Napoli val bene un caffè?

Lo storico caffè Gambrinus di Napoli: una leggenda più che un'istituzione. Lo raccontano il direttore Gennaro Ponziani e il responsabile Massimiliano Rosati.

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C’era un tempo in cui il caffè costava trenta lire e il teatro San Carlo lavorava più di mattina che di sera, perché le notti erano poco raccomandabili. E c’è la Napoli di oggi, che non è quella dell’emergenza rifiuti di cui abbiamo parlato in tanti e per molto tempo. Un tempo che ai napoletani è sembrato infinito. C’è una Napoli che si intravede, distesa accanto al suo Cristo Velato, una città che si sta scoprendo e che in pochi conoscono. A cominciare dai napoletani.

Abbiamo trovato questa visione di Napoli nelle parole inaspettate di Gennaro Ponziani e Massimiliano Rosati, rispettivamente direttore e responsabile dello storico caffè Gambrinus. Inaspettate perché non avevamo programmato l’intervista. Semplicemente ci siamo seduti al Gambrinus per respirare l’atmosfera del salotto letterario, per godere dell’arte e dei quadri che lo animano. Abbiamo bevuto il caffè, osservato, aspettato e, come spesso succede in questa città, le cose accadono spontaneamente.

 

Intervista (inaspettata) al direttore del caffè Gambrinus, Gennaro Ponziani

Il primo a sedersi con noi è stato il direttore, Gennaro Ponziani, un uomo gentile che ha conosciuto la pelle di Napoli in ogni suo angolo perché prima di approdare al Gambrinus, ormai più di vent’anni fa, ha lavorato in tanti locali e più di una volta la storia gli è passata davanti agli occhi, inaspettatamente. È lui il primo a raccontare come è cambiata Napoli.

“Oggi è tutto diverso. Negli anni Sessanta questa piazza era bella di giorno e malfrequentata di notte. Era pericolosa e questo non faceva bene né al turismo né al lavoro. Io nasco come garzone, non mi vergogno a dire che a otto anni già lavoravo. Del resto c’era molta povertà, c’erano altri modelli sociali e l’arte di arrangiarsi era tutto. Non c’era di certo il business! Ero uno scugnizzo, come tanti altri, in giro per la città. E anche i locali erano diversi – prosegue Gennaro – basti pensare che negli anni Sessanta tutti i negozianti avevano una loro miscela di caffè. Mi spiego. Le miscele erano tutte preparate dalla torrefazione, ma per ribassare il prezzo i negozianti aggiungevano delle robuste più povere e le mischiavano con il caffè brasiliano (nessuno in realtà sapeva quello che c’era dentro); anzi, ci mettevano anche il caffè africano. Nei locali importanti il caffè stava a trenta lire, ed era un prezzo altissimo. Gli altri cercavano di tenerlo sulle dieci-quindici lire. Io adoravo mischiare il caffè, mi affascinava mescolarlo nel secchio di zinco con i guanti di spago”.

Poi però, piano piano lo scugnizzo ha fatto strada.

“Pian piano sono salito. Nel ‘65 prendevo 1.000 lire al giorno. Mio padre in comune prendeva 110.000 al mese. Inizialmente andavo nei negozi a portare il caffè, poi ho acquistato un bar e ho lavorato in tanti locali. Ho sempre cercato di migliorare e vivere il lavoro come formazione costante, perché volevo che i miei figli studiassero e facessero una strada diversa dalla mia”.

Oggi lo scugnizzo che ventisei anni fa è approdato al Gambrinus ha figli laureati ed è cresciuto insieme al locale in un crocevia di intellettuali, artisti, politici e presidenti. In passato Gabriele D’Annunzio qui scrisse, per scommessa, la poesia ‘A vucchella, poi musicata da Francesco Paolo Tosti e conosciuta in tutto il mondo grazie alla storica interpretazione di Enrico Caruso. Anche Oscar Wilde fu un assiduo frequentatore del Gambrinus perché, come ripeteva spesso, aveva gusti semplici: s’accontentava del meglio. Ma ancora oggi il Gambrinus è negli occhi di tutto il mondo e il suo segreto, come ama ricordare Gennaro, è l’umiltà. “Essere umili non significa essere zerbini. Devi essere accogliente coi tuoi ospiti e farli sentire a casa. L’ospite non si deve mai sentire stretto”.

E questo atteggiamento il direttore lo vede sempre più anche nei suoi concittadini. “Noi napoletani siamo migliorati tantissimo, siamo più civili e più cortesi. Poi con il tempo ogni sindaco che è passato da questa città ha portato del bene, ha rimarginato alcune ferite e ha portato alla luce bellezze sconosciute. Il Cristo Velato e la Napoli sotterranea stanno godendo da pochi anni della fama che meritano. Prima erano sconosciuti anche ai napoletani”.

Però una nota negativa sul finire della conversazione viene fuori, anche se non riguarda la città, ma il suo mestiere. “Stare dietro il bancone di un bar è come stare su un palcoscenico: devi lasciare il segno. E invece oggi il personale è più serio, più rigido. C’è formalità e meno relazione e anche chi viene dalla scuola alberghiera spesso non ha conoscenze. Nessuno capisce che per imparare questo mestiere ci vuole tempo. Oggi i ragazzini di otto anni non vanno a lavorare, per fortuna, ma tra i giovani si è perso quello spirito di sacrificio: arrivano e pensano di sapere tutto, e questo lavoro, fatto di tempo e relazioni, sta andando nel dimenticatoio”.

Gennaro Ponziani e Massimiliano Rosati

 

Massimiliano Rosati: “Circondati da una bellezza che non sappiamo vedere”

Il direttore deve scappare, ci ha dedicato fino troppo tempo. Inaspettatamente. Ma la sua sedia non rimane vuota. Durante la nostra chiacchierata ci ha raggiunto Massimiliano Rosati, il responsabile del caffè, che ha ascoltato le parole di Gennaro e ha voglia di dire la sua. Del resto Napoli è anche questo.

E Massimiliano osserva i napoletani attraverso l’occhio del mestiere. Il suo e il loro.

Qui il mestiere è sacro, basti pensare che fino a qualche tempo fa i pizzaioli erano impermeabili alle tv e ai giornali perché erano gelosi e convinti che quelli fossero lì per rubargli il mestiere. E questa paura era diffusa anche tra i pasticceri, che nel momento topico della realizzazione del dolce mandavano via il garzone. ‘Vammi a piagliare lo zucchero, va! Oggi i giovani sono un po’ più aperti, ma i settantenni ancora resistono e non ti fanno sapere nulla manco se li ammazzi”.

Oggi tra le diverse generazioni di lavoratori probabilmente c’è rispetto, ma non c’è molto confronto.

“Purtroppo è così e bisogna anche aggiungere – sostiene Massimiliano – che questa città non è molto internazionale. I napoletani fanno qualunque lavoro e non c’è spazio per gli stranieri. L’identità è forte e i vecchi mestieri sono ancora molto sentiti. Qui i piazzaioli egiziani non esistono! Ricordo ancora quando nel ’98 andai a Milano con mio padre a visitare la Bit. Mio padre voleva assaggiare il risotto alla milanese ed entrati al ristorante abbiamo fatto subito comunella con il cameriere calabrese. Tanto che, quando portò il risotto mio padre gli disse: “Senti, questo è riso giallo scaldato. Tu sei calabrese, e anche il cuoco non mi venire a dire che è milanese”. E lui candidamente rispose: no no, il cuoco è egiziano. È questa la differenza, Napoli è una città che ha un corpo e una testa, ed entrambi sono napoletani”.

Quando gli abbiamo chiesto se questo è un bene o un male, lui ha risposto con aneddoto.

“Napoli era una città della Magna Grecia, Neapolis. I romani ci mandavano i figli a studiare il greco, e lungo il mare ci sono i resti delle incredibili ville di quell’epoca. La Gaiola è un parco archeologico unico al mondo, ma i resti della villa vengono utilizzati per fare i tuffi. Io stesso li ho fatti da piccolo, perché a quei tempi non sapevo neanche minimamente dove mi trovavo. Non capiamo la bellezza che ci circonda e non sappiamo venderla. Napoli non è bella, di più! Se non ci fossero gli effetti collaterali si venderebbe da sola. E gli effetti collaterali non sono gli scippi e gli agguati di camorra. Il danno nostro è stata l’emergenza rifiuti”.

In effetti se ne è parlato troppo e ora tutti mettono in discussione anche la salubrità del luogo. I periodi greco, romano, aragonese e angioino sono stati celati dietro l’immondizia, e anche se i rifiuti sono spariti da anni, oggi ancora manca l’effettiva capacità di valorizzare il patrimonio napoletano e farlo conoscere.

A proposito: lo sapevate che a Napoli c’è la tomba di Leopardi?

Giornalista per indole, fotografa per passione. Immagina, progetta e scrive dall'ultimo anno di materna. Ama vedere la realtà da alternativi punti di vista e viaggiare con lo sguardo, con la mente e con tutti i mezzi consentiti. Non crede nei confini netti, né geografici né sociali. Ama ascoltare, più che parlare. E crede nel potere della parola, quella viva, quella materia prima che può insegnare, educare e coinvolgere. Dopo la laurea in Scienze Politiche e un master in comunicazione ha lavorato 10 anni per una casa editrice bolognese. Oggi collabora con Cefa, una Ong che promuove progetti di sviluppo per l’agricoltura nei paesi del Sud del mondo, e con Terzo Tropico, un’associazione culturale che realizza reportage, mostre e volumi fotografici. [ Guarda tutti gli articoli ]

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