Precari della cultura? Sfogatevi sulla piattaforma USB

Il sindacato ha presentato al pubblico una piattaforma online che raccoglie le sei richieste fondamentali di chi opera nel settore culturale. Gli obiettivi: la stabilizzazione contrattuale e salariale e l’eliminazione del ricorso al volontariato

17.12.2023
L'incontro che presenta la piattaforma rivendicativa di USB per i lavoratori della cultura

In Italia chi fa cultura sembra che non lavori. Non ci si organizza per migliorare condizioni di lavoro: ci si rassegna all’orizzonte per cui da vent’anni si ripete che c’è un sistema di appalti al ribasso, un abuso di ricorso a lavoro intermittente, a chiamata e alle finte partite IVA. Come se non bastasse, il patrimonio culturale negli ultimi anni è stato smantellato e privatizzato.”

Così USB Lavoro Privato Coordinamento alla Cultura all’incontro dal titolo Il lavoro nei beni culturali, organizzato lunedì 20 novembre a Milano con altre associazioni, realtà – tra cui noi di SenzaFiltro – movimenti, attivisti e delegati sindacali che si battono contro la precarizzazione e lo sfruttamento presente nel settore culturale.

“Non è volontariato, è lavoro”: lo stato di chi opera nel settore culturale

Il settore della cultura, come testimoniato anche dall’ultimo report pubblicato dall’associazione Mi Riconosci, è contraddistinto da povertà e precarietà contrattuale diffuse.

Sono tantissimi, infatti, i musei, i monumenti, gli spazi espositivi, i siti archeologici, le biblioteche, gli archivi e i teatri dove vige il sistema degli appalti a ribasso. Le paghe spesso non superano i 6-7 euro lordi l’ora (ben al di sotto dei 9 proposti dalle opposizioni politiche per il salario minimo legale) e i diritti dei lavoratori vengono spesso calpestati.

Nonostante il patrimonio pubblico sia gestito da un ente statale, il ministero della Cultura, molti dei suoi servizi sono stati ormai esternalizzati, a partire dall’introduzione della legge Ronchey del 1993. Quest’ultima ha permesso ai musei e ai siti culturali di affidare a cooperative e imprese private la gestione dei cosiddetti ‘servizi aggiuntivi’, come caffetterie, bookshop, audioguide, e ha introdotto la possibilità di utilizzare volontari «a integrazione del personale dei musei, archivi e biblioteche statali», portando a un generale ribasso del costo del costo del lavoro.

Capita spesso, infatti, che le gare di appalto siano vinte con forti ribassi, a discapito delle condizioni di chi lavora sotto cooperativa, spesso svolgendo le stesse mansioni del personale ministeriale ma con trattamenti salariali peggiori, senza garanzie di stabilità contrattuale.

A questi si aggiungono tutte quelle figure professionali che operano in questo settore – come archeologi, guide turistiche e educatori museali – costrette a rapporti di lavoro fortemente atipici, quali la ritenuta d’acconto o la partita IVA, che non vedono riconosciuti i loro diritti e che sono spesso trattati da dipendenti.

La piattaforma rivendicativa di USB per i lavoratori della cultura: le richieste

Per tutti questi motivi, Slang-USB (Sindacato Lavoratori Nuova Generazione) e USB Lavoro Privato Coordinamento Cultura hanno deciso di presentare una piattaforma rivendicativa in grado di dare voce alle richieste dei lavoratori e delle lavoratrici atipiche e in appalto del settore cultura.

Questa piattaforma si basa su sei punti essenziali.

1) Le (re)internalizzazioni. “Chiediamo che si inauguri un piano di assunzioni pubbliche di massa che porti alla reinternalizzazione dei servizi culturali, intensificando i concorsi e gli sforzi necessari al raggiungimento di questo obiettivo. Tali assunzioni – e di conseguenza i concorsi – devono riguardare prioritariamente il personale in appalto già impiegato e che ha quindi maturato esperienza e competenza in materia”, si legge nel documento programmatico.

2) L’applicazione del CCNL Federculture. Nella maggior parte dei casi, le cooperative/imprese aggiudicatarie degli appalti pubblici, applicano “contratti poveri” di cui prediligono i livelli inferiori con i trattamenti economici più bassi. Come accade per esempio con il CCNL Multiservizi o addirittura il CCNL Vigilanza Privata e Servizi Fiduciari, il cui Livello D – piuttosto diffuso tra musei, spazi espositivi, biblioteche e archivi – è stato giudicato anticostituzionale da più tribunali. Esiste però il CCNL Federculture che, oltre a rispecchiare in modo fedele le mansioni e competenze richieste alle diverse figure professionali che operano nel settore culturale, degli spettacoli e degli eventi, prevede salari più dignitosi e, in generale, maggiori diritti e tutele. Per queste ragioni, la piattaforma rivendica il riconoscimento del Federculture quale contratto di settore, in modo che sia indicato come tale nei bandi di gara e che, in base a esso, sia calcolato il budget da stanziare.

3) Aumenti salariali. USB sostiene la necessità di introdurre un salario minimo a 10€ l’ora per legge e, come piattaforma confederale, rivendica aumenti di almeno 300€ al mese in busta paga per ogni lavoratrice e lavoratore del Paese. “Di conseguenza, rivendichiamo anche che i profitti delle cooperative siano redistribuiti sotto forma di aumenti salariali al personale dipendente”, si legge sul documento.

4) Lotta al part time involontario. Poiché abbondano i contratti da 15 o 20 ore ed esistono casi in cui le ore di straordinario non vengono conteggiate né pagate, la piattaforma chiede che l’orario da contratto corrisponda alle ore lavorate e che gli straordinari vengano riconosciuti e pagati.

5) Stop al lavoro autonomo finto e coatto. Per quel che riguarda il lavoro autonomo, spesso le partite IVA e le ritenute d’acconto mascherano lavoro dipendente, ma senza le garanzie e le tutele che lo contraddistinguono, con conseguente impoverimento, precarizzazione e frammentazione del lavoro. “Abbiamo già avviato alcune cause a riguardo e continuiamo a batterci per il riconoscimento del lavoro subordinato in tutti i rapporti di collaborazione autonoma che non sono davvero tali”, scrive il sindacato.

6) Non è volontariato, è lavoro. Nel nostro Paese è ancora molto diffusa l’idea che lavorare nel settore artistico-culturale rappresenti più una passione o un hobby che un lavoro vero e proprio. Questo pregiudizio ha portato a giustificare un utilizzo sempre più massiccio e intensivo del volontariato, soprattutto per la realizzazione di mostre, festival e grandi eventi (come denuncia, ad esempio, il movimento Biennalocene riguardo alla Biennale di Venezia). La piattaforma sottolinea, invece, che “il tempo prestato alle attività culturali, specie quelle che creano profitto per chi le gestisce o le organizza, è lavoro e come tale va trattato e retribuito”.

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