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Non tutte le imprese possono permettersi il salario minimo

Non tutte le imprese possono permettersi il salario minimo

In un'Italia dagli stipendi in calo costante dal 2008, l'introduzione del salario minimo potrebbe comportare un aumento della produttività, con importanti differenze tra Regioni e settori produttivi. Analizziamo chi ne beneficerebbe e chi no.

Tortuga

18 Gennaio 2022

Che la produttività in Italia cresca a un ritmo decisamente lento non è una novità. Secondo il rapporto Istat (2020), la produttività totale dei fattori, che rappresenta la tecnologia e l’efficienza dei processi produttivi, è rimasta invariata negli ultimi 25 anni, segnalando le difficoltà di crescita e la scarsa competitività dell’economia italiana rispetto agli altri Paesi europei.

L’introduzione di un salario minimo potrebbe essere non solo una misura a tutela dei lavoratori, ma anche l’occasione per sollecitare la produttività delle imprese tramite una riduzione delle imperfezioni di mercato. Perché?

Dal 2008 le aziende italiane pagano i dipendenti meno di quanto dovrebbero

Per capire l’impatto di un salario minimo sul mercato del lavoro è innanzitutto necessario confrontarne il livello con la distribuzione della retribuzione salariale.

Nel grafico che segue mettiamo a confronto il salario medio pagato dalle imprese (fonte: CompNet) con un salario minimo di 9 euro l’ora, lordi ma al netto dei contributi previdenziali. Questa stima del minimo salariale è simile al valore discusso in Parlamento e in alcuni contributi accademici come Caselli et al. (2021). Per ragioni di comparabilità, è necessario definire un salario minimo lordo annuale ipotetico, che gli autori stimano pari a 25.332 euro considerando una media di 168 ore lavorate al mese e pesando per i contributi previdenziali.

Il grafico mostra l’andamento del salario medio pagato dalle imprese con una linea nera. L’area verde denota una paga superiore alla soglia di salario minimo individuata nell’articolo, mentre l’area rossa una paga inferiore. Si può notare la decrescita del salario medio a partire dal 2007/8, e come questo rimanga sempre al di sotto della soglia del salario minimo nel corso degli anni successivi.

Questo dato è interessante, poiché mostra il progressivo impoverimento dei salari e rivela l’ampiezza del bacino che potrebbe beneficiare di un’introduzione del salario minimo. Il messaggio cardine di questa analisi, dunque, è che in media le imprese italiane pagano salari inferiori al minimo ipotizzato. Quel che resta da capire è se il livello del salario minimo sia troppo elevato o se siano le imprese a pagare, in media, salari troppo bassi.  

Soprattutto al Sud le imprese che dovrebbero rivedere i salari

Per rispondere è opportuno analizzare l’eterogeneità dei salari a livello territoriale e settoriale.

Come abbiamo analizzato in un nostro precedente articolo, il salario mediano in Italia varia molto da provincia a provincia, anche se la differenza principale rimane quella fra Nord e Sud. Data questa eterogeneità territoriale, le aziende per cui l’introduzione di un minimo nazionale implicherebbe un considerevole aumento retributivo si trovano soprattutto al Meridione.

Passiamo ora alle eterogeneità a livello settoriale. Il salario medio annuale è chiaramente differente nei vari settori economici. Come mostra la prossima figura, i settori con un salario medio particolarmente basso rispetto al salario minimo sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso, le attività immobiliari, i servizi di alloggio e ristorazione, le costruzioni e le attività amministrative e di supporto ai servizi. Sarebbero soprattutto le imprese operanti in questi settori a trovarsi obbligate a fare i conti con un importante aumento del costo del lavoro se venisse introdotto un salario minimo di 9 euro per ogni ora lavorata.

Quali aziende sarebbero più colpite dall’introduzione del salario minimo?

Un’ulteriore considerazione riguarda le aziende con potere di mercato nel mondo del lavoro. A livello tecnico, questo concetto è misurabile tramite un parametro chiamato mark-up, che semplicizzando misura la differenza tra quanto un’impresa paga un lavoratore o una lavoratrice e quanto output quest’ultimo/a produce.

Le imprese con maggiore potere sul mercato del lavoro, e quindi che applicano un mark-up più alto, possono permettersi di pagare ai propri dipendenti uno stipendio inferiore al loro livello di produzione. La relazione tra il potere di mercato di queste aziende e la differenza tra il salario medio e minimo è rappresentata nel grafico successivo, in cui si può notare come non vi sia una relazione univoca tra queste due variabili. La cosa che emerge con più chiarezza, invece, è ancora una forte eterogeneità tra settori.

In questo grafico, mostriamo il salario medio e il markup delle imprese. La linea verticale divide le imprese in due gruppi: a destra abbiamo le imprese con potere di monopsonio, mentre a sinistra abbiamo quelle senza. La linea orizzontale, invece, divide le imprese in altrettanti gruppi: sopra troviamo le imprese che pagano un salario superiore al minimo, mentre sotto vi sono quelle che pagano salari inferiori.

Secondo queste categorie, l’introduzione del salario minimo colpirebbe solo le imprese nei due quadranti in basso in ogni settore, poiché sarebbero costrette ad aumentare le retribuzioni dei propri lavoratori. Le imprese nei due quadranti superiori, invece, pagano già salari superiori al livello minimo, e per questo non dovrebbero adeguare le retribuzioni. Inoltre, l’effetto sarebbe diverso a seconda del potere di mercato: le imprese nel quadrante a destra potrebbero “sopportare” il peso di un aumento salariale, riducendo semplicemente il mark-up corrente; le imprese nel quadrante di sinistra, invece, sarebbero costrette a ridimensionarsi o a uscire dal mercato. I settori maggiormente colpiti, secondo questa analisi, sarebbero dunque quello immobiliare, quello delle attività amministrative, dei servizi di ristoro o dei trasporti, cioè dei settori notoriamente a basso valore aggiunto popolati da imprese con bassa produttività, ma con molti lavoratori.

Salario minimo, il caso della Germania e le differenze con l’Italia

Dunque, che cosa può comportare l’uscita dal mercato o il ridimensionamento delle imprese in questi settori? Nell’articolo precedente abbiamo spiegato come la letteratura economica, in realtà, mostri che all’introduzione di un pavimento salariale non corrisponda necessariamente una diminuzione dell’occupazione: in un mercato del lavoro ben funzionante, le risorse liberate dalle imprese che non riescono a sostenere l’aumento di salari possono infatti ricollocarsi in altre aziende più produttive e con stipendi migliori.

Un esempio di questo processo virtuoso è avvenuto in Germania. Un recentissimo studio firmato da Dustmann e coautori evidenzia come, a seguito all’introduzione del salario minimo nel 2015, siano aumentati i salari dei lavoratori pagati meno, l’occupazione sia rimasta uguale e vi sia stata una riallocazione dei lavoratori verso imprese più produttive. Questo genere di riallocazione incide favorevolmente sulla produttività aggregata: se più risorse vanno a imprese che riescono a impiegarle meglio, la produttività aggregata può esserne influenzata solo in positivo, poiché le stesse risorse possono essere utilizzate più efficientemente.

Queste considerazioni sulla riallocazione dei fattori produttivi sono particolarmente rilevanti in Italia, che come tanti altri Paesi europei è soggetta a una diminuzione strutturale della riallocazione dei lavoratori. Nel prossimo grafico mostriamo questo evidente calo nel tasso di riallocazione, misurato come somma del tasso di creazione e distruzione di posti di lavoro.

Un basso tasso di riallocazione tra Regioni e tra settori può creare della resistenza al circolo virtuoso per cui il salario minimo contribuisce alla crescita della produttività senza intaccare l’occupazione. Affinché la riallocazione funzioni correttamente è necessaria un’ottima mobilità proprio tra Regioni e settori, condizione che è possibile verificare solo dopo aver implementato e valutato accuratamente l’effetto del salario minimo.

Per concludere, il salario minimo può essere uno strumento dalle forti implicazioni sociali, tramite l’aumento del benessere dei lavoratori a basso reddito; allo stesso tempo, può favorire un ambiente più competitivo, facendo uscire dal mercato le imprese meno produttive. Il messaggio della nostra analisi è che il livello del salario minimo non è l’unico elemento da analizzare prima dell’implementazione di questa politica: è cruciale studiare le inefficienze nel mercato del lavoro (monopsoni) e la propensione alla riallocazione tra settori e Regioni per beneficiare di tutti gli effetti positivi di questo strumento.

Ha collaborato all’articolo:
Sergio Inferrera – 
Laureato presso l’università Bocconi, ha lavorato in BCE come assistente di ricerca. È consulente di ricerca per CompNet e presso l’università Bocconi. È inoltre senior fellow di Tortuga tramite il quale pubblica questo contributo.


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