Zona Franca

Smart working femminile: una donna esausta con le mani sul viso davanti a un pc

Meno smart, più working. L’incubo delle lavoratrici italiane

Non ha ridotto le disparità professionali di genere, ma le ha accentuate: secondo un'indagine di CGIL e Fondazione Di Vittorio con lo smart working gli uomini sono più liberi, le donne più oberate. Ecco perché.

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Confinamento, distanza sociale, gesti di barriera. Il lockdown e il recente dibattito sulla gestione dell’emergenza sanitaria nel nostro Paese hanno messo in luce nuove modalità di concepire e organizzare il lavoro, e oggi smart working è la parola d’ordine nel settore. E non soltanto dal punto di vista del digitale.

In Italia, la norma che disciplina il lavoro a distanza è la Legge 22 maggio 2017, n. 81, che mette in evidenza la differenza fra telelavoro, che prevede che un individuo svolga la propria attività tipicamente a casa e smart working, che la norma definisce come «la modalità di esecuzione del lavoro […] ivi comprese le forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, mediante l’eventuale impiego di strumenti tecnologici per l’esercizio dell’attività professionale».

Il discorso manageriale ha tradotto questa differenza in opposizione, e mentre il telelavoro si limita a ri-definire gli spazi in cui l’attività è svolta, lo smart working si basa sulla cultura d’impresa, sul sentimento d’appartenenza, sullo spirito di gruppo e sui valori condivisi. Una distinzione che comporta, a sua volta, una serie di conseguenze evidenti: nel caso del telelavoro in termini di isolamento e di alienazione, mentre lo smart working, al contrario, implica fiducia, responsabilizzazione e autonomia. Perché smart working significa, in definitiva, dare alla persona la libertà di scegliere dove e quando svolgere il proprio lavoro, in base alle sue esigenze e con lo scopo di favorirne l’efficacia.

 

Una forma di lavoro polarizzata: come lo usano gli uomini, come lo usano le donne

Secondo dati diffusi dalla CGIL e dalla Fondazione Di Vittorio il 18 maggio 2020, il periodo di lockdown ha comportato un forte aumento del lavoro a domicilio e il numero di persone che hanno dovuto esercitarlo è aumentato rapidamente da 500.000 a 8 milioni. La ricerca, che si concentra anche sul lavoro femminile, è stata condotta attraverso un questionario online, diffuso a partire dal 20 aprile e chiuso il 9 maggio, contenente 53 domande, incentrate principalmente sul contesto socioeconomico e sulla dimensione legata alla percezione del lavoro a livello individuale.

L’analisi, infatti, prende in esame gli aspetti relativi alla cura di sé, della casa, di soggetti terzi, ma anche la percezione e gli atteggiamenti legati al lavoro a domicilio in termini di paura, di rischio e di opportunità. I dati raccolti mostrano che questa forma di lavoro riguarda principalmente le lavoratrici (65%), le fasce d’età 35-54 anni (64%) e 55-64 anni (29%), i diplomati (52%) e i laureati (45%). Inoltre, il tasso di incidenza delle persone che avrebbero preferito continuare a recarsi sul luogo di lavoro è più elevato tra le lavoratrici (+10%) che tra i lavoratori. Ma la situazione, in realtà, è più complessa.

«Il nostro campione osserva la presenza di tre gruppi: un primo gruppo di persone (50% degli intervistati) che non sapeva nulla dello smart working e che lo ha subìto, perché non avrebbe desiderato svolgerlo; una seconda quota (30% circa) che non lo aveva mai sperimentato ma che avrebbe desiderato farlo. E poi il resto, che invece lo svolgeva già da prima», commenta Simona Marchi, Direttrice dell’area Formazione della Fondazione di Vittorio e componente del Coordinamento Donne della CGIL, con alla base una solida formazione in campo statistico. «E quest’ultima categoria, già abituata e già attrezzata a svolgere l’home working è prevalentemente costituita da uomini, che avevano chiesto e ottenuto di poter lavorare a distanza per conciliare il lavoro con altre esigenze personali. Ma tra questi, l’ambito prioritario non è la famiglia o cura la casa».

L’indagine, dunque, mette in evidenza la presenza di due categorie di lavoratori a distanza nella fase che ha preceduto il lockdown. «Da un lato gli uomini, spesso dirigenti e favorevoli a questa modalità, che consente loro una maggiore capacità di concentrazione di realizzazione personale e professionale allo stesso tempo (gli smart worker, N.d.R.), e dall’altro le donne, che nonostante i titoli di studio più alti — nella popolazione italiana, ma anche nel campione di riferimento dell’indagine — svolgono spesso mansioni inquadrate a livello più basso, e quindi meno soddisfacenti, e che hanno optato per il lavoro a distanza per fare fronte a situazioni talvolta drammatiche, e comunque quasi sempre per conciliare professione e famiglia (le telelavoratrici, N.d.R.)», prosegue Simona Marchi.

La ricerca, infatti, mostra che le lavoratrici percepiscono il lavoro a distanza come pesante (+7%), complicato (+8%), alienante (+3%) e stressante (+9%); al contrario dei lavoratori, che ne evidenziano l’aspetto stimolante (+4%), soddisfacente (+3%) e di indifferenza rispetto ai modelli di lavoro tradizionali (+13%). «C’è un’enorme differenza, perché il fatto che il lavoro sia rimasto uguale, ma da casa, ha costretto soprattutto le lavoratrici a riorganizzare tutti gli ambiti della vita in casa, compreso quello del lavoro. Di conseguenza, le donne più soddisfatte sono quelle che sono riuscite a scindere i vari ambiti, gestendoli contemporaneamente ma in maniera separata, in termini di spazio e tempo. Tante donne, però, non ci sono riuscite e dunque hanno percepito un aumento del carico di lavoro: di quello retribuito e di quello di cura. Pensiamo, ad esempio, all’esigenza per le lavoratrici di gestire in contemporanea aspetti come la didattica a distanza», precisa Simona Marchi.

 

Smart worker e telelavoratrici

La ricerca, inoltre, mette in evidenza un diverso accesso alle tecnologie, in quanto la fornitura di dispositivi tecnologici (computer, smartphone, tablet, auricolari) è stata più diffusa fra i lavoratori che fra le lavoratrici: un fenomeno, chiaramente, correlato al ruolo svolto in azienda, e che evidentemente tiene conto del gap di genere. «Mentre gli uomini hanno avuto accesso a tecnologie a uso esclusivo personale e in misura maggiore fornite dall’azienda, le donne hanno disposto di tecnologie a uso personale ma non fornite dall’azienda, e che il più delle volte, sono state messe a disposizione di tutta la famiglia», commenta Simona Marchi. «In questo caso, quindi, ci troviamo di fronte a un uso condiviso dei dispositivi tecnologici, con tutta una serie di conseguenze, legate non solo all’organizzazione di tempi e spazi, ma anche alla gestione della privacy di dati appartenenti a terzi».

«Inoltre, il possesso delle tecnologie è meno diffuso tra le lavoratrici rispetto ai lavoratori anche perché le donne accedono con più difficoltà ai ruoli apicali, e di conseguenza ai benefit legati a certe professioni», prosegue Simona Marchi. In sintesi, anche durante la fase di lockdown, durante la quale lavoratrici e lavoratori sono stati “costretti” a lavorare da casa, la tecnologia, fondamentale per svolgere la propria attività in modo efficiente ed efficace, è stata trattata alla stregua di un plus.

Smart working e telelavoro, dunque, sono due forme di home working che comportano anche due diversi tipi di rapporto tra organismo, il corpo umano, e macchina, le tecnologie. Per questa ragione, oggi non è più sufficiente riflettere sulle trasformazioni tecnologiche e sul loro impatto nel campo del diritto e del discorso manageriale: il legame sempre più stretto tra organismo e macchina impone, piuttosto, di interrogarsi sull’attualità del binomio natura-cultura, che implica la presenza di un elemento dominante e di un elemento dominato.

 

Un cambiamento di paradigma: il cyberfemminismo

Oggi la riflessione sulla pertinenza del binomio organismo-macchina deve essere analizzata nella prospettiva di un vero e proprio cambiamento di paradigma, anche tenendo conto del fatto che la tecnologia è parte integrante del modo in cui l’identità umana è modellata: è sufficiente pensare all’introduzione dello smartphone nella vita quotidiana e alle sue implicazioni in termini anatomici (l’uso intensivo comporta una mutazione del pollice) e percettivi (il dispositivo inteso come appendice del corpo); inoltre, come sottolinea la filosofa statunitense Donna Haraway, fondatrice della teoria Cyborg, l’uso di protesi, di lenti a contatto e di bypass sono solo un esempio di come la tecnologia sia penetrata negli organismi nella vita quotidiana. Il rapporto tra natura e cultura, organismo e macchina, è sempre più stretto, e prendendo in prestito le parole di Haraway, la cultura delle alte tecnologie rimette in discussione questi dualismi in modo misterioso.

Oggi, ad esempio, una stampante 3D promette di cambiare il modo di trattare le ustioni attraverso un meccanismo di produzione e applicazione di bio-inchiostro sulle ferite dei pazienti, che si adatta a qualsiasi forma, dimensione e posizione. Come scrive Haraway, è dunque difficile sapere chi dell’uomo o della macchina crea l’altro o è creato dall’altro, ed è anche difficile sapere dove si ferma la mente e dove inizia il corpo, in queste macchine che si dissolvono in pratiche di codificazione.

Di conseguenza, secondo la prospettiva cyberfemminista — che si basa proprio sullo studio dell’impatto scientifico e tecnologico sulla vita umana — le tradizionali dicotomie che oppongono corpo e mente, organismo e macchina, pubblico e privato, natura e cultura, donne e uomini, primitivi e civili, sono tutte ideologicamente discutibili. Nel contesto professionale questa messa in discussione è legata anche all’applicazione delle teorie fordiste e tayloriste alle forme di organizzazione del lavoro, che sfruttano a pieno regime la catena di montaggio e cambiano radicalmente la funzione di chi lavora. Oggi, peraltro, queste teorie sono state in buona parte soppiantate dall’approccio toyotista (Lean Manfacturing, Lean Production), caratterizzato da maggiore flessibilità, minore gerarchia, controllo degli sprechi, specializzazione del lavoro, e soprattutto da un maggiore utilizzo delle tecnologie: in definitiva, il legame tra organismo e macchina diventa a mano a mano più stretto.

 

Nuove forme di esperienza del lavoro

Di conseguenza, il concetto tradizionale di esperienza del lavoro, pensato in termini di categorie kantiane, lascia il posto a una nuova forma di esperienza: quella del cyborg, una creatura che vive in un mondo post-genere e che non ha nulla a che fare con la bisessualità, con la simbiosi preedipica e con l’alienazione. Il cyborg può essere definito, piuttosto, come «una creatura che appartiene tanto alla realtà̀ sociale quanto alla finzione, l’io per eccellenza, finalmente libero da ogni dipendenza: un organismo nello spazio». Ne consegue, quindi, un cambiamento dei paradigmi epistemologici, che modificano le forme di conoscenza ma anche i modi di fare esperienza, basata dunque sul posizionamento limitato e sui saperi situati e non più sulla trascendenza e sulla separazione del soggetto e dell’oggetto. In definitiva, fare esperienza diventa un modo di sperimentare un oggetto, in quanto soggetto che si riferisce a quello specifico oggetto attraverso la propria specificità di soggetto.

Queste considerazioni sull’esperienza, sul posizionamento e sui saperi situati possono essere estese alle forme di lavoro a distanza nelle quali, soprattutto oggi, la relazione tra organismo e macchina è alla base del lavoro stesso. L’Art. 3, Titolo III del Decreto-Legge 19 maggio 2020, n.34 prevede che, fino al 31 luglio «Le persone dipendenti di imprese private aventi almeno un figlio di età inferiore a 14 anni abbiano diritto a lavorare a distanza, purché tale modalità sia compatibile con le caratteristiche della loro prestazione». In un Paese come l’Italia, dove l’opposizione binaria donna-uomo persiste nel discorso professionale e l’asimmetria in termini di carico domestico è evidente, diventa quindi necessario interrogarsi sull’articolazione delle diverse forme di lavoro a distanza (telelavoro e smart working) e sulle conseguenze del rapporto tra organismo e macchina in termini di lavoro femminile.

 

La percezione del lavoro a distanza e la femminilizzazione del lavoro

La ricerca condotta da CGIL e Fondazione Di Vittorio mette in evidenza anche il tema degli spazi allestiti in casa (50%) e del nomadismo domestico (19%). «Con la fase di lockdown, l’organizzazione del lavoro non è di fatto cambiata: non è diventata improvvisamente, come per magia, un’organizzazione per obiettivi, per processi e team. Tutto è rimasto come prima, ma da casa: con mezzi propri e senza spazi, il più delle volte inadeguati», commenta Simona Marchi. «Il questionario ha rilevato, infatti, che in pochi hanno avuto a disposizione una stanza in cui potersi chiudere: una parte delle persone ha ricavato uno spazio fisso da dedicare al lavoro dentro casa, magari in soggiorno o in camera da letto, mentre altre sono stati costrette, di volta in volta, a spostarsi. A volte, anche in cucina o sul balcone».

Questi dati mettono in evidenza ciò che Richard Gordon definisce “economia del lavoro a domicilio”, e cioè un’ampia ristrutturazione del lavoro, ridefinito tramite l’esistenza di una manodopera esclusivamente femminile e attraverso la femminilizzazione di alcuni posti di lavoro, occupati da uomini e da donne. In questo contesto femminilizzare significa rendere estremamente vulnerabile, essere considerato meno come un lavoratore e più come un domestico, essere sottoposto a orari di lavoro frammentati che fanno di qualsiasi nozione di durata limitata del tempo di lavoro «una vera e propria farsa».

 

Il diritto alla disconnessione

Un concetto, questo, collegato ai temi del diritto al controllo e del diritto alla disconnessione. Durante la fase di lockdown, infatti, è stata evidentemente prestata una scarsa attenzione al diritto al controllo, che ha inciso in modo netto sulle prestazioni delle lavoratrici (+55%). «Improvvisamente, e seppure nella separazione, le lavoratrici e i lavoratori si sono trovati faccia a faccia con la dimensione professionale», chiarisce Simona Marchi. «Mentre il lavoro è qualcosa che va da sé e che rientra in una routine quotidiana, il lockdown ne ha fatto emergere la quotidianità in tutto la suo carattere complesso. Di conseguenza, chi è stato separato dal luogo di lavoro e dai colleghi è stato anche costretto a riflettere e a reinventare quotidianamente la propria attività lavorativa: un’operazione interessantissima dal punto di vista dell’identità e dei contenuti, che le persone che hanno risposto al nostro questionario hanno sentito l’esigenza di raccontare».

Inoltre, le forme di home working hanno modificato anche i termini del rapporto con il diretto responsabile e l’11% del campione dichiara di avere percepito un cambiamento parziale. «Questo la dice lunga sul fatto che anche le aziende non sono state affatto preparate a questa modalità di lavoro», precisa Simona Marchi. «E per le donne il rapporto con il diretto responsabile è stato molto più complicato, perché per le lavoratrici è stato anche più difficile esercitare il diritto alla disconnessione». Nonostante la Legge sullo smart working sia in vigore da più di tre anni.

Il lavoro a distanza, infatti, è stato utilizzato come mezzo per il contenimento e contro la diffusione del COVID-19. Di conseguenza, pur di fronteggiare l’emergenza sanitaria, i datori di lavoro sono stati liberi di definirne le modalità in modo smaccatamente arbitrario. L’indagine diffusa da CGIL e Fondazione Di Vittorio, infatti, evidenzia che un terzo del campione ha percepito un vero e proprio senso di inconsapevolezza rispetto allo smart working: perché non in possesso delle tecnologie, né degli strumenti per accedere da remoto ai server aziendali. «Organizzare l’archiviazione dei dati tramite cloud, ad esempio, ha riguardato pochissime aziende, e quindi il lavoro a distanza è stato in buona parte improvvisato, inventato nel momento stesso in cui il governo ha decretato le misure di distanziamento sociale», evidenzia Simona Marchi. «La stessa etichetta di smart working è stata creata in quel momento; più che di smart working, infatti, si è trattato di una forma di home working (quindi, di telelavoro, N.d.R.): del tutto improvvisato e con il rischio, per chi ha gestito i dati da casa, di fare fronte a esigenze diverse».

 

L’economia del lavoro a domicilio

Il concetto di economia del lavoro a domicilio di Gordon non si riferisce soltanto alle forme di dequalificazione, ma indica anche che l’integrazione della fabbrica, della casa e del mercato avviene su una nuova scala e che le donne hanno un ruolo cruciale in questo processo, analizzabile alla luce delle differenze esistenti tra donne stesse e del senso che possiamo attribuire alla relazione tra donne e uomini in tutti i tipi di situazione. Inoltre, la messa in discussione delle forme di welfare e la pressione subita dalle donne, costrette a provvedere ai propri bisogni, a quelli degli uomini, dei bambini e degli anziani, ci pone di fronte a un problema cruciale: quello della riformulazione delle aspettative, della cultura, del lavoro e della riproduzione della manodopera impiegata nei settori tecnici e scientifici. «Sempre sul tema del diritto alla disconnessione, abbiamo riscontrato che una quota rilevante di lavoratrici — ma anche diversi lavoratori — sono stati contattati dal datore di lavoro al di fuori degli orari concordati, con modalità diverse da quelle concordate e con carichi di lavoro maggiori. E superare questa fase richiederà alle donne un enorme sforzo di coordinazione», conclude Simona Marchi.

Di conseguenza, come scrive Haraway, ci troviamo da un lato di fronte alla dimensione domestica: le famiglie monoparentali, le donne anziane che vivono sole, la tecnologia e i salariati del lavoro a casa, le imprese installate a domicilio, il telelavoro elettronico, il rafforzamento simulato della famiglia nucleare e la violenza domestica; e dall’altro lato troviamo il mercato, quindi la persistenza del consumo come lavoro riservato alle donne, che di recente sono state particolarmente interessate dalle novità prodotte dalle nuove tecnologie, dai sistemi di sorveglianza che si basano sul funzionamento elettronico del trasferimento di dati e sul carattere astratto dell’esperienza, trasformata in prodotto e intensificata dal mercato.

E dunque, alla luce dei dati analizzati, essere lavoratrice non è più un semplice stato in sé, e significa piuttosto appartenere a una categoria altamente complessa, che si costituisce a partire dal discorso scientifico sul sesso biologico e che tiene conto di tutte le altre pratiche sociali. E, se come sostiene Haraway nel saggio A Cyborg manifesto (1985) «la dea è morta con Dio», solo l’immagine del cyborg può condurre a una riflessione piena sul tema del lavoro a distanza, con l’obiettivo di riformulare una politica basata sulla rivendicazione delle trasformazioni, fondamentali nel sistema attuale.

 

 

Photo credits: www.ilpopoloveneto.it

Lucana di nascita. Cittadina del mondo per vocazione, cittadina digitale un po’ per caso. Ma soprattutto, semiotics addicted. Giornalista dal 2012, sviluppo importanti collaborazioni con «L’Indipendente lucano», «Il Metapontino», «Biancolavoro» e «Blu TV» e mi occupo di comunicazione e dei rapporti con la stampa per il mondo dell'arte e della produzione audiovisiva. Su «Senza Filtro» scrivo di cinema e cultura e qualche volta racconto la Francia, il Paese in cui vivo oggi. Spesso, però, mi prendo anche il lusso di metacomunicare. Non credo nel destino: tutt’al più nel Destinante. E sono (da) sempre, come direbbe Greimas, alla ricerca Del Senso. [ Guarda tutti gli articoli ]

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