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Precariato dentro l’università: chi ricerca non trova

Precariato dentro l’università: chi ricerca non trova

Ricercatori universitari, una vita di assegno in assegno: alla fine solo uno su dieci ha speranze di fare carriera. E c'è ancora chi cerca di giustificare il loro calvario come una scelta.

Ada Aliprandi

7 Dicembre 2020

In questi mesi di crisi si sta (ri)scoprendo il valore prezioso della ricerca scientifica, ma dei suoi lavoratori si parla poco. Oppure nel modo sbagliato.

Investono tempo e fatica nei laboratori e negli archivi delle università, analizzano dati, scrivono articoli e magari insegnano pure. Sono loro i germogli della crescita culturale, economica e tecnologica di un Paese. Eppure, nel nostro, restano inesorabilmente la categoria di lavoratori più ignorata, trascurata e fraintesa di sempre, sia dall’opinione pubblica che dalla politica.

L’attuale bozza della legge di bilancio lo dimostra, dando loro un ulteriore, devastante smacco. Infatti prevede un aumento dei finanziamenti alle università private, ben 84 milioni di euro, ma ignora ingiustamente le figure precarie del sistema pubblico. Nessun investimento eccezionale per loro. Ci si dimentica che il nostro Paese è ultimo in Europa per fondi alle università, e che l’emergenza COVID-19 ha esacerbato molte delle criticità già esistenti.

Ricercatori senza università: al via la campagna #prorogaora

Tra le categorie precarie, più penalizzate dalla pandemia, troviamo i dottorandi e le dottorande. Partecipano a complessi progetti di ricerca e svolgono di fatto attività di tipo lavorativo; malgrado ciò, formalmente sono considerati degli studenti, e alcuni di loro, privi di borsa, sono persino tenuti a pagare le tasse d’iscrizione e frequenza.

Per tutti, borsisti e non, da marzo si è aggiunto un nuovo problema: l’impossibilità di accedere ai luoghi in cui si fa ricerca. La chiusura di biblioteche e musei, la conseguente difficoltà ad accedere al materiale bibliografico (scarsamente digitalizzato) e il rallentamento generale dei cronoprogrammi compromettono di fatto la qualità del loro lavoro.

I due mesi di proroga concessi per i dottorandi del 33° con il DL Rilancio non sono sufficienti. Per questo motivo l’ADI, l’associazione che rappresenta e tutela i dottorandi, gli assegnisti di ricerca e i ricercatori in Italia, ha lanciato una campagna diffusa sui social con l’hashtag #prorogaora. Quello che viene chiesto a gran voce è un’ulteriore (e più inclusiva) proroga delle scadenze di tutti i cicli di dottorato attivi e delle borse di studio.

Nella lettera rivolta al Presidente del Consiglio, al ministro dell’Università e della Ricerca e al ministro dell’Economia e delle Finanze, si legge: “Non prorogare significa privare i dottorandi di tempo indispensabile, significa chiedere a tutti loro di rinunciare a quella sicurezza necessaria per portare a termine serenamente il proprio percorso”.

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