Un Osservatorio riscrive la grammatica della violenza di genere

Nato dal progetto Step da uno sforzo congiunto tra accademia e giornalismo, l’Osservatorio punta a individuare e correggere le rappresentazioni distorte delle violenze di genere “con concretezza scientifica”

30.10.2023
Nasce un osservatorio sulla violenza del linguaggio di genere: un percorso di scarpe rosse su fogli di carta stampata

“Ha ucciso per un raptus”. “Il gigante buono e quell’amore non corrisposto”. “L’ho uccisa, ma non volevo”. Solo nel 2023 sono state ammazzate 80 donne, la maggior parte delle volte non da estranei o extracomunitari, ma di chi aveva le chiavi di casa. E le parole con cui i nostri media raccontano i femminicidi troppo spesso uccidono due volte, inducendo il lettore a giustificare o empatizzare con il carnefice o facendo passare il tutto come una fatalità, creando così una narrazione distorta.

Solo nel periodo 2017-2019 sono stati oltre 16.000 gli articoli analizzati da un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università della Tuscia in collaborazione con l’associazione Differenza Donna nell’ambito del progetto “Step” (Stereotipo e pregiudizio. Per un cambiamento culturale nella rappresentazione di genere in ambito giudiziario, nelle forze dell’ordine e nel racconto dei media). Dal progetto è nato l’Osservatorio contro la violenza del linguaggio sulle donne, presentato all’Università La Sapienza di Roma giovedì 26 ottobre e frutto della collaborazione tra il Dipartimento di psicologia dei processi di sviluppo e socializzazione della Sapienza, le Commissioni pari opportunità di Federazione nazionale della stampa, Ordine dei giornalisti e USIGRai, l’associazione Giulia (Giornaliste Unite Libere Autonome) e il Dipartimento di economia, ingegneria, società e impresa dell’Università della Tuscia.

La “concretezza scientifica” dell’Osservatorio contro la violenza del linguaggio sulle donne

Compito dell’Osservatorio sarà quello di effettuare un monitoraggio quotidiano sulla nostra informazione per puntare a un racconto sempre più veritiero e libero da “bias” cognitivi che alimentano pregiudizio.

Una cabina di regia composta da docenti, giornalisti, sociologi nella convinzione che sia importante prima di tutto fare rete “con linguaggi diversi, quello della ricerca universitaria e quello del giornalismo”, come spiegato da Silvia Garambois, presidente dell’associazione Giulia. Ma mettendo sul piatto obiettivi concreti: tra questi la realizzazione di azioni di promozione della parità di genere per una rappresentazione corretta del tema, l’apertura di uno spazio pubblico di discussione, l’organizzazione periodica di attività di sensibilizzazione rivolte a professionisti dell’informazione e studenti sui temi della violenza di genere.

“Non si tratta di un’operazione di facciata, ma di dare concretezza scientifica a quella che per noi è una percezione legata al nostro impegno e lavoro quotidiano. Ci sono anche molte esperienze positive sulla nostra stampa, ma questo non basta”, ha evidenziato in apertura Vittorio Di Trapani, presidente Federazione Nazionale Stampa Italiana.

La dimostrazione di come quanto fatto finora non sia sufficiente va ben oltre il mondo dell’informazione: “L’Italia si colloca al settantanovesimo posto a livello mondiale per gender gap, la violenza viene percepita come un fatto strutturale. E la vittima non è sempre la giovane con la minigonna, come siamo abituati a pensare, ma spesso è anziana o portatrice di handicap”, ha spiegato la direttrice dell’Osservatorio Flaminia Saccà, docente di sociologia dei fenomeni politici alla Sapienza.

Pratiche e studi sulla rappresentazione della violenza di genere: dal Manifesto di Venezia al caso “La Russa jr”

Un importante lavoro sulla rappresentazione mediatica della violenza di genere è stato fatto anche dal Manifesto di Venezia contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini, sottoscritto nel 2017 dalla Commissione pari opportunità della FNSI, USIGRai, associazione Giulia e Sindacato dei giornalisti del Veneto.

“Il Manifesto ha una parte dedicata proprio al linguaggio relativo alla narrazione della violenza sulle donne ed è stato determinante in questo percorso. Alcuni tra questi punti sono stati integrati nel Testo unico dei doveri del giornalista”, ha raccontato Mara Pedrabissi, presidente della Commissione pari opportunità della Federazione nazionale della stampa.

“Il primo gruppo di lavoro su questi temi è stato istituito nel 2007”, ha spiegato Paola Spadari, segretaria dell’Ordine dei giornalisti. “Nel 2014 è stata stabilita la formazione obbligatoria per i giornalisti, che riguarda anche queste tematiche, ma purtroppo ancora il lavoro da svolgere non è terminato”.

La prova concreta di queste parole è ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Basti pensare a uno degli esempi più recenti, il cosiddetto casoLa Russa jr”, la cui rappresentazione giornalistica è stata oggetto di un case study presentato nel corso della mattinata da Rosalba Belmonte, ricercatrice in Sociologia dei fenomeni politici presso l’Università della Tuscia. Nel racconto della vicenda che ha coinvolto il figlio del presidente del Senato, analizzata attraverso 229 articoli di 14 quotidiani nazionali, sono state riscontrate numerosecattive pratiche”.

La strada è tracciata, dunque, ma ancora lunga e tortuosa, con grande responsabilità, in un senso o nell’altro, dei professionisti dell’informazione.

 

 

 

Photo credits: ilnuovotorrazzo.it

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