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L’esilio dei piccoli. Viaggio nelle città che ignorano i bambini

L’esilio dei piccoli. Viaggio nelle città che ignorano i bambini

I bambini sono quasi scomparsi dai cortili, e più in generale dalle città: sono tra le vittime più colpite dal lockdown ma nessuno ne parla; neanche loro. Inquadriamo il fenomeno con l'aiuto di tre esperti.

Marco Brando

17 Settembre 2021

Di chi sono le città italiane? Si possono dare varie risposte. Però, di certo, non sono dei bambini.

Da una trentina di anni a questa parte, i giovanissimi sono stati espropriati: prima riempivano marciapiedi e piazze di giochi ed esperienze, amicizie e primi amori, grida e risate. Oggi, soprattutto nei centri maggiori, sono monitorati costantemente e isolati dentro spazi limitati; così come vengono spinti a frequentare corsi extra-scolastici con ritmi nevrotici. Soltanto l’emergenza sanitaria, con scuole chiuse e lockdown, ha provocato la riconquista dei cortili privati, dai quali i bimbi erano stati espulsi. Ovviamente, con conseguenti match surreali tra genitori e condomini “disturbati”.

La tendenza al confinamento dei più giovani ha conseguenze. Non solo sulle scelte delle amministrazioni locali, pronte a creare parcheggi e rotonde (meno a fare uscire i ragazzini dall’isolamento e dalla reclusione domestica). Anche nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) del Governo ci sono solo sette righe sulla questione degli asili; in compenso subito dopo due pagine sono dedicate alle palestre per gli adulti. Non è l’unico limite: nelle 267 pagine la parola “bambini” ricorre solo otto volte, citata accanto ad “anziani e disabili” nell’intenzione vaga di investire “risorse aggiuntive” destinate a “istruzione, salute, alimentazione e alloggi”. Il diritto allo svago nei centri grandi e piccoli non è citato, né lo è la necessità di ripensare le città in modo che (con opportuni investimenti) siano aperte anche a loro.

Proprio perché questa non è solo una questione per urbanisti, SenzaFiltro ne parla con Daniele Novara (pedagogista), Emanuela Emilia Rinaldi (sociologa) e Simona Rivolta (psicoterapeuta).

Il pedagogista Daniele Novara: “Per i bambini il confinamento rischia di diventare una condizione esistenziale”

Daniele Novara, pedagogista, nel 1989 ha fondato il Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, attivo in tutta Italia. L’ultimo dei suoi libri è I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro (BUR Rizzoli, 2020).

Durante l’emergenza sanitaria i bambini, nelle città e non solo, sono sembrati i più sacrificabili?

Diciamo che di loro non si occupa più nessuno. Eppure – mentre gli adolescenti mostrano una sofferenza esplicita, che si vede – i bambini ne hanno una implicita, interiore. Però l’isolamento fa male comunque.

In Francia stanno offrendo assistenza psicologica gratuita ai bambini stressati dalle misure anti-pandemia. Fanno bene?

È un altro caso di neuro-medicalizzazione della sofferenza. Io preferirei l’assistenza psicologica gratuita per i genitori.

Facciamo un passo indietro: com’erano le città italiane prima che i bimbi fossero reclusi?

Fino alla fine degli anni Ottanta i bimbi avevano libero accesso in strade, spazi, giardini; andavano a scuola da soli. Poi sono stati ritirati in casa. La mutazione antropologica dei bambini e quella narcisistica degli adulti hanno colpito: i più piccoli sono diventati un patrimonio esclusivo dei genitori, un investimento da conservare, da separare dagli altri. La vita dei bambini oggi è privata di esperienze importantissime nel corso dell’infanzia.

Oggi, nonostante i sacrifici imposti tra lockdown e scuole chiuse, c’è chi non li vuole vedere giocare nei cortili dei palazzi.

Una volta i bambini lo spazio se lo prendevano spontaneamente. Dopo sono stati rinchiusi, quindi fa comodo anche ai vicini non vederli. Nelle città, e non solo, scompare il gruppo spontaneo dei bimbi e avviene questa sorta di privatizzazione della vita infantile. C’è stata negli anni Novanta una reazione molto significativa con il movimento “La città dei bambini”, fondato dal pedagogista Francesco Tonucci. Voleva restituire i centri urbani ai bimbi e i bimbi alle città, ma è stato un ultimo fuoco, un tentativo fallito. Perché in realtà il problema era ormai diventato antropologico, non più soltanto politico-amministrativo.

In che senso?
Le nuove generazioni dei genitori – in base al loro vissuto – hanno cominciato a non guardare più alla libertà infantile, ma alla conservazione infantile. Quindi il mondo dei bambini si è contratto ed è sparito dalle città.

La città senza bambini liberi di viverla che cosa diventa?

Diventa la città degli affari. Gli spazi divengono quelli votati al profitto. Facciamo un parcheggio qui perché c’è una banca, o lì perché così si può fare la spesa in centro. Chi pensa all’infanzia? Nessuno.

L’esperienza della pandemia ha peggiorato le cose?

Ha portato a una fase ancora più drammatica. Parole d’ordine: i bambini non devono esserci, non devono disturbare. I bambini non appartengono più alla società, ma solo ai genitori, quindi sono un loro problema.

Nei piccoli centri le cose vanno meglio?

Non direi. Per esempio, Milano nel complesso non è male per i bambini, a parte in quel periodo da decerebrati, in cui hanno chiuso le scuole senza motivo. Ha un buon sistema di parchi-gioco, di iniziative nei fine settimana. Ovviamente la città è inutilizzabile, però le famiglie milanesi sono abbastanza organizzate e pratiche: nei cortili si stanno creando gruppi di bambini, quelli scomparsi da decenni. A Roma ho trovato molta più sofferenza infantile che a Milano.

Insomma, è stata esasperata una tendenza già avviata da anni?

Purtroppo per i bambini questo periodo rischia di diventare non un intervallo temporaneo di confinamento, ma una nuova configurazione della loro esistenza: l’invisibilità istituzionalizzata. È un problema molto serio, perché ovviamente in queste condizioni una donna italiana su quattro sceglie di non farli, è spaventoso. Dal 2008 al 2020 l’Italia ha perso il 30% di nati. Vengono persino compromessi i processi di ricambio generazionale. È difficile fare previsioni su quello che ci aspetta.

Chi approfitta di questa situazione? 

I bambini diventano strumenti e vittime del marketing. Prima di tutto di quello digitale. È di moda dire che devono avere la cosiddetta alfabetizzazione digitale prima di imparare a leggere e a scrivere. Sarebbe un disastro.

Perché?
L’utilizzo della tastiera prima della lettura e della scrittura, secondo ricerche indipendenti dagli interessi del business, compromette una specifica articolazione neuro-cerebrale. Per il genitore è difficile fermare questa tendenza, perché gli viene costantemente raccontato che il bimbo è avanti, è un nativo digitale, che è touch, eccetera. Insomma, le piattaforme digitali condizionano il mondo sociale. Poi c’è il business della neuro-medicalizzazione.

In cosa consiste?

Oltre al danno, la beffa. Li abbiamo danneggiati all’inverosimile con la chiusura delle scuole, adesso li affidiamo a una platea di specialisti o pseudo-tali che fanno tante diagnosi sbagliate. È chiaro che il ragazzino rimasto isolato non sta bene, ma non si rimedia a colpi di psicofarmaci. Perché mai un bambino non può fare a vita da bambino? Appena un piccolo assume un comportamento sbagliato, la maestra dice: fatelo vedere! Così le famiglie hanno paura e non fanno più figli, si prendono un cane e buonanotte; infatti nel 2020 sono sparite le pubblicità sui bambini e sono aumentate quelle sui cani. Belli eh, ma non sono bimbi.

C’è uno spiraglio per uscire da questa situazione?

La ribellione. I genitori si dovrebbero ribellare: prendano coscienza del fatto che questo non è un problema privato, ma pubblico. Invece gli stessi media di massa se ne sbattono. Nelle città e altrove potrebbe esserci aria nuova solo uscendo dal narcisismo più bieco, per recuperare la consapevolezza che c’era di più negli anni Settanta. I figli hanno bisogno di una responsabilità comune, condivisa, collettiva; non sono soltanto un problema dei genitori, ma anche della società. Ricordiamolo: si fanno perché il mondo vada avanti. Altrimenti…

La sociologa Emanuela Emilia Rinaldi: “Educare i bambini all’economia, anche con gli acquisti online”

La professoressa Emanuela Emilia Rinaldi è ricercatrice di Sociologia dei Processi culturali e comunicativi nel Di.SEA.DE dell’Università di Milano-Bicocca. Si dedica molto alla ricerca sull’educazione finanziaria dei bambini. Tra i suoi libri Perché educare alla finanza? Una questione sociologica (Franco Angeli, 2015).

Un bambino che sta in città come vive il clima economico-finanziario generato dall’emergenza sanitaria rispetto a chi abita in paesi e in aree rurali?

In termini di percezione, non ci sono differenze. Per quel che riguarda lo stress, è più a rischio. La possibilità di vivere gli spazi in maniera più limitata determina uno stato emotivo differente per un bimbo di città.

Chi sono i più vulnerabili?

Sul fronte del rendimento scolastico, di cui mi sono occupata, nasce un grave problema. Soprattutto con la didattica a distanza, le performance dei bambini peggiorano nelle famiglie in cui ci sono difficoltà di accesso al digitale o una capacità di sostegno ridotto, o entrambe le difficoltà.

Nelle città forse l’accesso al web è meno difficoltoso.

Dipende. Ci sono casi in cui, nella stessa abitazione, entrambi i genitori lavorano online, per cui la qualità della connessione si riduce. Chi ha la priorità? Ovviamente chi lavora, chi porta il denaro a casa. È una fonte di stress per tutti.

Le preoccupazioni economiche tra gli adulti quanto si riflettono sui bambini?

Alcuni genitori cercano di non parlarne davanti ai figli. Altri li coinvolgono in alcune scelte, pure di risparmio e sacrificio, ma preservandone la serenità. Altri ancora litigano davanti ai piccoli, con forti ripercussioni emotive. Anche perché i bimbi sin dalle scuole primarie spesso sanno associare il denaro a felicità e a potere; lo apprendono persino da fiabe o film. Ricordo un bambino di una città friulana: a nove anni conosceva il significato di mutuo, tasse e pignoramento; viveva col papà separato, che stava attraversando un periodo difficile.

L’emergenza sanitaria ha ostacolato la maturazione dei più piccoli in questo campo? 

No, anzi. I bambini sono stati esposti più frequentemente a termini di economia citati dai media, dai genitori o a scuola. Così un anno fa, dopo le richieste di alcuni insegnanti, come Di.SEA.DE, con altri enti, abbiamo pubblicato un eBook gratuito che si intitola Genny topopizza, Trudy la tartaruga: favole e fiabe per educare all’uso responsabile del denaro in un’economia che cambia, scritto da me e dalla collega Brunella Fiore.

I centri commerciali si trasformano spesso in luogo ricreativo per i bimbi. Possono essere considerati anche un luogo educativo sul fronte economico-finanziario?

Dipende dai genitori: se accompagnano il figlio nell’esplorazione del centro commerciale possono cogliere diverse occasioni per fare, ad esempio, educazione ai consumi.

Però la gente, durante la pandemia, ha comprato molto di più online, soprattutto nelle città.

Certo. Però quando si fa la spesa online si spende meno, perché si hanno meno tentazioni. Può essere uno spunto educativo, scegliendo ciò che si acquista assieme al bimbo. Con un po’ di attenzione, si ottengono risultati anche in questa situazione.

La psicoterapeuta Simona Rivolta: “I bambini danneggiati dalle ossessioni degli adulti”

Simona Rivolta, psicoterapeuta, svolge attività clinica con i bambini, gli adolescenti e le loro famiglie nel Centro della Fondazione Minotauro, a Milano. Ha scritto, tra l’altro, il libro La nostra famiglia da qui in poi (Bur Rizzoli, 2014).

La pandemia ha avuto effetti sulla salute psicologica dei bambini nelle città?

Molto, ovunque. Gli accessi in Neuropsichiatria sono cresciuti, così come le richieste di supporto e terapia mentale. Colpisce la gravità dei quadri clinici: ansia, attacchi di panico, condotte autolesionistiche. Ovviamente capita di più nei centri urbani, dove le abitudini di vita di genitori e figli sono state stravolte dalle misure anti-pandemia.

A quali livelli, per i più giovani? 

Da un lato, l’isolamento dai coetanei rende impossibile l’esperienza su cui si fonda il percorso di crescita; per giunta, le finestre temporali in cui compiere certi passaggi evolutivi hanno una scadenza. Dall’altro, c’è l’effetto di disorientamento: è stato più massiccio nelle città, dove la maggior parte delle attività e dei luoghi per i piccoli non sorge su base spontanea, ma è strutturata, supervisionata e gestita da adulti, spesso all’interno di “corsi” e “percorsi” con un obiettivo prefissato e con un valore monetario.

Persino nei condomini sono nati dissidi sul gioco libero dei ragazzini in cortile.

Nei cortili non si giocava più da decenni. L’emergenza li ha riportati alla ribalta. Gli adulti intolleranti non suscitano certo simpatia, ma la loro posizione non stupisce: da una trentina di anni il mondo adulto descrive bambini unici e preziosi al punto da diventare fragili, vulnerabili e del tutto dipendenti dalla presenza dei genitori o dei loro vicari. Quindi, non sono considerati liberi neppure di stare in cortile.

È un’ossessione degli adulti?

Sì. L’idea che gli adulti hanno oggi dello spazio per i bambini è mediata da una percezione del rischio irrealistica e fallace. La comunicazione prevalente parla di un contrasto tra il mondo esterno, aperto e pericoloso, e il piccolo mondo domestico, protetto e sicuro. Come mostra la cronaca, non è così.

Il gioco libero è diventato un tabù?

C’è stata la negazione di una dimensione centrale e fondante nell’esperienza dei bimbi: quella del tempo davvero libero dall’intenzionalità educativa e dall’intrusione adulta. Fino all’inizio degli anni Novanta i bambini, per divertirsi, dovevano arrangiarsi, farsi venire un’idea, che spesso era un lampo nel bighellonare senza meta e senza scopo. Ebbene il gioco libero, non strutturato, tra pari, con supervisione minima o assente (a seconda delle età), all’aperto, ha ricadute decisive su sviluppo fisico e competenze sociali, cognitive ed emotive.

Dunque occorre ripensare allo spazio per i bambini?

È una sfida complessa ma non rimandabile. Induce a riflettere anche su altre questioni centrali: occorre ritrovare quel senso di comunità perso soprattutto nelle città, imparare a essere protettivi nei confronti dei figli di tutti (non solo dei nostri), uscire dall’idea dell’“investimento” sui figli come se fossero prodotti per il mercato del lavoro.