Minori non vuol dire piccoli quando c’è di mezzo il lavoro

Le cifre del lavoro minorile fanno ancora paura: si parla di 160 milioni di minori nel mondo. In Italia sono 336.000; un dato troppo simile a quello di dieci anni fa. Le geografie del fenomeno nel Belpaese, in un angolo cieco delle norme e della politica

Lavoro minorile in Italia: un ragazzo di spalle, per strada, vicino a dei panni stesi

Chiudete gli occhi e pensate a un bambino: con ogni probabilità, lo immaginerete mentre gioca o disegna. Eppure, nel mondo costruito dagli adulti, queste immagini possono rappresentare un privilegio.

A livello globale, un bambino su dieci lavora. Ce lo dicono UNICEF e ILO (International Labour Organization), che hanno stimato in 160 milioni i minori tra 5 e 17 anni costretti a lavorare all’inizio del 2020, nel mondo. Quasi la metà di loro (79 milioni) svolge un lavoro pericoloso, che può danneggiarne la salute e lo sviluppo psicofisico. Sempre UNICEF e ILO spiegano anche che si tratta di una tendenza in crescita, poiché l’impatto socioeconomico della pandemia ha acuito le condizioni di disagio e povertà che in gran parte del pianeta causano l’inserimento nel mondo del lavoro in età precoce.

Se pensiamo che siano cose dell’altro mondo, cioè del mondo “altro”, il Terzo e il Quarto, pecchiamo di ingenuità e presunzione, perché il fenomeno esiste anche nella civilissima Italia. È silenzioso, sommerso, ha molte facce e risulta complesso da individuare e monitorare, ma c’è.

Stando alla recente ricerca di Save the Children, Non è un gioco, in Italia si stimano 336.000 minori al di sotto dei 16 anni con esperienze di lavoro, ossia svolte in modo continuativo in attività produttive. 336.000, una città come Bologna. Il 6,8% della popolazione di quest’età, quasi un minore su quindici, il triplo della media europea. Una percentuale che sale al 20% se si circoscrive l’attenzione ai 14-15enni.

È un pugno allo stomaco rendersi conto che anche noi, senza saperlo, potremmo conoscere un bambino che lavora. Ma ancora più scioccante è scoprire che il 6,6% dei bambini italiani ha iniziato a lavorare prima degli 11 anni, un’età in cui si gioca ancora con bambole. Tutto ciò in barba al dettato costituzionale, alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e alle leggi nazionali che permettono di iniziare a lavorare solo dopo avere assolto l’obbligo scolastico di dieci anni, ossia a 16 anni, con alcune eccezioni rigidamente normate – e comunque stabilendo un monte orario giornaliero e settimanale, ed escludendo il lavoro notturno se non in casi particolari.

Lavoro minorile in Italia, un quadro composito. E trascurato

Parliamo di lavoro minorile, ma sarebbe meglio declinare l’espressione al plurale. Nel nostro Paese, il settimo più industrializzato al mondo, bisogna destreggiarsi tra una molteplicità di “lavori minorili”: legali, illegali, irregolari, retribuiti, informali, mascherati da tirocini formativi.

La complessità del contesto non assolve comunque i nostri governi dalla responsabilità di non aver mai avviato un lavoro di ricognizione in grado di dare il termometro della situazione, così da prevenire, intervenire, sanare. Il lavoro precoce, con il sacrificio del tempo dell’infanzia, l’abbandono dei percorsi formativi e i danni psicofisici cui si accompagna, segna infatti non solo il presente e il futuro dei bambini lavoratori, ma anche quello dell’intero Paese.

Le istituzioni di riferimento (Ispettorato Nazionale del Lavoro e INPS) riescono a intercettare solo una piccola parte del fenomeno: quella legale. Nel 2021 l’INL ha rilevato 114 casi di minorenni occupati in modo irregolare, mentre l’INPS ha contato, nello stesso anno, 51.612 minorenni tra i 15 e i 17 anni regolarmente coinvolti nel mondo del lavoro.

Per tutto il resto, il sommerso, cercano di sopperire associazioni private e terzo settore. Come la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, la quale ha portato alla luce che, nel 2020, ben 2,4 milioni di occupati tra i 16 e i 64 anni – il 10,7% del totale – hanno iniziato a lavorare prima dei 16 anni. O come Save the Children, che già nel 2013 aveva contato 340.000 ragazzi sotto i 16 anni impegnati in attività lavorative. In dieci anni non è cambiato nulla: non sono stati strappati alla povertà i minori che lavorano per necessità, non sono stati motivati a restare a scuola quelli che la considerano inutile e preferiscono trovarsi un lavoro.

“Come dimostrano anche questi ultimi dati – dice Anna Teselli, responsabile politiche di coesione e Sud e politiche giovanili della CGIL, che aveva collaborato nel 2013 alla stesura del rapporto di Save the Children – questa assenza istituzionale ha contribuito al consolidamento di un fenomeno che non sembra voler diminuire negli anni, e che rivela un disagio giovanile molto precoce”.

Dove, come e perché lavorano i minori italiani

Il lavoro minorile è presente in tutto il Paese, ma è un fenomeno a intensità variabile: il rischio è molto alto nelle Regioni del Sud e nelle periferie delle aree metropolitane, ma esiste anche nelle zone cosiddette avanzate, per esempio del Nord-Est.

Si lavora per guadagnare, anche da bambini”, spiega Antonella Inverno, responsabile ricerca dati e politiche per l’infanzia e l’adolescenza di Save the Children. “Bisogna però fare un distinguo tra chi lo fa per rendersi indipendente dalla famiglia – che è la maggioranza, dove la dimensione scolastica rimane prioritaria – e chi lo fa per una forte necessità economica. È il caso, questo, soprattutto dei minori stranieri, per i quali il lavoro si intreccia con la difficoltà di entrare o restare nei percorsi formativi, e con il conseguente ed elevato rischio di essere reclutati dalla criminalità, oltre che con frequenti condizioni di sfruttamento”.

È infatti stretta la relazione tra lavoro e giustizia minorile, il legame forte tra esperienze lavorative troppo precoci e coinvolgimento nel circuito penale: quasi il 40% dei giovani presi in carico dai servizi della giustizia minorile ha lavorato prima dell’età legale consentita. Tra questi, più di uno su dieci ha iniziato a 11 anni o prima, e oltre il 60% ha svolto attività dannose per lo sviluppo e il benessere psicofisico. I numeri sono freddi, ma parlano di vita vera.

Si lavora per denaro, dunque; c’è però anche chi lo fa perché vuole provare esperienze nuove. Sono ragazzi che spesso provengono da un contesto famigliare e sociale nel quale la cultura del lavoro è molto forte (la maggior parte lavora con genitori o parenti e trova un’occupazione proprio tramite queste figure), e che, spesso supportati in questo dalle convinzioni della famiglia, hanno poca o nessuna fiducia nella possibilità della scuola di fornire strumenti utili alla crescita e all’affermazione professionale.

Senza voler stabilire un nesso di rigida causalità, l’indagine di Save the Children evidenzia una significativa associazione tra la vita in famiglie di livello socioeconomico e culturale basso e le esperienze di lavoro minorile. La questione verte sull’assenza della percezione del lavoro minorile come problema e su una cultura diffusa che valuta in modo positivo le esperienze lavorative precoci.

Certo, la faccia del lavoro minorile in Italia è meno sporca di quella dei bambini che vivono raccogliendo la spazzatura nelle discariche del Guatemala o dei minori sfruttati nelle miniere del Congo o del Pakistan, ma parla ugualmente di un’infanzia negata. In Italia abbiamo giovanissimi camerieri, commessi, aiutanti di bottega che lavorano in prevalenza aiutando i genitori nelle piccole e piccolissime imprese a gestione famigliare. I settori che impiegano minori sono quindi quelli tradizionali, in primis la ristorazione e il commercio, ma anche l’agricoltura e la cura della casa e della persona, con un salto nella modernità attraverso i lavori online, unica novità nel panorama dei lavori svolti dai giovanissimi. Ed è inquietante vedere come la questione di genere si presenti fin da piccoli, perché le attività continuative di cura, molto spesso non retribuite, nel 65% dei casi sono a carico delle bambine, che rappresentano addirittura il 90% di chi fa il babysitter. Sono dati impressionanti, che ci interrogano sulla capacità di proteggere i nostri figli e sull’idea di futuro che abbiamo per il nostro Paese.

I rischi del lavoro minorile: in gioco il futuro di tutti

Che si lavori per necessità o per scelta, che il contesto sia quello della periferia disagiata o della piccola imprenditoria del Nord, l’ingresso precoce nel mondo del lavoro ha pesanti conseguenze sulla vita di questi ragazzi, sia nell’immediato che in prospettiva: li espone a danni fisici e psichici, compromette i loro percorsi formativi, aumenta la possibilità di un futuro fatto di povertà e lavori poco qualificati. Tutti pericoli dei quali noi adulti abbiamo poca o nessuna consapevolezza.

Non abbiamo idea di quanto rischino i giovanissimi, perché ignoriamo che quasi un minore su cinque lavora dalle 20 alle 22, e quasi uno su dieci lo fa nelle ore notturne, dalle 22 alle 7 del mattino successivo, in prevalenza fuori casa. E ignoriamo che il 27,8% dei 14-15enni svolgono lavori particolarmente dannosi per il loro percorso di crescita. Parliamo di 58.000 ragazzi in Italia. Non sappiamo, infine, che nella stessa fascia d’età il tasso di bocciati raddoppia tra coloro che lavorano rispetto ai coetanei che non hanno mai avuto esperienze lavorative. Eppure non può che essere così se un minore lavora per più di quattro ore al giorno, come accade nel 48% dei casi, tutti i giorni (28,6%), e lo fa tra le 7 e le 13 (50,4%). In tali condizioni, come potrebbe non essere sacrificato il tempo della scuola?

Tutto questo toglie possibilità e prospettive a questi giovanissimi, che non acquisiscono nuove competenze necessarie a trovare, in età adulta, il proprio posto in un mondo del lavoro sempre più bisognoso di figure qualificate. Ma le toglie anche all’intero tessuto sociale, che si impoverisce non solo dal punto di vista economico.

Ecco perché è necessaria e urgente una maggiore sensibilizzazione riguardo ai rischi legati al lavoro dei bambini. In gioco c’è il loro futuro, ma anche il nostro.

 

 

 

Photo credits: Wendy Elliott

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