Nomadi digitali verso Sud

Nomadi digitali verso Sud

Gli emigrati tornano nel Mezzogiorno per lavorare in remoto col mondo

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Sono ancora pochi, ma qualcosa si sta muovendo: sono i freelance e gli smart worker che decidono di trasferirsi al Sud, spesso giovani emigrati che ritornano a casa o, in altri casi, professionisti coraggiosi provenienti da ogni parte d’Europa che scelgono i paesi del nostro Meridione come base operativa per i loro progetti. Li accomuna la possibilità di sfruttare la rete per continuare a lavorare con clienti in giro per il mondo o per mantenere il loro contratto di lavoro dipendente, ma lavorando “in remoto”.
La sfida oggi, per quelle città del Sud che hanno intuito le opportunità di questo nuovo trend, è capire come poter diventare attrattive per questi nuovi lavoratori senza ufficio e badge.

Un Mezzogiorno abituato ad attrarre lavoro con finanziamenti pubblici e accordi politici ora è completamente impreparato e spiazzato: non sa come parlare a questo piccolo esercito scomposto di nomadi digitali. E allora la via può essere quella di provare a parlare la loro stessa lingua, mettendo in vetrina città a misura di smart worker. Spuntano così i primi servizi online per aiutare questo processo sebbene il Sud resti ancora il fanalino di coda di questo fenomeno, pur potendo offrire molti dei benefici che questi nomadi digitali cercano nelle città in cui decidono di trasferire residenza e ufficio virtuale.

Ritorno al Sud?

È ancora presto per poter parlare di un’inversione di tendenza, di un leggendario ritorno al Sud. I numeri elencati dall’ultimo Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno non lasciano spazio ad interpretazioni: sono 478.000 i giovani che hanno lasciato lo scorso anno la propria regione alla volta del Nord o di altri paesi europei e tra loro 133.000 sono laureati, per la maggior parte donne.

Mentre i giovani neolaureati vanno via, le aziende locali non riescono a trovare i profili senior di cui avrebbero bisogno. Ho seguito personalmente l’odissea di una startup lucana che tra qualche giorno lancia un nuovo prodotto online e che già, a oggi, ha investito più di un milione di euro: “la parte più difficile per noi non è stata trovare finanziamenti, studiare il mercato o sviluppare il prodotto – raccontano i protagonisti – ma riuscire a trovare qui persone con le giuste competenze, una ricerca che, più di ogni altro fattore, ha rallentato molto i tempi di lancio”. Ha fatto molto discutere anche l’allarme lanciato sulla stampa da una digital agency di Potenza, la Venum 3.0: “Offriamo 50 posti di lavoro, ma non riusciamo a trovare le persone giuste”.

Insomma, mentre tutti sembrano affannarsi – in modo ormai quasi donchisciottesco – nell’estenuante e logora battaglia contro “la fuga dei nostri giovani”, la Politica non sa far di meglio che continuare a finanziare corsi di formazione d’ogni specie e i pochi, strenui giovani rimasti collezionano attestati di frequenza come punti fedeltà di un supermercato, riuscendo al massimo a produrre qualche collaborazione estemporanea a formatori improvvisati in cambio di pacche sulla spalla (promesse di voto).

Allora forse si potrebbe provare ad abbandonare, almeno per un po’, gli appelli romantici (a volte pericolosi) rivolti ai giovani del Sud a resistere, a non abbandonare le proprie città. Probabilmente in questo momento la soluzione non è soltanto cercare di arginare l’esodo, ma provare a pareggiare i conti, stimolando l’arrivo o il rientro di nuove professionalità.

Una vetrina per il Sud

Qualche giorno fa si è venuto a sapere che WordPress ha messo in vendita la propria sede a San Francisco per una motivazione tanto semplice quanto evocativa: i dipendenti non si presentano quasi mai in ufficio poichè la stragrande maggioranza trova più proficuo lavorare in remoto. Sono sempre di più le software house che hanno deciso di rinunciare ad avere un quartier generale fisico: la Elastic, per esempio, ha deciso di puntare tutto sui viaggi e sui canali video per far lavorare insieme i suoi 500 dipendenti sparsi in 35 Paesi del mondo. Secondo Gallup, società americana che studia le tendenze socio-economiche-demografiche di tutto il mondo, già in questo momento, oltreoceano, circa un quarto dei dipendenti lavora in remoto per tutto o parte dell’orario stabilito. Mentre in Italia lo smart working è stato regolamentato appena un mese fa.

Dove scelgono di trasferirsi questi nuovi nomadi digitali? Cosa cercano nelle città che scelgono come nuova casa ed ufficio virtuale?

“Al primo posto c’è l’assenza di inquinamento; al secondo, la sicurezza personale, ossia livelli bassi o nulli di criminalità; al terzo, una società tollerante; e al quarto, il costo dell’affitto”. A rivelarlo è Sten Tamkivi, CEO di teleport.org, un servizio online che aiuta gli utenti a scegliere la propria città ideale per vivere e lavorare: “Molto spesso si pensa che contino più questioni di budget, ma i primi tre criteri di ricerca della location non sono finanziari”, spiega Tamkivi, “riguardano aspetti molto più generali della vita, come il sentirsi sicuri e accettati in un ambiente tollerante. L’ultima cosa che vuoi fare è andare a vivere in un posto dove subirai aggressioni per il colore della pelle o cose del genere”.
Tra le città classificate su Teleport l’unica città del sud Italia presa in considerazione al momento è Napoli.

L’esempio di Matera 2019

I servizi online come Teleport non sono però l’unico modo per attrarre nuovi professionisti da ogni parte del globo. Sorvegliata speciale in questi anni è la città di Matera, appena 60mila abitanti, nominata Capitale Europea della Cultura per il 2019. Il prestigioso riconoscimento ha acceso i riflettori su una città che non aveva mai goduto di così tanta notorietà prima, e sta già spingendo molti professionisti da tutta Europa a trasferirsi nel piccolo capoluogo lucano e nella sua immediata provincia: dal regista olandese all’architetto tedesco; hanno deciso di trasferirsi a Matera dall’Ungheria, dalla Svezia, dagli USA. I numeri sono ancora piccoli, ma significativi.

 

È evidente che con il processo innescato dalla nomina, Matera è già altro rispetto alla città che gli stessi materani ancora credono di conoscere. Questo rapido cambiamento nel tessuto urbano e civico della piccola Città dei Sassi, ha scatenato una forte resistenza da parte della popolazione locale, emersa in modo lampante durante l’ultima campagna elettorale dalla quale è uscito perdente proprio il Sindaco che aveva accompagnato Matera alla conquista del titolo europeo.
L’esperienza di Matera chiarisce da un lato come questo processo di attrazione da parte delle città del Sud sia possibile, ma anche come esso vada governato correttamente per evitare che si esaurisca in un rapido e pericoloso processo di gentrificazione che, mentre incoraggia i nuovi “parlanti digitali”, schiaccia tutti gli altri che un articolo come questo avrebbero forse difficoltà anche solo a leggerlo e ad interpretarlo. E allora, mentre iniziamo a preparare vetrine digitali per le nostre città del Sud, occorre contemporaneamente domandarsi come rendere questo percorso occasione di crescita per intere comunità locali, in un patto con i più deboli, che non lasci indietro nessuno, perché non diventi una nuova forma di colonialismo dei fighetti, dei cool e degli smart.


 

(1) l’intervista completa è pubblicata sullo speciale Metropolis dedicato al futuro delle città e realizzato da How We Get To Next, una pubblicazione su Medium.com creata da Steven Johnson e curata da Ian Steadman, Duncan Geere e Abigail Ronck, con il sostegno di fondazioni come la Lemelson Foundation, la Gates Foundation e la Knight Foundation.

32 anni, laureato in giurisprudenza, giornalista e papà di due magnifici bambini. Si occupa di marketing su Facebook dal 2008. A Ferrara, dopo alcune collaborazioni con testate giornalistiche locali e nazionali, in particolare legate al mondo dell’università e del lavoro, idea con un amico un progetto per migliorare il Local Store Marketing su Facebook di grosse catene e franchising. Nel 2011 decide di rientrare in Basilicata, a Matera, dopo anni di vita “fuori”, dove insieme al progetto Facebook che ancora porta avanti con clienti e partner tra Milano, Roma, Ferrara e Lugano, si dedica al sociale: prima con il Progetto Policoro, poi con un’agenzia per il lavoro non profit e ora con due cooperative sociali, il Sicomoro e MEST. In testa fisso un pallino: tenere insieme innovazione e povertà, velocità e disabilità, social e sociale. [ Guarda tutti gli articoli ]

Commenti

X