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Marchette, raccomandazioni, maneggi. Se chi comanda non è chi ha il potere

Marchette, raccomandazioni, maneggi. Se chi comanda non è chi ha il potere

Un anonimo capo di gabinetto racconta in un libro il sottobosco della politica italiana: come funzionano le stanze dei bottoni romane, e chi le manovra?

Ci sono libri che hanno avuto la sfortuna di uscire a ridosso del lockdown da pandemia, con conseguente oblio mediatico nei mesi seguenti, aggravato dall’impossibilità di accedere alle librerie. Uno di questi è Io sono il potere (Feltrinelli, 270 pagine, 18 €) scritto da Giuseppe Salvaggiulo, capo della redazione politica de La Stampa. Se il libro fosse uscito in circostanze normali, grazie al suo contenuto dirompente e ai retroscena, avrebbe avuto la stessa eco de La Casta del duetto Rizzo-Stella, e sarebbe probabilmente più in alto dell’attuale ventunesimo posto nella classifica dei più venduti in Italia.

Io sono il potere è il racconto in prima persona di un navigato capo di gabinetto ministeriale, che ha scelto la felice penna di Salvaggiulo per restare nell’anonimato (fino a un certo punto, vedremo più avanti perché) e raccontare come funziona il potere a Roma, ma soprattutto chi lo detiene veramente. È raro avere delle descrizioni così crude e dettagliate del mondo della politica da un insider governativo. Per questo consiglierei di distribuire questo libro a ogni passeggero in discesa alla Stazione Termini o a Fiumicino, oltre la sua adozione obbligatoria nei concorsi della pubblica amministrazione: per capire come gira davvero il fumo in questo nostro Paese, non farsi troppe illusioni, ed eventualmente intervenire per sanare le storture, se qualche futuro governo ne avrà mai il coraggio.

 

Come funzionano le stanze dei bottoni romane: lo strapotere del capo di gabinetto

Ci sono tre livelli di lettura per questo libro. Il primo riguarda il cosiddetto circo romano: politici, alti funzionari ministeriali, burocrati, diplomatici, magistrati, manager di partecipate, giornalisti, lobbisti e faccendieri troveranno molta polpa di aneddoti e retroscena per sorseggiare una gustosa spremuta di pettegolezzi al fresco del ponentino su una terrazza della capitale, stile Grande Bellezza. I nomi su cui soffermarsi sono tantissimi, e qui ne citiamo solo alcuni: Di Maio, Renzi, Maria Elena Boschi, Antonella Manzione, Giovanni Malagò, Elsa Fornero, Virginia Raggi. Se abitate o lavorate fuori dal tendone del circo romano – ed è il secondo livello di lettura – vale invece la pena affrontare le 227 pagine che vi consentiranno poi di leggere le notizie politiche con occhi disincantati.

Il nostro anonimo capo di gabinetto si racconta in modo intrigante e romanzato come una specie di Mr. Wolf, il famoso personaggio di Pulp Fiction che risolve i problemi, un animale che conosce i corridoi e i tunnel sotterranei del potere: come mantenerlo, come farlo perdere agli altri, come sopravvivere in condizioni politiche avverse.

La prima conclusione che si trae dalla lettura di questo libro è che i ministri non fanno le leggi per l’interesse dei cittadini, ma solo per tutelare determinate categorie (e questo già si sapeva, ma qua è documentato con carte bollate), oppure per legare il proprio nome a un provvedimento per fini mediatici o elettorali, anche se la norma appare strampalata o alla lunga addirittura inapplicabile. È convinzione del nostro anonimo Mr. Wolf che fare ogni anno nuove leggi sia inutile, poiché quelle in vigore sono ormai così tante da poter risolvere praticamente ogni problema senza aggiungerne di nuove. Casomai il vero scandalo sono le troppe norme che muoiono di stenti nel silenzio generale, perché negli anni successivi non vengono emanati i decreti attuativi (e il record è del governo Renzi).

La seconda conclusione è che i veri e silenziosi custodi dei segreti della macchina normativa sono i capi di gabinetto, che nell’arcaico meccanismo legislativo italiano devono tenersi buone tre categorie chiave: i TAR (i giudici amministrativi) il Consiglio di Stato e la Corte dei Conti, in quanto soggetti capaci di bloccare o sbloccare leggi e decreti. Per riuscirci, i capi di gabinetto a inizio legislatura infarciscono i loro uffici di magistrati amministrativi o avvocati dello Stato (tutti distaccati con stipendi lautamente maggiorati), e se per caso non hanno nomi disponibili se li fanno suggerire dall’interno dei tre organi sopracitati: prassi, quest’ultima, che crea un mercato di crediti e favori tra i capi di gabinetto e i vertici di TAR, Consiglio di Stato e Corte dei Conti, vero olio dell’iter legislativo e al tempo stesso benzina dei maneggi romani. Il nostro Mr. Wolf nel libro lo spiega bene con nomi, cognomi e aneddoti, senza tuttavia esprimere giudizi, salvo poi brandire la scimitarra nel piccolo glossario al termine del volume, dove alla voce “Corte dei Conti” si legge: “Non si è mai capito come si sia formato un così immenso debito pubblico pur essendoci, dal 1862, un organo che vigila sui conti delle amministrazioni e sulla spesa pubblica. Se doveva prevenire sprechi e cattive gestioni, c’è di che disperarsi”.

Al limite del penale la dettagliata descrizione della gestione degli emendamenti, dove emerge che alcuni passaggi dell’iter legislativo sono la risultante della falsificazione di documenti in Parlamento. L’esempio è quello del cosiddetto Maxiemendamento, che puntualmente segue la legge di Bilancio (“elefantiaco, contorto, oscuro”) e che serve per inserire le “marchette” sfuggite in quella che un tempo era la Finanziaria. Ebbene, il Maxiemendamento viene depositato in Parlamento per il voto non in formato elettronico (con un file), bensì in forma cartacea, perché così è più facile far sparire di nascosto le pagine scomode e sostituirle all’ultimo momento con altre corrette in maniera clandestina. Sono queste le famose “manine”, di cui tutti in realtà sono al corrente tranne Di Maio.

 

Fenomenologia della raccomandazione. E del dossieraggio

Altro capitolo illuminante quello dove si spiega come si fanno e si ricevono le raccomandazioni, che l’anonimo Mr. Wolf divide in quattro tipologie: la preventiva (quella classica), la triangolare (si millanta la volontà di un personaggio potente), la ostativa (fatta per segare le gambe a qualcuno), e la triangolare o riprotezione, la più sofisticata, perché si cerca di far promuovere un’ignara persona solo per liberare il suo posto da destinare al raccomandato.

Interessante, anche perché episodi simili si verificano nelle aziende parastatali o partecipate, la procedura per cercare informazioni su chi lavora nella tua struttura: le parentele, le tresche amorose, il campanilismo, fino alla gestione del dossieraggio, ovvero quando personaggi più o meno attendibili ti fanno avere la lista dei dipendenti intoccabili con accanto il nome dello sponsor politico.

Su 270 pagine del libro ben 23 sono poi dedicate a spiegare come chiedere un appuntamento a Gianni Letta, come si svolge l’incontro, come funziona la macchina di relazioni pubbliche dell’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio di Berlusconi, che riceve in uno studio al largo del Nazareno con tre sale d’aspetto separate, in modo che si entra e si esce senza mai vedere chi ti precede e chi viene dopo di te.

 

La burocrazia, un’idra inaffrontabile (o quasi)

Volendo ci sarebbe anche un modo costruttivo di utilizzare questo libro, ed è il terzo livello di lettura: individuare le storture della macchina burocratica per cercare di porvi rimedio. Auguri. Da cittadino contribuente fa rabbia leggere che a ogni cambio di governo i ministri cercano di mettere i loro successori nelle peggiori condizioni di lavoro possibili, chiedendo ai capi di gabinetto di distruggere i documenti importanti, che questi ultimi invece si portano a casa. In Italia manca insomma quella cultura della transizione che invece nella politica americana è ben codificata, e che garantisce continuità di lavoro tra un governo e l’altro, mentre da noi, a ogni giro di giostra, nei ministeri si fa terra bruciata del passato e si deve ricominciare tutto da capo. L’unica lodevole eccezione citata è quella di Fabrizio Barca, ex ministro della coesione territoriale del governo Monti, che al momento di andarsene consegnò al suo successore una relazione dettagliata su cosa aveva fatto e cosa ancora si poteva fare. Non a caso Barca aveva studiato negli Stati Uniti.

Arrivati all’ultima pagina il lettore giustamente si fa la domanda clou: chi è l’autore del libro? Per gli amanti dei gialli gli indizi durante la lettura non mancano: fuma il sigaro, probabilmente non è di Roma, ha più di 65 anni, ha lavorato con Giuliano Amato, al Ministero dell’Economia e a Palazzo Chigi durante il secondo governo Berlusconi, e forse anche durante quello Renzi. È stato capo di gabinetto di un ministro dell’agricoltura che abitava nel Nord Italia, forse leghista. Ma se Mr. Wolf è così furbo come si dipinge, è probabile che abbia disseminato di falsi indizi il libro per creare confusione ed evitare di essere riconosciuto. Così come è verosimile che ne abbia approfittato per parlare di se stesso, ma in terza persona. Io sono il potere racconta infatti nei dettagli le vicissitudini di alcuni noti capi di gabinetto “caduti in servizio”, ossia che hanno dato le dimissioni per un incidente di percorso o per proteggere un ministro in situazioni per lui compromettenti.

Può essere che lo scopo secondario di Mr. Wolf sia quello di raccontare la sua verità per riabilitarsi agli occhi del sottobosco politico-ministeriale, e tornare rivalutato sul mercato dei capi di gabinetto. Non a caso le ultime righe del libro, a proposito del recente fenomeno degli incarichi governativi gratuiti, recitano: “Gratis lavorano svogliati pensionati o spregiudicati faccendieri che contano di sfruttare un incarico pubblico per garantirsi entrate extra. Io no. Voglio essere pagato, e anche molto, e ho sempre spiegato a tutti i ministri che il mio lauto stipendio è un’assicurazione anche per loro”.

 

 

Immagine in evidenza: la copertina del libro “Io sono il potere”, da www.feltrinellieditore.it