte e riproposte anche dai sindacati.

«Guadagnavo 900 euro netti al mese per dieci-dodici ore al giorno. Ma all’inizio, come tanti, ne ho presi anche 700 e in nero», spiega Alessandro, prima tuttofare, poi cameriere, infine barista. Quattro stagioni in Toscana, poi ha deciso di trovarsi «un lavoro serio, non stagionale, per poter campare».

Dal Tirreno all’Adriatico la musica è la stessa. «Avevo un contratto a chiamata da 800 euro mensili per quattro ore al giorno» racconta Eleonora, ventottenne leccese laureata in Filosofia e oggi disoccupata. «Le ore diventavano regolarmente dieci e a volte anche dodici, naturalmente senza giorno libero. Poi c’era una quota fuori busta, e quindi in nero, di 350 euro a integrazione degli straordinari, che venivano però pagati come ore normali, cioè cinque euro l’ora».

C’è invece chi, come Donatella, ventunenne di Rovigo e studentessa di Fisica a Bologna, non vede tutto nero e prende il lavoro stagionale come un’opportunità. «Questa è la mia terza stagione a Rimini, certo è faticoso ma ho l’opportunità di mettere da parte soldi utili per i miei studi, di conoscere tanta gente e imparare come si sta in un luogo di lavoro: quali sono i ruoli, cosa fare o non fare, il rapporto con i colleghi. Mi tornerà tutto utile quando farò il lavoro per cui sto studiando».

I datori di lavoro, dal canto loro, ribadiscono che il lavoro stagionale è un impegno con ritmi intensi, che non si può affrontarlo pensandolo come un’opportunità per una vacanza in un luogo di mare e di svago; richiede una garanzia di continuità per tutti i mesi per i quali è stata richiesta la disponibilità.

 

Adeguarsi al cambiamento

È il lavoro che manca, quindi, oppure i lavoratori? In realtà quello che manca è forse l’incontro tra domanda e offerta: non si riesce cioè a fornire formazione adeguata che risponda alle esigenze delle imprese. I lavori stagionali, nel turismo come anche in agricoltura, con l’ingresso della tecnologia si sono evoluti. Al di là della mera manovalanza, richiedono competenze e conoscenze specialistiche, in reception come sul trattore. La rivoluzione del turismo 4.0 da una parte e droni, sensori, mappe 3D dall’altra hanno radicalmente modificato questi due settori. Il mercato necessita quindi di formazione altamente qualificata che oggi è difficile incrociare con la disponibilità dei lavoratori. Oltre a ciò, altre variabili incidono sulla larghezza della forbice tra domanda e offerta.

Una di esse è la natura stessa del lavoro stagionale, che fa sì che i lavoratori, perlopiù giovani, lo vedano come un “lavoro ponte”, una condizione di passaggio prima di intraprendere la professione desiderata. Oppure la Naspi introdotta dal Jobs Act, erogata per la metà delle settimane lavorate nei quattro anni precedenti la perdita del posto, che penalizza gli stagionali portando l’assegno di disoccupazione da sei a quattro mesi.

Ma chi di questo mondo vive da anni riesce a cogliere il lato positivo lasciato da questo genere di lavoro. È il caso di Valentina, trentaseienne siciliana laureata in Scienze turistiche e un curriculum fatto solo di lavori stagionali, dai villaggi alle reception, dall’accoglienza in aeroporto alla guest relation. «Negli anni impari che tutti siamo importanti, ogni ruolo contribuisce alla buona riuscita generale del servizio offerto. E, se sei capace di rinunciare alle estati con gli amici o la famiglia, riesci comunque a trovare soddisfazione nei feedback positivi dei clienti e nella crescita professionale. E non parlo in termini economici».

Bolognese d’adozione ma orgogliosamente pugliese, di mestiere scrive: è giornalista professionista e si occupa di comunicazione per il sociale e la sanità. Ha iniziato dalla tecnologia, è finita a scrivere di politica. Del giornalismo ha capito che è provare a capire il mondo ma soprattutto saperlo raccontare con gli strumenti giusti. Femminista 4.0, è convinta che una società “alla pari” sia un bene per tutti. Per questo siede nel Consiglio direttivo dell’Associazione PerLeDonne di Imola, che si occupa di diritti delle donne e contrasto alla violenza di genere. Adora, in maniera maniacale, il silenzio. Da quando ha letto “L’arte di correre” non ha più tolto le scarpe. [ Guarda tutti gli articoli ]

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