Milano 2046, come sarà? Il futuro comincia oggi

Un’indagine dà forma alla Milano del futuro: come sarà il lavoro nel 2046? Ecco gli obiettivi da raggiungere e i rischi da evitare.

Sapessi com’è strano / sentirsi innamorati / a Milano”. È la prima strofa della canzone che Memo Remigi lanciò nel 1965. Evocava una grande passione nata “stranamente” in questa grande città, definita un “posto impossibile… / senza fiori, senza verde / senza cielo, senza niente, / fra la gente, tanta gente”.

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti dei Navigli, smog e nebbia si sono un po’ sedati grazie a parecchie fabbriche in meno e a qualche grado in più e la metropoli lombarda si è trasformata profondamente: è diventata una città assai meno “impossibile”, più bella e ospitale, in prima linea sul fronte dell’innovazione e del benessere, in grado di competere con Roma – l’eterna rivale – anche sul fronte del turismo interno e internazionale. 

Milano 2046, e se il futuro non fosse roseo?

Che obiettivi deve avere la Milano del 2046? La risposta in una ricerca

Oggi probabilmente pure a un non-milanese (sebbene i milanesi siano frutto di infinite migrazioni italiane e non solo) potrebbe apparire assai meno strano innamorarsi a Milano, rispetto a 55 anni fa. Certo, la pandemia – qui come altrove – sta lasciando il segno sulle prospettive di sviluppo. Guarda caso, la cosiddetta “locomotiva d’Italia” ha deciso proprio in questi mesi di chiedersi quale futuro l’aspetta e che cosa si può fare per prepararsi ad accoglierlo. Infatti Alla ricerca del benessere: desideri, timori, rappresentazioni della Milano che sarà è il titolo della ricerca Policy Delphi svolta da “Milano 2046 – Laboratorio per un futuro comune”. È centrata su una domanda fondamentale: quali obiettivi deve avere questa metropoli e cosa potrebbe ostacolarne il raggiungimento nel 2046? 

L’indagine – concepita prima dell’emergenza sanitaria ma sviluppata proprio in questo periodo cruciale – è stata appena presentata dal presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolè, insieme all’economista e statistico Enrico Giovannini, all’esperta di scenari sociali Francesca Bertè e all’esperto di welfare ed economia personale Sergio Sorgi. Ha spiegato Bertolè: “I suoi risultati hanno acceso un faro su uno dei temi più attuali del post lockdown: ridurre le disuguaglianze sociali, economiche, educative, territoriali e di genere”. “Con questa ricerca non abbiamo preteso di prevedere il futuro – ha spiegato Giovannini – ma cercato di esplorare i diversi scenari della Milano del 2046, chiedendoci come potrebbe e soprattutto come dovrebbe essere”.

Lo studio – la cui esposizione ha richiesto 136 pagine – è diviso in 12 ambiti di analisi: quelli dell’indicatore BES (Benessere Equo e Sostenibile), realizzato dall’Istat per misurare la qualità della vita. Al centro ci sono le risposte di un panel con 249 persone, tra esperti, stakeholder (in inglese letteralmente significa “titolare di una posta in gioco”, insomma persone che possono influire sul futuro della città), membri importanti della comunità: il 22% over sessantenni, il 33% 50-60enni, il 29% 40-50enni e il 16% under 40. Sono emerse ben 247 rappresentazioni della Milano che verrà.

In tutti i casi, il lavoro e la cultura necessaria per valorizzarlo hanno un ruolo molto importante, tanto più in un luogo considerato all’avanguardia in Italia in questo campo. La ricerca conferma che giocano una funzione fondamentale, anche in tal senso, istruzione e formazione, attività lavorative e conciliazione con i tempi di vita, benessere economico e benessere soggettivo, relazioni sociali, scelte politiche (in particolare quelle che riguardano ambiente, mobilità e territorio), ricerca/innovazione/creatività e qualità dei servizi.

I dieci punti per il futuro di Milano. Il focus? Lo sviluppo dell’individuo

Suscita oggi molto interesse proprio lo spazio dedicato al tema della indispensabile conciliazione tra attività lavorativa e tempi della vita sociale e familiare. Perché in questi mesi la tradizionale dimensione aziendalista, con le persone concentrate e gestite in uno spazio fisico delimitato, è stata improvvisamente soppiantata dallo smart working (il lavoro a distanza o lavoro agile, in italiano): sull’onda dell’emergenza e del lockdown è stato adottato bruciando le tappe e le resistenze, svuotando tanti palazzi milanesi (vecchi e nuovi, in centro e non solo, trasformati da anni in uffici) e riempiendo le case e le periferie grazie a WiFi, modem, ADSL e fibra ottica. Se fino al febbraio scorso questo tipo di modalità lavorativa era considerata un esperimento promosso raramente e per pochissimo tempo da qualche azienda illuminata (con i suoi capi pronti a parlarne “eroicamente” in qualche convegno), oggi è ormai una specie di consuetudine, seppur improvvisata, per chi può svolgerla.

La possibilità di una prospettiva milanese positiva nella ricerca è segnalata da una premessa: non contano solo il reddito e le condizioni di lavoro; riveste un’importanza cruciale l’equilibrio tra tempi di lavoro e quelli della vita extra-lavorativa, “che devono permettere lo sviluppo dell’individuo”. La ricerca svela che, nel 2046, alcuni tipi di impieghi dovranno sparire da Milano, sostituiti dalle innovazioni tecnologiche, mentre è augurabile che ci possa essere un aumento della professionalità, per la quale siano richieste creatività e innovazione. Insomma, “un lavoro per tutti, un lavoro rispettoso della dignità e dei diritti, un lavoro che riduca l’orario di ognuno a beneficio di più occupati”. 

Il decalogo delle prospettive positive, indicato dai risultati della ricerca, è questo:

  1. sviluppare un ambiente (tecnologico, politico, finanziario) in grado di favorire la crescita di imprese e di attrarre realtà estere;
  2. attrarre e integrare i migliori giovani talenti, facendo diventare Milano un polo attrattivo nel Centro-Sud Europa per la qualità dell’offerta universitaria e per le opportunità di occupazione innovativa;
  3. eliminare la differenza tra le retribuzioni di uomini e donne per le stesse mansioni;
  4. agevolare la diffusione del lavoro agile, attrezzando la città in modo che vi si possa lavorare bene ovunque (coworking, WiFi, luoghi pubblici con funzioni miste, eccetera);
  5. rendere Milano un esempio di città che ristabilisce l’ascensore sociale, cioè il processo che consente e agevola il passaggio da uno strato della società a un altro superiore;
  6. ripensare il sistema educativo, dandogli la priorità;
  7. favorire l’employability (in italiano si può tradurre con occupabilità), che rappresenta la capacità non solo di ottenere un nuovo lavoro e di mantenerlo, ma anche di cambiarlo all’interno della stessa organizzazione o di trovarne un altro all’esterno, in un confronto tra competenze sviluppate e esigenze delle organizzazioni;
  8. promuovere l’accesso ai percorsi educativi e formativi per tutti;
  9. sostenere la ricerca;
  10. aumentare l’occupazione, soprattutto nei settori che rispondono a bisogni concreti, nel rispetto dell’ambiente

Andrà proprio così? Non è scontato, svela la ricerca. Infatti elenca la top ten dei rischi cui andrebbe incontro una Milano incapace di organizzare il futuro sul fronte del lavoro.

Potrebbe verificarsi una perdita di attrattività della città per le imprese straniere e multinazionali, a causa di eccesso di burocrazia e di lentezza nelle risposte. Potrebbero pesare la mancanza di competenze adeguate al nuovo mondo del lavoro e la crescita delle disuguaglianze tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha (oppure è precario o retribuito in maniera insufficiente). Incombe anche il rischio di una bassa consapevolezza sulla necessità di un’evoluzione rapida del sistema educativo, per minimizzare lo scarto tra i contenuti della formazione e gli sbocchi occupazionali effettivi, con un mancato investimento sull’istruzione dei giovani.

È pericoloso anche non affrontare per tempo la gestione dei problemi ambientali e del degrado territoriale. Così come incombe il pericolo della fuga dei talenti, a causa di stipendi non in linea con la media europea e con il costo della vita, accompagnata da una scarsa capacità di attrarre giovani di qualità e dall’invecchiamento della popolazione. Pure la scarsa flessibilità dell’orario di lavoro è un ostacolo per il futuro.  Insomma, la Milano del 2046 sembra lontana, ma è appena dietro l’angolo. Occorre darsi da fare ora. Perché anche nella metropoli lombarda – a giudicare dai risultati dell’indagine, nel caso non bastasse il buon senso – il futuro siamo noi, nessuno escluso.

Photo credits: www.innovami.news

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