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Lorenzo: i giornali non hanno capito di cosa sia morto, i manifestanti hanno sbagliato indirizzo, la polizia ha dato il peggio di sé

Lorenzo: i giornali non hanno capito di cosa sia morto, i manifestanti hanno sbagliato indirizzo, la polizia ha dato il peggio di sé

La morte del ragazzo non ha niente a che fare con l'Alternanza Scuola Lavoro. E tantomeno con l'informazione corretta.

Osvaldo Danzi

31 Gennaio 2022

La scorsa settimana è morto un ragazzo, Lorenzo Parelli, mentre stava svolgendo uno stage in azienda.

Non era la vecchia alternanza scuola – lavoro come i giornali hanno scritto, fomentando ancora una volta gli animi in una discussione inutile, sbagliando soggetti (verbi e predicati). Per molta informazione alla ricerca di un click in più, era più importante – evidentemente – creare del sano disagio sociale (come se ce ne fosse già poco) strumentalizzando un sentimento, piuttosto che andare a fondo della notizia.

Ancora una volta abbiamo scoperto quanto sia impreparata la stampa sui temi del lavoro, dopo che per anni si è dato spazio alla #BuonaScuola di Renzi, da cui tutto deriva.

C’è una bella differenza fra PCTO e Stage

Infatti, l’alternanza scuola-lavoro (che non si chiama più così già da un bel po’, ma piuttosto PCTO Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) è quell’obbrobrio istituzionalizzato dalla #BuonaScuola di Renzi che consiste nel regalare alle aziende braccia fresche e gratuite provenienti non più solo dagli Istituti Tecnici ma anche dai Licei, in cambio delle quali, si rilasciano dubbie competenze.

I PCTO difatti, consistono in un massimo di 90 ore nel triennio, che sono utili giusto per imparare a fare le fotocopie e a rilegarle. In pratica fai in tempo a capire quale sia la strada per arrivare in azienda, che è già terminato.

Detto fra noi, in una settimana da Mc Donald’s almeno si impara a gestire un ordine, a capire cosa sia un KanBan, a imparare le basi della Customer Care e ad arrivare in orario.

Lorenzo, invece, frequentava il Centro di Formazione Professionale dell’Istituto Salesiano Bearzi di Udine dove lo stage è parte integrante del percorso per almeno il 50% delle ore di docenza, nell’ottica di un inserimento lavorativo in quell’azienda stessa o quanto meno “in quel settore produttivo”. Almeno nelle intenzioni, poi vai a vedere.

La responsabilità della dis-informazione e le conseguenze

Quello di cui hanno parlato i giornali è tutta un’altra cosa: è voler puntare il dito sull’ennesima tragedia sul lavoro, sull’inutilità di certe morti e certi progetti interrogandosi se la scuola davvero debba servire anche a questo.

Domande che hanno il solo effetto di fomentare gli animi, oltretutto all’indirizzo sbagliato.

Diventa “normale” dunque che i coetanei di Lorenzo decidano di manifestare in piazza. E meno male che ancora qualcuno abbia a cuore valore e diritti.

Massimo rispetto dunque per quei ragazzi, mossi da un sentimento di solidarietà come pochi se ne vedono ultimamente, che si muovono con grande onestà intellettuale ma sapientemente pilotati verso l’obbiettivo sbagliato.

Poiché la formazione in azienda è fondamentale per insegnare ai ragazzi cosa fare e dove si trovano.
Mentre invece stiamo insegnando loro a non aver bisogno di nessuno, a non riconoscere il valore dell’esperienza, con tutte le conseguenze del caso: ragazzi “bruciati” dalle aziende e senior accantonati in un angolo ed espulsi dal mondo del lavoro a favore di costi più bassi.

Oltre ad alimentare il dibattito che da anni riempie le pagine dei giornali, i convegni delle Associazioni di Categoria e offre una colpevole giustificazione nelle aule scolastiche all’impreparazione dei docenti nei confronti dell’orientamento professionale, secondo il quale “lo scopo della scuola non è preparare al lavoro“.

Questa prospettiva del lavoro ha fatto ben altre vittime:

Prima di tutto ha deviato almeno tre generazioni verso una sub-cultura fatta di startup e “piccole aziende innovative” di cui in pochi anni si sono riempiti i cimiteri digitali, ha creato tre generazioni di disoccupati frustrati che hanno trovato la loro massima espressione nella retorica del fallimento, e infine ha allontanato quelle tre generazioni dal vero valore del nostro Paese: l’industria, quella fatta di “pezzi” che escono dalle fabbriche, di contenuto turistico, di prodotto alimentare.

Le uniche cose che il mondo intero ci ha sempre riconosciuto e che è patrimonio non della finanza, non dei servizi, non del marketing digitale, ma della PMI che tutti nominano con una smorfia di sufficienza mentre anelano alle grandi cattedrali delle multinazionali come se solo lì si svolgesse il sacro rito del business, mentre a quegli altari stiamo sacrificando l’industria più vera e viva del nostro Paese.

La legge dovrebbe andare a braccetto con il senso di giustizia

E infine, la reazione della Polizia.

Le immagini e i video – decine – condivisi su ogni canale possibile e soprattutto da quei giornali che hanno dato il via alla polemica sommando click ad altri click, lasciano interdetti.

Ancora una volta vediamo persone indifese armate soltanto dei loro zainetti, (in solo un paio di video si vede un lancio di uova; ben poca cosa all’indirizzo di chi è bardato con caschi, scudi, e abbigliamento anti sommossa), caricate e colpite selvaggiamente con i manganelli da chi dovrebbe invece essere al loro fianco.

Perché immaginiamo che molti di quei poliziotti possano essere a loro volta padri di quei figli che stanno manifestando per un coetaneo ucciso dal lavoro, se non padri di quello stesso figlio ucciso dal lavoro.

Sarebbe stato uno spettacolo ben diverso vedere quei poliziotti abbracciare quei ragazzi e manifestare insieme, non violentemente. Cittadini e servitori dello Stato a braccetto, fianco a fianco, per richiamare l’attenzione dei loro pigri, stanchi e inadeguati governanti.

E chissà quanti altri click a favore dei giornali, ma almeno per una buona causa e uno spettacolo meno disgustoso.

“Lo Stato che mostra i muscoli agli studenti. Manganelli contro zaini” ha twittato Ermal Meta.


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