Provate a cambiare una lettera a una delle frasi più note della storia italiana e si aprirà una voragine in un giorno come il 2 giugno.
Aggiungere, più che cambiare: una esse che trasforma il verbo fondare in sfondare e una promessa democratica in tradimento collettivo.
Si possono sfondare gli articoli di una Costituzione, si può sfondare un testo?
Sì, le parole possono cedere se la storia si distrae dai valori.
Guardiamoci intorno, siamo pieni di esempi.
La settimana scorsa ho prenotato un massaggio da un’app, era la prima volta che andavo alla cieca: mi arriva la conferma via notifica e via mail, in tarda serata mi metto in macchina per andare all’appuntamento con tale Ilaria. Recensioni entusiaste, commenti costruttivi. La titolare dello studio mi dice che Ilaria non c’è, è una professionista esterna che va da lei solo su appuntamento, che a loro non risulta nessuna prenotazione, si scusa, lo vedo che è sinceramente imbarazzata, mi chiede il numero per farmi ricontattare dopocena, «quando Ilaria stacca, fa sempre tardi coi clienti». Alle nove di sera Ilaria mi chiama, parliamo, le dico che non c’è problema e che si trattava solo di un massaggio, del resto. Insiste. Mi propone la domenica pomeriggio perché prima non ha tempo ma vuole scusarsi del disguido: i brividi mi vengono quando aggiunge che potrebbe farmelo anche di mattina ma sono mesi che non va a messa coi figli e ha bisogno di stare con loro. La saluto dicendole di non preoccuparsi di me e di provare a occuparsi di sé, che il massaggio lo recuperiamo un’altra volta.
Il lavoro si è sfondato. Non c’è dubbio che abbiamo slabbrato i confini interiori.
Nel 1947 i padri costituenti lo avevano immaginato come cemento della dignità umana, intagliandolo nel primo articolo di un testo su cui costruire vite libere e dignitose. Il lavoro come sostituto del sangue o del ceto che finora avevano scandito diritti e differenze; era un’Italia che voleva rinascere e rinascere fa male, richiede sforzo e tenuta. Non siamo così diversi dalle macerie del dopoguerra, quelle contemporanee sono solo meno polverose e più invisibili. Può darsi che il peso del lavoro sia cambiato col cambiare dei valori sociali che le generazioni si sono date: se è così, bisogna dirselo e riorganizzare diversamente la società, i legami, le aspettative, i ruoli, i tempi, i salari, i costi della vita, la politica innanzitutto: il rischio è non cogliere lo sfasamento e dare la colpa a qualcun altro, temporeggiando dove non c’è più tempo.
Da umani ottant’anni sono un arco lungo, in cui il corpo ha già smesso di compensare, all’inizio qua e là senza farci troppo caso per paura di prenderne coscienza, poi con maggiore evidenza prendendo di mira qualche distretto più fragile, fino a cedere nelle strutture portanti. Non solo le parole, anche i significati invecchiano se non vengono tenuti vivi, stimolati, rigenerati, adattati senza perdere la matrice.
Tanti anni fa, dopo un brutto incidente stradale che mi aveva costretta a fermarmi per mesi con la schiena rotta, l’istruttore di ginnastica posturale mi disse «sei ancora giovane, però ricordati di lavorare sempre sulle gambe perché invecchiare senza colonne forti può essere un problema, non ci pensiamo abbastanza alle gambe, sulle gambe poggiamo tutto».
Proprio il senso dello sfondare – e dello sprofondare, che in modo più visivo mostra il cedimento emotivo di noi italiani – decifra il malessere strisciante che circola da troppi anni. C’è un paradosso drammatico: un tempo il lavoro era strumento per uscire dalla povertà, oggi siamo poveri lavorando tanto.
Ci siamo anestetizzati a come viene intaccato il rispetto.
Produciamo senza sosta, pressati, infelici, senza riuscire a coprire spese, senza accantonare pezzi di futuro.
Accettiamo contratti più deboli di noi.
Abbiamo normalizzato il dire sempre sì per paura di restare fuori dal gioco.
Siamo reperibili, flessibili, performanti come macchine, fino alla nausea.