La proiezione, una volta tanto, ha poco di ipotetico, perché chi andrà in pensione nei prossimi dieci anni è già nato, e così chi dovrebbe sostituirlo. Per vedere un po’ più lontano serve tenere presente il saldo tra chi entra nell’età da lavoro e chi ne esce: nel 2022 i diciannovenni erano 73.000 meno dei sessantaquattrenni; nel 2025 i nuovi assicurati INPS erano circa 550.000 a fronte di 834.658 pensionamenti, con una differenza di -284.658; nel 2032 la differenza salirà a –426.000 in un solo anno, 537.000 ingressi contro 963.000 uscite, senza contare chi arriverà dall’estero.
La situazione non è destinata a migliorare, e questo è di dominio pubblico: nel 2025, certifica l’ISTAT, le nascite sono state 355.000, con 1,14 figli per donna. Il minimo storico.
Che fare? Nessuna ricetta basta da sola. L’ISTAT indica il giacimento più grande: oltre un milione di donne inattive ma vicine al mercato del lavoro, in un Paese dove il divario di genere nell’occupazione resta di 17 punti percentuali; e l’INPS stima che il lavoro da remoto possa ridurre fino all’87% la penalizzazione salariale delle madri, la cosiddetta “child penalty”.
Ci sarebbero le iniezioni demografiche di stranieri, che già tengono su la cintura al sistema pensionistico italiano aggiungendo buchi alla loro, ma per realizzarle serve un sistema adatto ad attrarli, accoglierli e trattenerli, sebbene le rilevazioni più recenti testimonino che anche gli extracomunitari stanno facendo via via meno figli, negli ultimi anni. In altre parole, si tratta di convincerli a venire in Italia senza diventare troppo italiani; ma per riuscirci c’è un’idea di Paese da rifare, e non abbiamo neppure iniziato a pensarci. Lo scenario più probabile è che, al solito, il contraccolpo lo riceva il sistema previdenziale.
Nel frattempo il 2032 è a sei anni da qui, e la persona che abbiamo evocato a inizio articolo pretenderà la sua pensione, dopo una vita lunga di lavoro. Sei anni sono poco più di una legislatura; mentre ci interroghiamo pensosi su dove sia andato a finire tutto il tempo che abbiamo alle spalle, dovremmo cominciare a dirci che è già più di quello che, come Paese, ci resta davanti: è la terza età del lavoro, ed è già iniziata.
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In copertina: la barista Anna Possi, 101 anni, dietro il bancone del suo Bar Centrale a Nebbiuno.
Photo credits: naturabenesserecultura.it