
Cinque morti sul lavoro in Italia in otto giorni, tra cantieri, ferrovia e boschi. Sullo sfondo, un’ordinanza anticaldo quasi mai controllata e un tavolo sindacale rotto sui compensi per i rider.
In 11 anni gli assicurati INPS over 55 sono passati da 4,64 a 7,58 milioni: oggi sono più di 1 lavoratore su 4. I rapporti fotografano un Paese che invecchia lavorando, ma le cause stanno nelle culle del 1964 e del 1980. E il conto indica già una data di scadenza

Ha 62 anni, è nata nel 1964 e il nome potete sceglierlo voi. La persona che vi chiedo di immaginare non esiste davvero, ma è ovunque, perché la sua è la classe d’età più numerosa del Paese: quasi un milione di individui ancora in vita, che presidiano un posto di lavoro e aspettano una pensione più da divinare che da calcolare, tra cambiamenti in corsa e bizantinismi fiscali.
Questa persona collettiva è utile a capire che età ha, il lavoro, in Italia. Se lo sente nelle ossa, l’Italia, il lavoro; ce l’hanno fondata e sfondata su quel presupposto, ma oggi, con la curva statistica che piega in basso il sorriso della demografia, ne sente il peso come non mai. Il lavoro è ancora il suo destino: finché la persona che abbiamo immaginato lavora, il Paese Italia esiste – gli autobus circolano, i rifiuti vengono ritirati, il pane arriva sugli scaffali, con tutto il fluire di tasse e contributi che ne consegue. Ma è una finzione destinata a durare poco, e una data di scadenza esiste: il 2032, quando la classe 1964 compirà 68 anni e pretenderà, tutta insieme, la pensione o l’assegno sociale. Ne ha parlato il giornalista Marco Esposito in Vuoto a perdere (Rubbettino, 2024), un viaggio acuto e ricco di dati dentro il collasso demografico italiano.
Due anni dopo il libro, i rapporti annuali di ISTAT (21 maggio) e INPS (9 luglio) dicono in che misura quella profezia sia già arrivata nei luoghi di lavoro. La classe lavoratrice italiana sta invecchiando, sì; ma di quanto, a che velocità, per quali peccati originali? Alle prime domande rispondono i numeri; per l’ultima bisogna tornare alle culle.
I dati più completi sono quelli dell’INPS, che conta chiunque abbia versato almeno un contributo nell’anno: 27,24 milioni di persone nel 2025, circa il 95% di chi lavora in Italia. Tra il 2014 e il 2025 gli assicurati con 55 anni e più sono passati da 4,64 a 7,58 milioni: +63,6%, quasi tre milioni di persone, circa 730 in più al giorno per 11 anni. Nello stesso periodo la fascia tra i 35 e i 54 anni, il nucleo centrale della produttività aziendale, ha perso oltre 1,25 milioni di lavoratori (-9,2%), mentre gli under 35 crescevano di 860.000 unità, spesso nel pantano della precarietà.
Così, oggi più di un lavoratore su quattro ha almeno 55 anni: il 27,8%, contro il 18,8% del 2014. Il dato più eloquente, però, si ricava con una sottrazione: l’intera platea è cresciuta di 2,55 milioni di persone, meno dei soli over 55, e sotto quella soglia d’età gli assicurati sono circa 400.000 in meno di 11 anni fa. In estrema sintesi, tutta la crescita del lavoro assicurato INPS (e anche qualcosa di più) ha i capelli bianchi.
L’ISTAT, con un’indagine campionaria, arriva alla stessa conclusione: la crescita dell’occupazione è stata trainata dagli occupati con 50 anni e più, ormai il 42% del totale, e l’età media di chi lavora è salita a 45,6 anni, 4,6 in più che nel 2007. Le generazioni numerose invecchiano al lavoro, mentre quelle che entrano sono sempre più esangui; tengono in piedi i numeri i lavoratori nati all’estero, saliti al 15,7% degli assicurati, con quelli extra UE che da soli valgono circa metà dell’aumento complessivo.
Per capire da dove arrivi tutto questo bisogna tornare all’anno citato nell’apertura. Nel 1964 in Italia nacquero 1.035.207 bambini, più del doppio dei morti: un saldo naturale, cioè la differenza tra nati e morti, di +547.000, il migliore della storia unitaria. È diverso dal record delle culle, che è del 1920; quello del 1964 misura il margine con cui la vita ha battuto la morte, e nessun anno lo ha più eguagliato.
Quello fu l’ultimo pieno demografico del Paese. Già nel 1972 le nascite scesero sotto le 900.000 e in dieci province – tutte settentrionali tranne Siena – i nati smisero di rimpiazzare i morti, come segnalò, senza commento, l’Annuario statistico dell’ISTAT del 1980. Nel 1977 la fecondità scese sotto i due figli per coppia; nel 1993, per la prima volta in tempo di pace, i decessi superarono le nascite in tutto il Paese.
Perché l’Italia non reagì? Alla miopia dei governi e al sospetto che ogni politica per la natalità sapesse di Ventennio, nel suo libro Esposito aggiunge una motivazione territoriale: per decenni il Nord ha compensato le proprie culle vuote con i giovani meridionali, operai negli anni Sessanta e laureati dagli anni Novanta, e ha scambiato quel flusso per salute. Una salute vampirizzata dal Mezzogiorno, la cui fecondità, nel 2006, è diventata la più bassa d’Italia per la prima volta nella storia.
L’altro peccato originale sta nelle pensioni, o meglio, nei prepensionamenti selvaggi – ad esempio le cosiddette “baby pensioni”, invalse fino al 1992. Si parla di lavoratori andati in pensione fin dai 29 anni, dopo poco più di 14 anni di contribuzione, per i vitalizi dei quali sono già stati spesi tutti i contributi versati dalla classe 1964 che ci accompagna da inizio articolo. Quando il conto è arrivato, le riforme pensionistiche di Amato (1992), Dini (1995) e Fornero (2011) hanno rinviato il collasso al prezzo di vite lavorative stiracchiate in lunghezza e assegni pensionistici più risicati: eccolo, il primo squillo della terza età del lavoro.
Se il 1964 è l’anno del pieno, il 1980 è quello in cui la spia della riserva si accende per non spegnersi più. Le nascite scendono a 657.278: per la prima volta dall’Unità d’Italia nascono meno bambini che nel 1918, quando guerra e influenza spagnola avevano fermato le culle a 676.000.
Oltre alla demografia ci si mette anche il lavoro, che accoglie la generazione nata negli anni Ottanta mentre le regole cambiano tutte insieme: l’intervento straordinario per il Mezzogiorno cancellato nel 1994, la legge Treu sui lavori flessibili nel 1997, le migrazioni interne ripartite, un’età pensionabile alzata che diminuisce il ricambio nell’occupazione. Il risultato è che una donna su quattro, in quella classe generazionale, non ha avuto figli, mentre un altro 24% si è limitato a un figlio unico.
I rapporti del 2026 confermano lo spartiacque. Secondo l’ISTAT la mobilità sociale verso l’alto, cioè la quota di chi a 30 anni sta in una classe occupazionale più elevata di quella dei genitori, è cresciuta fino ai nati a metà degli anni Sessanta; per i nati tra il 1980 e il 1994 c’è un’“inversione di tendenza” in cui per la prima volta chi scende (27,1%) supera chi sale (25,1%). L’INPS presenta lo stesso conto a modo suo, in contributi: il primo versamento arrivava intorno ai 20 anni per i nati a metà degli anni Sessanta, mentre arriva quasi ai 22 per la leva 1993; nei primi tre anni di carriera la quota di settimane coperte scende dal 65% al 52%, e il montante contributivo accumulato in quel periodo – il salvadanaio virtuale su cui si calcolerà la pensione – per la classe 1990 è inferiore del 18% per gli uomini e del 20% per le donne rispetto alla classe 1980, complice un PIL fermo, su cui i contributi si rivalutano.
Non serve aspettare il 2050 per capire che quando la classe ‘64 uscirà di scena si porterà via mestieri, competenze, contributi e presenze. Nella pubblica amministrazione (3,7 milioni di dipendenti) gli over 55 sono il 38% e gli under 35 appena il 15%, con una presenza straniera ferma all’1%; ed è qui che nei prossimi anni spariranno i funzionari comunali, gli operativi delle forze dell’ordine e vari professionisti della sanità, tutte categorie qui riportate per necessità di esempio, e che tuttavia sono già in grave crisi di organico.
Nelle botteghe il ricambio è già saltato: dal 2014 al 2025 i lavoratori autonomi sono scesi da 5,91 a 4,79 milioni, con artigiani e commercianti sempre più anziani. Persino chi si prende cura degli anziani invecchia: tra colf e badanti, di origine straniera nel 74% dei casi, quasi la metà ha almeno 55 anni. Il crollo del patto sociale come lo conosciamo oggi è questione di decenni, se si pensa a un futuro in cui i pensionati potrebbero essere il doppio rispetto ai lavoratori.
C’è poi un costo meno visibile. Secondo l’ISTAT la propensione delle imprese a innovare cresce con l’età media del personale, fino a 36 anni per i processi e a 42 anni per i prodotti, e poi cala; e oltre il 60% delle aziende italiane ha già superato quella soglia. In un Paese la cui produttività oraria è cresciuta dell’1,4% dal 2007 (in Spagna del 18%), si rischia di invecchiare anche nelle idee.
Per anni ci siamo sentiti ripetere che i giovani non hanno voglia di lavorare; più di rado ci si è chiesti se, per caso, non siano i loro genitori a restare troppo nel mondo del lavoro. L’età media a cui i dipendenti privati vanno in pensione, calcola l’INPS, è salita da 57 anni e 7 mesi nel 1995 a 64 anni e 10 mesi nel 2025, e il requisito di vecchiaia, oggi di 67 anni, salirà a 67 anni e 3 mesi entro il 2028.
Oltre i 67 anni un residente su dieci versa ancora contributi, e i “pensionati lavoratori” sono quasi quadruplicati: da circa 40.000 nel 2019 a quasi 158.000 nel 2023, soprattutto part time e al Nord. C’è chi prosegue da consulente nella Gestione separata, il fondo INPS di collaboratori e professionisti senza cassa, che l’Istituto descrive con due facce: bacino ad alto valore aggiunto per pensionati e specialisti, estuario di contratti volatili e mal pagati per i giovani. E poi, ça va sans dire, c’è il mare magnum di chi lavora in nero dopo il pensionamento, incalcolabile.
Che chi resta possa frenare chi arriva, in parte, è anche dimostrato. Uno studio di Nicola Bianchi, Giulia Bovini, Jin Li, Matteo Paradisi e Michael Powell, pubblicato nel 2023 sulla Review of Economic Studies a partire dalla riforma Fornero, ha mostrato che quando i colleghi prossimi alla pensione restano un anno in più, la crescita salariale dei più giovani rallenta: succede nelle aziende con poche possibilità di promozione, dove chi sta in cima alla scala, se non scende, la blocca.
C’è un altro aspetto indiretto, ma non meno valido, della questione: se i nonni lavorano, non possono dare una mano con i nipoti. Inoltre, secondo una ricerca della Banca d’Italia del 2023 firmata da Edoardo Frattola, nei Paesi mediterranei la probabilità di diventare nonni cresce in modo significativo due anni dopo il pensionamento. Tradotto: molte coppie aspettano la pensione dei genitori per fare un figlio.
Intendiamoci: non è colpa di chi sceglie di restare. Il lavoro non è un gioco di sedie musicali, in cui ci si siede solo se qualcuno si alza e se le sedie diminuiscono si rischia di rimanere in piedi (gli economisti chiamano questo equivoco “lump of labour fallacy”); non è un caso se tra il 2014 e il 2025 gli under 35 assicurati sono cresciuti insieme agli over 55. Il sospetto concreto è che molti rimandino la pensione per necessità: in un sistema contributivo con retribuzioni contrattuali che a fine 2025 avevano ancora l’8,6% di potere d’acquisto in meno rispetto al 2019, la paura di una pensione troppo magra rischia di passare per un eccesso di voglia di lavorare.
In Italia, per giunta, la durata media della pensione non vale lo stesso per tutti, se a 30 anni un uomo con un basso titolo di studio può aspettarsi di viverne 4,2 in meno di un laureato (dati ISTAT): «Se vogliamo riformare le pensioni, ricordiamoci che i poveri muoiono prima dei ricchi» diceva Pasquale Tridico, ex presidente dell’INPS, dal palco di Nobìlita nel 2023.
La proiezione, una volta tanto, ha poco di ipotetico, perché chi andrà in pensione nei prossimi dieci anni è già nato, e così chi dovrebbe sostituirlo. Per vedere un po’ più lontano serve tenere presente il saldo tra chi entra nell’età da lavoro e chi ne esce: nel 2022 i diciannovenni erano 73.000 meno dei sessantaquattrenni; nel 2025 i nuovi assicurati INPS erano circa 550.000 a fronte di 834.658 pensionamenti, con una differenza di -284.658; nel 2032 la differenza salirà a –426.000 in un solo anno, 537.000 ingressi contro 963.000 uscite, senza contare chi arriverà dall’estero.
La situazione non è destinata a migliorare, e questo è di dominio pubblico: nel 2025, certifica l’ISTAT, le nascite sono state 355.000, con 1,14 figli per donna. Il minimo storico.
Che fare? Nessuna ricetta basta da sola. L’ISTAT indica il giacimento più grande: oltre un milione di donne inattive ma vicine al mercato del lavoro, in un Paese dove il divario di genere nell’occupazione resta di 17 punti percentuali; e l’INPS stima che il lavoro da remoto possa ridurre fino all’87% la penalizzazione salariale delle madri, la cosiddetta “child penalty”.
Ci sarebbero le iniezioni demografiche di stranieri, che già tengono su la cintura al sistema pensionistico italiano aggiungendo buchi alla loro, ma per realizzarle serve un sistema adatto ad attrarli, accoglierli e trattenerli, sebbene le rilevazioni più recenti testimonino che anche gli extracomunitari stanno facendo via via meno figli, negli ultimi anni. In altre parole, si tratta di convincerli a venire in Italia senza diventare troppo italiani; ma per riuscirci c’è un’idea di Paese da rifare, e non abbiamo neppure iniziato a pensarci. Lo scenario più probabile è che, al solito, il contraccolpo lo riceva il sistema previdenziale.
Nel frattempo il 2032 è a sei anni da qui, e la persona che abbiamo evocato a inizio articolo pretenderà la sua pensione, dopo una vita lunga di lavoro. Sei anni sono poco più di una legislatura; mentre ci interroghiamo pensosi su dove sia andato a finire tutto il tempo che abbiamo alle spalle, dovremmo cominciare a dirci che è già più di quello che, come Paese, ci resta davanti: è la terza età del lavoro, ed è già iniziata.
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In copertina: la barista Anna Possi, 101 anni, dietro il bancone del suo Bar Centrale a Nebbiuno.
Photo credits: naturabenesserecultura.it

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