Non lasciamo da sola l’industria culturale

L’impatto del coronavirus su cultura e spettacolo. Le associazioni di categoria fanno il punto su settori strategici per la loro funzione sociale.

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L’industria culturale e dello spettacolo è strategica per la sua funzione sociale, ma soprattutto per la sua portata economica e occupazionale. La tenuta e il rilancio di queste filiere diventano perciò fondamentali.

A inizio marzo Federculture aveva stimato una perdita di circa tre miliardi di euro di spesa per attività culturali e ricreative. «Una stima purtroppo fortemente sottodimensionata, considerando la chiusura generalizzata e prorogata», ci spiega Andrea Cancellato, presidente della Federazione nazionale delle aziende di servizio pubblico locale, regioni, enti locali e tutti i soggetti pubblici e privati che gestiscono i servizi legati alla cultura, al turismo e al tempo libero.

Il quadro si colora di tinte molto fosche. I soli musei statali, che costituiscono il 10% dei musei presenti in Italia, registrano perdite valutabili nell’ordine di venti milioni di euro al mese, soffrendo anche la contrazione di servizi come bookshop e caffetterie. Crolla la vendita dei libri e si azzera lo spettacolo dal vivo, con le stagioni teatrali troncate e i cartelloni estivi in stand-by.

«L’incertezza non permette una vera programmazione. C’è chi è più ottimista e chi meno. Anche con una riapertura totale, la ricostruzione di un’offerta richiederebbe tempo, anche solo per l’aspetto comunicativo. Con la mobilità bloccata e il turismo assente, molti eventi potrebbero riconvertirsi a una dimensione localistica; un’operazione importante per rinsaldare la vita e lo spirito delle comunità, ma che significherebbe ridimensionare sotto il profilo economico la filiera, una realtà ampia e articolata formata da piccole e piccolissime aziende, spesso di natura personale», prosegue Cancellato.

Bene le misure del Decreto Cura Italia, soprattutto i voucher dei rimborsi previsti per i biglietti già pagati, ma le indennità rischiano di non far fronte alle difficoltà finanziarie delle imprese. «Abbiamo 300.000 lavoratori fermi. A rischio ci sono le partite Iva e i precari. Servirebbe in questa fase più elasticità sui limiti dei contratti a termine». Sarà importante fare tesoro della relazione mantenuta in questo periodo di quarantena dalle istituzioni culturali con il pubblico, visitatori storici e potenziali, attraverso la rete e le iniziative digitali per attrarli fisicamente negli spazi culturali, a emergenza finita.

Le priorità sono «defiscalizzare i consumi culturali e stimolare gli investimenti attraverso l’uso del canale di finanziamento del Credito Sportivo per rilanciare la produzione culturale. Federculture caldeggia la proposta del giornalista del Corriere della Sera Pierluigi Battista di dare vita a un Fondo nazionale per la Cultura, uno strumento d’investimento, garantito dallo Stato, aperto al contributo di tutti i cittadini che vogliano sostenere il settore culturale nell’attuale fase di emergenza e crisi di liquidità. «Servirà poi una campagna di riposizionamento internazionale dell’Italia e del suo patrimonio per risollevare il turismo, e in particolar modo quello culturale, che vale circa quaranta miliardi e attira i big spender più di altri segmenti».

 

La musica resiste. Ma il live?

La musica non è mancata in questo periodo di confinamento, dai flashmob sui balconi alle performance e dirette su Instagram e su Rai1. Gli artisti sfruttano le potenzialità della rete per mantenere aperto e vivo il dialogo con i fan. Ma lo streaming può rappresentare una soluzione alternativa al live? Ci risponde Vincenzo Spera, presidente dell’Associazione degli Organizzatori e Produttori di Spettacoli di Musica dal Vivo, che racchiude la quasi totalità degli organizzatori di spettacoli di musica contemporanea.

Vincenzo Spera, Presidente di Assomusica

«È evidente che lo streaming è un’opzione, ma non può essere la soluzione. In questi giorni stiamo vedendo molte importanti iniziative da parte dei nostri artisti, ma è difficile pensare di sostituire la carica emotiva, la capacità aggregante e il conseguente vissuto fisico ed emotivo che l’evento live porta con sé.»

Il business della musica dal vivo è in ginocchio, senza contare le ripercussioni sull’indotto. Proprio Assomusica ha stimato, dall’inizio delle ordinanze fino al 3 aprile, una perdita di circa quaranta milioni, con 3.000 concerti rinviati o cancellati (di questi il 60% è stato riprogrammato e il 17% annullato). Numeri destinati ad aggravarsi con la proroga delle misure restrittive: si parla di 63 milioni di perdite in poco più di due mesi.

«In linea di massima – continua Spera – ci stiamo posizionando in base a quanto emerge quotidianamente dai bollettini politici e medici, che sottolineano con chiarezza come fino a maggio non potrà essere realizzato nessun evento, ed è evidente che, anche nei prossimi mesi, saremo costretti ad adeguarci allo stato di emergenza». Il settore subisce i riflessi della pandemia che, in quanto tale, non può essere ridotta soltanto a un fatto nazionale. «Lo stato di crisi per il nostro settore dipenderà, quindi, molto da quanto accadrà nel resto del mondo. Se non arriva la “materia prima” sarà molto difficile avere il prodotto finale».

Da cosa dipenderà la ripartenza dei live? «Trattandosi per lo più di spettacoli già pensati e programmati da tempo, questi eventi non necessitano di per sé di un periodo lungo di preparazione. Tuttavia, devono sussistere due fattori fondamentali: che il pubblico possa assistere adeguatamente e che i lavoratori dello spettacolo nel frattempo non scompaiano per mancanza di sostentamento», ci spiega il presidente di Assomusica.

Tra le richieste fatte dal comparto, che comprendono indennizzi alle imprese di spettacolo per i cali di fatturato sopra il 25%, blocco mutui e leasing per acquisto location e tecnologie, fino alla sospensione dei versamenti Iva per chi ha subito annullamenti o spostamento temporale dei concerti, spicca la priorità di garantire un reddito ai lavoratori. «Peculiarità del settore della musica live – conclude Vincenzo Spera – è una filiera molto articolata che si regge sulla passione e sull’impegno di lavoratori privi di tutele adeguate».

Filippo Dalla Villa, presidente nazionale di Cna Comunicazione e terziario avanzato

Il coronavirus rovina lo spettacolo: cinema in lockdown

«Il blocco causato dall’emergenza ha portato alla chiusura dei cinema e al fermo delle produzioni, che sono state annullate o interrotte», ricorda il presidente nazionale di Cna Comunicazione e terziario avanzato Filippo Dalla Villa, alla guida anche della delegazione del Veneto, dove «oltre 500 professionisti del cinema e dell’audiovisivo, per lo più società semplici e liberi professionisti, hanno subito uno stop totale».

L’Osservatorio di Cna Cinema e Audiovisivo ci aiuta con alcuni numeri a fotografare la situazione nazionale: 1.297 i giorni di lavoro persi, 98 le lavorazioni in corso sospese, 35 i prodotti italiani in distribuzione bloccati e 6 le produzioni straniere, da realizzare, in parte sospese. A essere colpite sono quindi le produzioni, le maestranze, le micro e piccole imprese, così come le singole partite Iva e i lavoratori dell’indotto, dalla promozione dei film all’informazione.

Prima della crisi sanitaria l’industria del cinema e dell’audiovisivo stava finalmente mostrando segnali di crescita; per questo è importante farsi trovare pronti alla ripartenza. Il rilancio, secondo l’associazione degli artigiani, passa dal sostegno agli investimenti e da iniezioni di liquidità immediata per proteggere i progetti in corso e risarcire, almeno in parte, le perdite sostenute a causa del fermo tecnico. Fondamentale sarà l’utilizzo su tutta la filiera delle prime risorse straordinarie – il Fondo di 130 milioni – messe a disposizione dal governo.

Diversi sono gli interventi richiesti tramite misure su fondi straordinari e ordinari (l’eliminazione fino al 30 giugno 2021 dello Split Payment per le società del cinema e dell’audiovisivo; il riparto immediato del fondo cinema 2020 e l’apertura delle nuove finestre per l’assegnazione dei contributi selettivi e automatici). Cna Cinema e Audiovisivo chiede, nello specifico, 90 milioni di euro di fondi straordinari, di cui 50 in conto capitale da destinare in parte alla scrittura e alla pre-produzione di progetti cinematografici e audiovisivi (finzione, documentari e animazione), tra cui opere prime e seconde, film di giovani autori, progetti difficili, con modeste risorse finanziarie e di particolare qualità artistica.

 

Con le sale chiuse, il cinema potrebbe chiedere aiuto allo streaming

Limitare – attraverso la digitalizzazione – le ripercussioni della chiusura delle sale cinematografiche. È la strada scelta da Universal Pictures, che ha deciso di distribuire alcuni suoi titoli in noleggio digitale sulle principali piattaforme di video on demand a un prezzo più alto di quello della sala: 20 dollari in America, 15,99 in Italia. E non è la sola major e distribuzione che seguirà questa strada. Lo streaming oggi non sembra più essere il nemico numero uno dell’industria, ma un’opportunità per arginare le perdite derivate dal lockdown delle sale, comprimendo i costi di promozione.

In un’intervista con Variety Francesco Rutelli, presidente dell’associazione cinematografica italiana Anica, sottolinea la necessità di modificare le norme attuali relative alle finestre distributive e trovare nuovi equilibri, coinvolgendo anche Netflix e gli altri servizi di streaming, con cui Anica ha da tempo aperto un dialogo proiettato all’ingresso nell’associazione di queste realtà. Luigi Lonigro, alla guida dei distributori Anica, ha confermato in una conference call con la stampa la possibilità che molti titoli minori italiani e internazionali bloccati dal virus siano trasmessi direttamente in tv o streaming. Emittenti e piattaforme pagherebbero un prezzo più alto per questi titoli, compensando con parte della differenza i gestori di sala che ne avevano programmato l’uscita.

Pur restando la sala perno imprescindibile del settore cinematografico, soprattutto per i blockbuster più attesi – da James Bond alla Disney – questa strategia distributiva imposta dalla pandemia mina ulteriormente l’esclusività costruita dagli esercenti in tanti anni di battaglie. Si aprono nuovi scenari sul modello di business che il cinema seguirà nei prossimi anni, in Italia e nel mondo, soprattutto per quei titoli piccoli e medi (italiani e stranieri) che sul grande schermo faticano regolarmente a incassare.

Photo by Dave Mullen on Unsplash

Giornalista professionista, dopo la laurea in Scienze della Comunicazione lavora presso realtà editoriali bolognesi e non, in redazione e come collaboratrice esterna. L’articolo di cui va più orgogliosa è l’intervista ai progettisti del mega grattacielo Burj Khalifa di Dubai, che hanno sfidato il cielo e la natura per imporre nuovi standard architettonici. Appassionata da sempre di serie tv, animazione e cinema - macchina dei sogni e al contempo specchio del reale - frequenta quando può festival cinematografici e ne scrive (www.whipart). Libri, viaggi ed enogastronomia sono i suoi viatici per la felicità. [ Guarda tutti gli articoli ]

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