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Mario Draghi non ha i social. La politica è nuda?

Mario Draghi non ha i social. La politica è nuda?

Mario Draghi pronto per l’incarico di Governo, ma sui social SuperMario non ha profili, né cinguettii. Solo qualche fake. Leggo questo titolo dentro la newsletter di Prima Comunicazione e l’istinto – in subaffitto nella mia parte di cervello razionale – mi porta a pensare: e se fosse che finalmente torniamo ad una politica fatta e gestita nei suoi luoghi naturali e non urlata solo sul web, senza sostanza e figlia solo dei protagonismi?

Poi mi dico che varrebbe la pena sentire il parere di chi mastica con competenza le logiche dei social per capire se è un elemento neutro oppure no il fatto che un politico – in questo caso un potenziale Presidente del Consiglio o comunque il premier al momento incaricato – non abbia la minima presenza comunicativa sul web.

Bruno Mastroianni: non essere sui social è già un messaggio di Draghi

Raggiungo quindi Bruno Mastroianni: filosofo, giornalista, social media manager di trasmissioni Rai ma di certo uno dei maggiori esperti contemporanei di discussioni online, conflitti e comunicazione di crisi.

“Citando il primo assioma della comunicazione di Paul Watzlawick, secondo cui è impossibile non comunicare, la scelta di Draghi di non essere online in modo attivo e diretto è già un messaggio. Dire se sia positivo o negativo è più complesso. Vivendo in un mondo iperconnesso ed essendo abituati come pubblico e cittadini ad avere ormai quasi sempre la fonte diretta della comunicazione sui social – e certi interlocutori politici se ne sono pure approfittati, saltando i media o costringendoli alla rincorsa come Trump o Salvini che sono stati i più abili a dettare da lì l’agenda dei media – l’assenza di Draghi è un’assenza piena di messaggi. Non possiamo averlo a disposizione, non possiamo commentare le sue idee o le informazioni che dà su sé stesso. Però facciamo attenzione ad un altro aspetto: ci sono delle star in rete che non hanno profili sui social. Penso ad Alessandro Barbero, storico e divulgatore che collabora anche a Super Quark: i suoi contenuti in rete sono ovunque, sono virali, esistono siti, podcast e pagine che parlano di lui o dedicate a lui e che danno conto di tutto ciò che fa senza che lui sia minimamente coinvolto nella gestione di quei contenuti. Non ce n’è nemmeno uno di profilo ufficiale, una modalità diversa dal solito di stare in rete e questa è un’altra opzione per chi lavora e comunica talmente bene da non averne bisogno. 

Mi sento quindi di dire, in sintesi, che l’assenza di Mario Draghi sui social non può essere considerata in modo semplice e lineare ma va osservata attentamente: al momento è in linea con il suo altissimo profilo professionale e mi chiedo se cambierà impostazione. Tendo a pensare che ad un certo punto, se il premier incaricato arriverà ad essere Presidente del Consiglio, si renderà conto che avrà bisogno di una presenza social perché la dimensione relazionale che ha creato la rete è molto difficile da gestire in modo indiretto. Ipotizzo che potrebbe farlo da canali ufficiali e istituzionali, non personali. Non esserci è un gesto di comunicazione ma si accorgerà che l’esserci è un gesto ancora più attivo”.

Andrea Barchiesi, Reputation Manager: un Draghi senza social porterà meno grida negli stili manageriali

Mi faccio dire la sua anche da Andrea Barchiesi, fondatore di Reputation Manager, società di riferimento italiana per analisi analisi, gestione e costruzione reputazionale online aziende, brand, istituzioni e figure di rilievo pubblico.

“Proprio stamattina, mentre mi cercavi, ero in un’azienda che mi chiedeva: ma adesso che c’è Draghi, che non ha i social, come deve cambiare la nostra comunicazione? Intanto bisogna chiedersi perché Draghi non abbia i social e sono convinto che non sia una scelta. Nell’intelligenza artificiale c’è sempre una domanda che fa capire come alcune domande non abbiano senso, ad esempio La gallina ha le labbra? Una domanda provocatoria e senza logica che ci aiuta a riflettere sul fatto che proiettiamo schemi su soggetti o entità che a questi schemi sfuggono per ragioni strutturali. Noi siamo sempre il nostro metro verso l’esterno, diventa un limite e vale anche per la questione di Draghi senza i social: lui appartiene ad un’altra generazione, altra tipologia e forma culturale indipendentemente da tutto e il social network è anche un abito che ti deve stare addosso. Non vuol dire che I social sono finiti e non uso a caso questa frase perché in questi giorni me la sono sentita dire o chiedere. Semplicemente i social cambiano perché cambiano i mezzi e i soggetti che li percorrono, sono come le strade. Credo quindi che la posizione di Draghi influenzerà un certo understatement e magari ci saranno meno grida negli stili manageriali e negli stili politici. Ricordiamoci comunque che i social network resteranno primari nella politica perché nessuno vorrà più rinunciare alla disintermediazione o tornare indietro; la stampa non recupererà più la centralità dell’informazione, le rimarrà il peso importante dell’approfondimento ma non più la paternità dell’informazione politica di prima mano. I social network stanno crescendo e cambiando con noi ma non lo vediamo perché ci stiamo a contatto tutto il giorno, tutti i giorni. Per noi che li studiamo da tempo anche in chiave predittiva, l’aspetto più evidente è come si sia contratto il ciclo di saturazione: i cicli politici, con questa sovraesposizione mediatica costante, diventano molto più brevi. Il problema dei politici è che non l’hanno ancora capito perché si sono ubriacati della spettacolarizzazione che i social hanno regalato loro nell’immediato. Il riscontro istantaneo che offre un social network sta ingannando molti di loro che si fermano all’apprezzamento o alla reazione negativa del momento da parte di follower o cittadini e non prestano minimamente attenzione al medio lungo periodo, che invece dovrebbe essere il tempo della politica”.

Foto di copertina: Boris Roessler / Ansa. Mario Draghi durante uno degli assalti femministi firmati Femen.